Il tribunale del riesame di Palermo ha deciso che il 25enne senegalese arrestato a gennaio a Imperia – con un’accusa di associazione a delinquere tra le più temibili: favorire l’immigrazione clandestina e sequestro di persona per estorsione – meritasse una seconda possibilità… o perlomeno di uscire da quella cella. L’uomo, difeso dall’avvocato Ramadan Tahiri del foro di Imperia, è stato rilasciato e riabbracciato calorosamente dai colleghi di lavoro, evidentemente molto toccati dalla sua tragica vicenda giudiziaria, quasi un romanzo d’altri tempi.
Curioso come siano stati proprio i datori di lavoro del ragazzo, più che altro gente con la testa sulle spalle, i primi a difenderlo a spada tratta, interessandosi addirittura al suo destino legale. E da dove arriva tutta questa drammaticità giudiziaria? Tutto ebbe inizio dopo uno sbarco a Lampedusa del 25 agosto 2022, un evento che ha permesso agli investigatori di tessere una tela intricata riguardo al ruolo di questo giovane nella presunta organizzazione criminale che avrebbe orchestrato il viaggio clandestino verso le coste italiane.
La narrazione degli inquirenti è da manuale del thriller: il senegalese, insieme a due complici (perché più siamo meglio è, no?), sarebbe arrivato illegalmente in Italia sulla stessa barca e poi avrebbe prestato la non invidiabile funzione di carceriere in un campo di detenzione a Zuwara, in Libia. Mica un compito facile, se non fosse che l’uomo è accusato di usare violenze da manuale, con cinture e tubi di gomma, un tutorial privo di video YouTube, ma ricco di testimonianze raccolte tra i migranti all’arrivo.
Tutto ciò, dicono, per estorcere denaro alle famiglie, necessario a finanziare il loro viaggio verso la tanto agognata Europa. In parole povere, sequestri di persona su larga scala, un campo di prigionia gestito da trafficanti – roba da Far West – con vittime che sarebbero state costrette a pagare salatissime somme. Dodici migranti sarebbero stati così convincenti nel puntare il dito contro di lui da convincere la magistratura a emettere l’arresto.
Poi arriva la difesa: Ramadan Tahiri ci tiene a far sapere al tribunale (e a chiunque voglia ascoltare) come il suo assistito sia ormai un cittadino modello, perfettamente integrato nel sociale di Imperia, con lavoro onesto e domicilio regolare. Insomma, l’incarnazione della buona educazione e del rispetto, garantita anche dai datori di lavoro che, con rara generosità, si schierano a difesa dello “sceriffo” di Zuwara.
Non solo, l’avvocato si permette addirittura di contestare l’urgenza della custodia cautelare: se i reati contestati risalgono a oltre tre anni fa e poi sono tutti da provare, quale sarebbe la reale emergenza? Forse la fretta di chiudere un caso scomodo con un colpevole perfetto?
Il tribunale del riesame di Palermo, non proprio l’ultima ruota del carro del sistema giudiziario italiano, ha accolto senza sforzo il ricorso del legale imperiese: arresto annullato e rilascio immediato dalla casa circondariale di Sanremo. Intanto, la vita continua per questo giovane protagonista di un caso che mette in luce tutta la meravigliosa complessità di un sistema giudiziario a dir poco… variegato.
Un Caso da Manuale tra Integrazione e Accuse Pesanti
Chi avrebbe mai detto che un giovane con un regolare permesso di soggiorno e un lavoro rispettato potesse essere accusato di essere il torturatore delle storie più drammatiche di immigrazione clandestina? Qui, tra l’integrazione sociale e l’accusa di gestire campi di prigionia, il confine è sottile quanto ironico. E mentre il tribunale decide di sfilargli di dosso le manette, l’opinione pubblica resta col sorriso a metà: colpevole o vittima di un systema tanto complesso quanto confuso?



