Magari avrete sorriso nel ricordare il 2019, quando l’allora presidente Trump se ne uscì con quella brillante trovata delle tariffe anti europee e, per non farsi mancare nulla, con la celebre minaccia militare (poi ritrattata, ma senza troppa eleganza) per acquistare la Groenlandia, quel gioiello danese semi-autonomo che valeva chissà quale ricchezza strategica. Nel frattempo, le aziende americane come Amazon, Microsoft e Google si spartiscono baldanzosamente l’85% del mercato europeo del cloud, sempre secondo quei simpatici dati targati Synergy Research Group. Ma non preoccupatevi, tanto la sorveglianza e la possibilità di accesso ai dati personali in Europa sono assicurate dallo scintillante Cloud Act del 2018, che consente alle forze dell’ordine statunitensi di chiedere qualsiasi dato indipendentemente da dove sia conservato. Tranquilli, non è per niente inquietante!
“Sopravvivenza nazionale” o panico digitale a bassa intensità?
Prendete Estonia, per esempio, che confessa candidamente di accelerare la sua politica “open-source first” a causa delle “minacce di sicurezza elevate sulla frontiera orientale dell’Europa”. La recente invasione russa dell’Ucraina ha trasformato la sovranità digitale da una noiosa questione IT in un vero imperativo di sopravvivenza nazionale. La ministra della giustizia e degli affari digitali, Liisa Pakosta, ci tiene a sottolinearlo con la solita modestia distratta.
Naturalmente, altri governi europei si stanno muovendo con la stessa sicurezza e tempestività per cercare alternative domestiche e open-source, aumentando i budget per questa nobile causa che sembra una crociata contro il gigante americano. L’ufficio stampa del ministero tedesco per la trasformazione digitale racconta con entusiasmo che “rafforzare la sovranità digitale” è uno degli obiettivi centrali del governo, soprattutto per i “sviluppi geopolitici” degli ultimi anni, inclusa la “volatilità elevata e i conflitti in corso”. Nel frattempo, però, nel mercato europeo il dominio delle grandi aziende Usa non mostra segni di cedimento: oltre il 70% del cloud e almeno il 59% del software aziendale sono nelle mani americane, ma non è un problema, no signore.
Se poi vogliamo fare i romantici, a Parigi sventolano la bandiera del “Visio”, uno strumento di videoconferenza sviluppato dal governo francese, che sarà disponibile per tutti i servizi statali entro il 2027, ovviamente come alternativa ai più popolari Microsoft Teams e Zoom. Una rivoluzione digitale, insomma, che dovrebbe risolvere tutti i problemi di dipendenza. Speriamo che non si blocchi come le altre diavolerie tecnologiche made in government.
Non stupisce, dunque, che l’Unione Europea abbia recentemente ammesso di avere un “problema significativo di dipendenza dai paesi non UE nel settore digitale… potenzialmente pericoloso, con vulnerabilità nei settori critici”.
La federale amministrazione belga, a sua volta, sta “rivalutando le sue dipendenze digitali nei settori più critici”, esaminando nuove strategie per il cloud computing e l’analisi del panorama dei data center federali. Il tutto per risolvere problemi che, onestamente, sembrano quelli di un bambino che ha lasciato la porta di casa aperta e ora teme il ladro. Priorità assoluta: sovranità, resilienza e sicurezza, possibilmente parcheggiando i dati più sensibili in cassaforti meno… americane.
Tra cyberattacchi e partnership tecnologiche “strategiche”
Visto il clima di paranoia giustificata, non è una sorpresa che le nazioni europee denuncino numerosi attacchi informatici sponsorizzati dallo stato russo negli ultimi anni. L’UE stessa denuncia uno “schema deliberato e sistematico di comportamenti malevoli attribuibili alla Russia”. Ah, la digital diplomacy!
Liisa Pakosta dell’Estonia sintetizza molto bene la situazione:
“Pur apprezzando le nostre partnership tecnologiche, fare affidamento esclusivamente su soluzioni proprietarie chiuse a scatola nera crea una vulnerabilità strategica.”
“L’open source garantisce che, anche in caso di interruzione dei collegamenti globali o di cambiamenti nelle politiche dei fornitori esterni, manteniamo pieno controllo sul codice e possiamo far funzionare lo Stato digitale estone in locale.”
Detto in parole povere, Estonia ha capito che mettere tutte le uova nel paniere dei soliti noti non è proprio la mossa più intelligente. E punta quindi a rafforzare la sua autonomia digitale con investimenti mirati. Chissà se l’Europa seguirà questo esempio oppure continuerà a farsi i selfie con Amazon e soci.
Prendiamo il caso della Danimarca, che ha annunciato il lancio di un progetto pilota a giugno 2026 per testare un’alternativa open-source a Microsoft Office per qualche impiegato statale. Manifesto intento? Non farsi incatenare a pochi fornitori stranieri e quindi “non essere vulnerabili”. Fantastico, peccato che un portavoce del ministero abbia subito ridimensionato la cosa, definendola “minore” e assicurando che nessuna decisione di abbandonare Windows o Microsoft sia stata presa. Insomma, tanto rumore per nulla.
Ma quale rivoluzione! È più una passeggiata da salotto tecnologico, un modo per dire “stiamo facendo qualcosa” senza però toccare la realtà di un’Europa schiacciata sotto il peso – e ahinoi, l’ombrello – delle piattaforme americane.
La dipendenza europea dalle tecnologie statunitensi è un affare serio (e nessuno vuole mollare la presa)
Nei fastosi corridoi dell’Unione Europea, tutti i 27 Stati membri hanno firmato una dichiarazione con l’ambizioso – e leggermente ironico – obiettivo di “rafforzare la sovranità digitale d’Europa” e ridurre quelle “dipendenze strategiche” che pesano come una spada di Damocle. Nel frattempo, la spesa prevista per infrastrutture cloud “sovrane” in Europa dovrebbe più che triplicare, raggiungendo la ragguardevole cifra di 23 miliardi di dollari entro il 2027, un balzo enorme rispetto al 2025.
Secondo gli esperti di Gartner, mentre le tensioni geopolitiche aumentano (con il ritorno di quell’amatissimo concetto di “guerra fredda 2.0”), gli attori fuori da Stati Uniti e Cina investono di più nelle infrastrutture cloud “sovrane” per conquistare una tanto desiderata indipendenza tecnologica. Ovviamente, i governi resteranno i clienti principali – perché chi se non i governi dovrebbe favorire l’illusione di autonomia? Seguono poi industrie regolamentate e settori critici come energia e telecomunicazioni.
Peccato però che questa non sia la storia di chi taglia completamente il cordone ombelicale con Silicon Valley. I giganti tecnologici americani restano ancora “partner importanti e di fiducia” nell’ecosistema digitale europeo, parola di diverse autorità, tra cui l’eccellente ministra estone. Un paradosso che fa quasi tenerezza: mentre si sventolano bandiere di sovranità, si stringono mani ai soli fornitori che dovremmo voler evitare.
Estonia ha detto infatti:
“Riconosciamo e apprezziamo il ruolo di lunga data che le aziende tecnologiche degli Stati Uniti hanno giocato nella trasformazione digitale in Europa. Gli hyperscaler americani sono partner importanti e affidabili nell’ecosistema del cloud europeo.”
Come resistere a tale dichiarazione di amore per la dipendenza? Inoltre, anche volendo eliminare completamente le piattaforme americane, questa impresa si rivela più un’utopia da salotto che una realtà praticabile. Come fa notare John Dinsdale, esperto senior di Synergy Research Group, solo investendo enormi risorse in ricerca, sviluppo e supporto si può competere con questi colossi.
Lo stesso Dinsdale fa capire senza troppi giri di parole che sarà quasi impossibile per i fornitori europei invertire quella che sembra una tendenza di mercato irreversibile. Insomma, mentre la retorica è tutta di sovranità, la realtà concreta è quella di una dipendenza blindata e quasi inamovibile.



