L’Iran sul viale del tramonto secondo la Germania dopo le proteste di massa: altro che resilienza

L’Iran sul viale del tramonto secondo la Germania dopo le proteste di massa: altro che resilienza

Friedrich Merz, quel gran cancelliere tedesco scelto dalla CDU, ha pensato bene di commentare la crisi in Iran durante una visita in India, immancabile come il caffè amaro del mattino. Con la sua proverbiale saggezza da diplomatico navigato, ha proclamato che il regime iraniano è, a suo avviso, praticamente spacciato, con le rivolte popolari che continuano a infiammare il paese. Se la dittatura deve aggrapparsi alla forza bruta per restare a galla, insomma, è ormai un cadavere politico che cammina, nonostante continui a tirar pugni nell’aria per non ammetterlo.

Merz ha rinfrescato la memoria dei giornalisti seduti lì con lui, sottolineando la mancanza di legittimità elettorale del regime e la rivolta in corso tra la popolazione: una specie di “fine dei giochi” annunciata in pompa magna dalla Germania. Che mai qualcuno si aspettasse una chiusura morbida, a dire il vero, sarebbe una lieve ingenuità. In ogni caso, non è poi così raro vedere i regimi “al capolinea” pavoneggiarsi con le ultime cartucce.

Un regime alla deriva e la stampa in fibrillazione

Il caso iraniano non è una novità, ma certo la portata delle proteste che hanno attraversato Teheran e buona parte del paese da fine dicembre ha impressionato sia gli esperti che i governi occidentali. La gestione, o per meglio dire la malgestione, della crisi economica – tra crolli della valuta e prezzi alle stelle – è la miccia che ha acceso una rivolta già carica di disperazione. Naturalmente, l’esecutivo iraniano si ostina a dichiarare che tutto sia sotto controllo, mentre le organizzazioni per i diritti umani parlano di centinaia di morti tra i manifestanti: un piccolo dettaglio da non sottovalutare, vero?

Non che ci si aspettasse solidarietà da parte di Ali Khamenei, il grande leader supremo iraniano, che ha risposto alle critiche bollando i manifestanti come “vandali” mandati da Donald Trump in persona per seminare il caos. Per fortuna, nel suo solito tono da predicatore infuocato, ha ribadito che la Repubblica Islamica è nata tra il sangue di “centinaia di migliaia di persone onorevoli” e non si farà intimidire da qualche “mercenario straniero.” Ovvero, una versione moderna del “chi non salta è un americano”.

Il palcoscenico internazionale e le minacce sempre meno velate

Passiamo ora allo spettacolo mondiale. Da un lato, abbiamo il grande attore Donald Trump, che con la sua inconfondibile raffinatezza ha promesso tariffazioni del 25% per ogni paese che osi commerciare con Teheran. Ovviamente ha anche ventilato interventi militari se la repressione dovesse continuare, perché si sa che minacciare con i carri armati risolve sempre i problemi domestici. Nel frattempo, gli investitori globali trattenevano il fiato con il petrolio che ballava tra rialzi speculativi e ipotesi di interruzioni nelle forniture iraniane, un’altra delizia per mercati affamati di caos.

Jacob Helberg, sottosegretario americano agli Affari Economici, ha voluto far sapere a tutti che gli Stati Uniti stanno “monitorando attentamente” la situazione, frase iperusata per non dire assolutamente nulla di concreto. Con un po’ di retorica da manuale, ha poi condannato la gestione economica disastrosa di Teheran, accusandola di sprecare risorse nel terrorismo e nella ricerca nucleare invece di pensare a agricoltura, acqua ed energia. Quasi suonasse nuova come accusa; da decenni è il gospel preferito dell’Occidente.

Helberg ha però voluto gettare una pacca virtuale sulla spalla degli iraniani, sostenendo che il loro destino “è nelle mani del popolo”. Nel frattempo, gli USA ribadiscono che non tollereranno “massacri in strada”, naturalmente senza spiegare se questo si tradurrà in qualche azione concreta o resterà parte delle solite roboanti dichiarazioni di circostanza.

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