Una madre e sua figlia avvelenate, un marito miracolosamente sopravvissuto e un’altra figlia troppo “disinteressata” per partecipare alla cena di famiglia del 23 dicembre. Benvenuti al giallo di Pietracatella, provincia di Campobasso, dove la trama si infittisce peggio delle indagini sulle comete invisibili. Grazie all’autopsia, nel sangue delle due donne è stata finalmente rinvenuta la ricina, quella sostanza letale potentissima che fa impallidire persino le trame più cervellotiche di Agatha Christie. Ora, si aspetta l’illuminazione: il marito e padre, Gianni Di Vita, ha condiviso il cocktail mortale o si è limitato a fare il figurante? Quello stesso veleno ha infatti stroncato in pochi giorni la cinquantenne Antonella Di Jelsi e la sua figlia quindicenne, Sara Di Vita, lasciando dietro di sé un buffetto di interrogativi senza risposta.
Dalle prime ricostruzioni, pare che il marito abbia avuto un malore nello stesso lasso di tempo, ma naturalmente la natura di tale indisposizione resta avvolta nel mistero e ovviamente gli inquirenti mantengono un riserbo degno di uno spettacolo teatrale alla maniera di Kafka. Il buon Gianni è stato spedito al solito maxiricovero precauzionale allo Spallanzani di Roma, mentre le due donne, vittime inconsapevoli o forse no, finirono al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli del capoluogo molisano. Inizialmente si parlò di una “banale” intossicazione alimentare, perché tutti sappiamo quanto la parola “banale” calzi a pennello quando ci si trova a dover spiegare morti inspiegabili. Tornate a casa, però, le condizioni delle sfortunate si sono velocemente deteriorate, costringendole a un secondo round con il pronto soccorso. E nonostante gli sforzi ospedalieri, se ne sono andate a 24 ore di distanza tra il 27 e il 28 dicembre: una tempistica perfetta per una serie TV di terrore domestico. Gianni Di Vita, invece, è rimasto ricoverato circa dieci giorni nella Capitale, sottoponendosi a infinite analisi che, miracolosamente, gli hanno riservato il responso “negativo” per tossine.
Ovviamente un quadro ben diverso per Antonella e Sara: sia il centro antiveleni di Pavia che il policlinico di Bari hanno rinvenuto tracce della sostanza letale nel loro sangue e perfino sui capelli. Resta solo da scoprire i dettagli dell’autopsia, che arriveranno con tutta la calma del mondo – anche settimane – per arricchire ulteriormente questa pièce macabra.
Indagini e sospetti: il marito è solo un malato immaginario?
Ora la grande domanda – quella degna di un thriller internazionale – è se Gianni abbia semplicemente inalato una dose omeopatica di ricina, abbastanza per stracciare l’appuntamento con la vita senza arrivare al decesso, o se si tratti solo di una coincidenza di malesseri sempre più inspiegabili. E riemerge il dubbio da bar dello sport: come diavolo è possibile che durante i numerosi esami allo Spallanzani questa “minaccia” non sia mai saltata fuori? Forse indossavano occhiali da sole? Di certo, il 55enne ha raccontato di aver avvertito un malessere, dai sintomi più lievi rispetto alle vittime, e, insieme all’altra figlia, Alice, maggiorenne e miracolosamente asintomatica, è stato portato in ospedale. La giovane, ovviamente, è stata tenuta sotto osservazione – senza manco un tic nervoso – ma non troppo per non rovinare la sua festa di fine anno.
Il teatro dell’indagine si è spostato dunque su quel nucleo familiare sfiduciato e su tutte le persone a loro vicine, pronte per nuove perizie e interrogatori nei prossimi giorni. L’abitazione dove è andata in scena la famigerata cena è sotto sequestro dal dicembre scorso, mentre i sopravvissuti sono stato radunati come in un ritiro famigliare a casa di parenti poco distanti. E non si esclude il sequel di nuovi sopralluoghi nel covo della tragedia.
La procura di Larino guida le operazioni di scavo in questa miniera di sospetti, concentrando i propri antidoti investigativi soprattutto sulla cerchia più ristretta del dramma familiare, ma sempre con la porta aperta a qualunque pista – inclusa quella di un eventuale complotto famigliare, per non farci mancare nulla.
Nel paese c’è chi sostiene sfrontatamente che fosse una famiglia “molto unita” (come se questo dovesse giustificare tutto), e chi invece, più coerente, racconta di tensioni e dissidi che farebbero sembrare le telenovele sudamericane delle commedie leggere.
Ricina dal dark web? Il mistero si infittisce
Gli investigatori tengono d’occhio anche il lato più tecnologico di questa oscura vicenda: i dispositivi elettronici della famiglia sono stati passati al setaccio, perché sembrerebbe che la ricina sia stata incautamente ordinata tramite il dark web. Un dettaglio degno di un film di spionaggio, visto che ottenere questa sostanza in maniera tradizionale è pressoché impossibile, data la sua tossicità irreversibile, inodore e insapore come un omicidio perfetto.
È probabile che la ricina sia stata servita a tavola, nascosta in qualche portata o beva apparentemente innocua, trasformando una cena natalizia in un banchetto di morte. Quella che inizialmente venne liquidata come una qualche forma sfortunata di intossicazione alimentare si è naturalmente evoluta in una complicata inchiesta per duplice omicidio premeditato. Ma come è ovvio, al momento, si indaga contro ignoti. Perché, si sa, in Italia siamo bravissimi a lasciare sospesi i gialli senza un colpevole sicuro e con morale annesso.



