L’Iran promette agli Stati Uniti che nel Golfo di Hormuz il pedaggio non esiste, fidatevi

L’Iran promette agli Stati Uniti che nel Golfo di Hormuz il pedaggio non esiste, fidatevi

Il Presidente Donald Trump, nella sua infinita saggezza, ha annunciato mercoledì che l’Iran gli ha garantito che non ci saranno pedaggi, costi di assicurazione o alcun tipo di tariffa per le navi che vorranno attraversare lo strategico Stretto di Hormuz. Che gentile concessione, quasi una grazia diplomatica degna di un sovrano illuminato.

Ma aspetta, c’è di più: Trump aggiunge, in un post su Truth Social (dove altrimenti?), che “non è stato dato un centesimo all’Iran, né è stato loro rilasciato del denaro da parte degli Stati Uniti.” Tradotto: saremo noi a sbloccare parte del loro denaro, completamente sotto il nostro controllo, per darlo ai nostri agricoltori e allevatori, affinché possano comprare mais, grano, soia e altro.

Che cuore generoso! Insomma, anziché far arrivare direttamente i soldi a chi ne ha bisogno, preferiamo che chiudano il cerchio passando per i prodotti Usa – una sorta di editing alimentare a costo zero per Teheran. “Il cibo è disperatamente necessario in Iran,” dice Trump, e lo acquisteranno solo da noi. Eh già, perché se non sono made in USA, che affare è?

Nel frattempo, l’Iran sembra tacere sull’argomento, forse impegnato a riflettere sul privilegio di questa benevolenza unilaterale da parte di Washington. Queste dichiarazioni seguono la firma di un accordo di pace temporaneo tra Washington e Teheran, destinato a porre fine al conflitto. Peccato solo che i due continuino a litigare sui dettagli di un memorandum di intesa in 14 punti, che a quanto pare ha più clausole oscure che uno script di un thriller politico.

In base al memorandum, entrambe le parti avrebbero accettato di riaprire gratuitamente lo Stretto di Hormuz per almeno 60 giorni e di porre fine a tutte le ostilità, incluso il tormentato Libano, dove il conflitto fra Israele e la milizia Hezbollah sostenuta dall’Iran non accenna a placarsi. Un traguardo degno di una festa, se non fosse che l’atmosfera politica è tutt’altro che rosa e fiori.

Ironia della sorte, l’amministrazione Trump ha collezionato critiche persino da parte dei suoi compagni di partito repubblicano, che si lamentano del memorandum, temendo sia un passo nella direzione sbagliata. Probabilmente si aspettavano che Trump trasformasse lo Stretto in un immenso luna park petrolifero senza regole, ma forse erano troppo ottimisti.

Nel frattempo, il traffico navale nel delicato punto strategico, che normalmente gestisce circa il 20% del petrolio mondiale, si è bloccato nel weekend, offrendo un quello spettacolo inquietante che il rischio geopolitico può generare in pochi giorni. Il Golfo Persico non è mai stato così emozionante.

Martedì, Iran e Oman hanno fatto una dichiarazione congiunta degna di un accordo di pace… o quasi, annunciando l’intenzione di lavorare su un’intesa riguardo ai servizi di navigazione nello Stretto, inclusi “i costi associati secondo standard internazionali.” Tradotto in gergo diplomatico: scordatevi l’autostrada libera, presto arriveranno i pedaggi, magari più salati di quanto immaginate.

Lo Stretto di Hormuz, come pochi sanno ma tutti temono, è uno dei punti più cruciali al mondo per il transito del petrolio: una stretta fessura d’acqua tra Oman e Iran che fa tremare i mercati a ogni cenno di tensione. Non a caso, i prezzi del petrolio sono scesi mercoledì, come se il mercato si sbadigliasse di fronte alla teatralità degli eventi: il Brent ha perso il 3%, scendendo a 74,75 dollari al barile, il livello più basso da quando, tempo fa, USA e Israele si dettero alle missioni aeree contro l’Iran.

Anche il West Texas Intermediate ha seguito la danza ribassista, chiudendo quasi a 71 dollari al barile. Pare che il mondo del petrolio conosca benissimo la musica della geopolitica… e per ora, ha deciso di spegnere il volume.

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