Che sorpresa! Il Comitato Ambiente, Clima e Sicurezza Alimentare ha deciso di farsi notare adottando una posizione piuttosto ambiziosa sulla proposta della Commissione per modificare la legge europea sul clima. Il nuovo obiettivo? Ridurre le emissioni nette di gas serra del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Perché aspettare il 2050 quando si può complicare tutto dieci anni prima?
Ovviamente, tutto ciò deve essere accompagnato da una buona dose di «flessibilità». Gli eurodeputati, convinti che transizione verde e competitività europea siano due facce della stessa medaglia, hanno dato il via libera a parecchie scorciatoie e compromessi per rendere tutto un po’ più “gestibile”.
La flessibilità secondo Bruxelles: un prestigiatore del clima
Dal 2036 in poi, un generoso Nobel per la flessibilità va ai paesi membri che potranno compensare fino al 5% delle riduzioni delle emissioni nette tramite crediti di carbonio internazionali di qualità “alta”, provenienti da paesi partner. Peccato che la Commissione volesse fermarsi a un “misero” 3%. Non sia mai che qualcuno si stanchi di rincorrere obiettivi troppo rigidi.
Non basta: gli eurodeputati vogliono anche che siano ammesse rimozioni permanenti di carbonio «domestiche» per coprire le emissioni particolarmente ostiche da abbattere, all’interno del sistema di scambio delle quote di emissione (EU ETS). La parola d’ordine è adattarsi, anzi, ampliare le possibilità di adattamento tra settori e strumenti per ridurre i costi, perché tanto l’ambiente non è mica urgente come la bilancia dei conti.
Per concludere questa festa dell’arrangiarsi, i deputati hanno anche spalleggiato la proposta degli Stati membri di spostare da 2027 a 2028 l’avvio di ETS2, il sistema che punta a regolamentare le emissioni di CO₂ provenienti dalla combustione nei settori degli edifici e del trasporto su strada. Perché fretta?
Controlli periodici, perché l’intuizione non basta
Il controllo semestrale degli obiettivi è previsto: ogni due anni la Commissione dovrà valutare i progressi compiuti verso gli obiettivi intermedi, tenendo conto di dati scientifici freschi di stampa, avanzamenti tecnologici e – curiosamente – la competitività internazionale dell’UE. E certo, non possiamo mica pretendere di rispettare il clima a discapito di un paio di punti percentuali di PIL.
Questa revisione valuterà anche il “punto della situazione” sulle rimozioni nette di carbonio europee, i problemi emergenti e, dulcis in fundo, la possibile potenziamento della competitività globale delle industrie UE. Senza dimenticare un occhio curioso ai prezzi dell’energia, tanto per far sentire a casa sia i colossi economici che le famiglie italiane che pagano bollette da capogiro.
Dopo questo minuzioso esame, se necessario, la Commissione potrà proporre di modificare l’obiettivo 2040 oppure di aggiungere nuove misure a supporto del quadro esistente. Tutto questo, ovviamente, per non intaccare troppo la famosa – e misteriosa – “prosperità” europea, la competitività e quell’ingrediente indispensabile noto come “unità sociale”. Parole piene, fatti pochi.
Dove va il Parlamento Europeo? Tra voti e promesse
Il testo ha guadagnato l’approvazione con 55 voti favorevoli, 32 contrari e… zero astenuti. Una vittoria netta se non fosse che questo è solo l’inizio. La plenaria è attesa a esprimersi il 13 novembre, data in cui, finalmente, si potrà iniziare a discutere con gli Stati membri sulla legge finale, quella che teoricamente dovrebbe cambiare le sorti climatiche dell’Europa.
Un po’ di contesto, perché senza sfondo tutto sembra solo teatro
La Legge Europea sul Clima è quella brillante trovata normativa che impone la neutralità climatica entro il 2050 per tutti i paesi membri, con un impegno vincolante di ridurre le emissioni nette almeno del 55% entro il 2030 rispetto al 1990. Insomma, una promessa su carta che sembra convincente, ma come sempre la realtà farà il suo spettacolo.
Stabilire un obiettivo intermedio ambizioso per il 2040 è una mossa strategica per cercare di dimostrare all’estero che l’Unione Europea tiene veramente ai suoi impegni internazionali, in particolare quelli presentati al 30° vertice ONU sul clima in Brasile. Naturalmente, una delegazione parlamentare sarà sul posto dal 17 al 21 novembre per assicurarsi che tutto fili liscio tra discorsi e selfie.
Nel frattempo, restiamo tutti a guardare con la solita fiducia catastrofica mentre questi fantastici paladini di Bruxelles si impegnano a convincerci che il futuro climatico è in buone mani. O forse solo ben avvolto in carta di seta burocratica.



