Chi l’avrebbe mai detto? Leonardo, la gloriosa azienda italiana della difesa, ha deciso di lanciarsi in una crociata hi-tech con un sistema di difesa per città e infrastrutture critiche alimentato dall’intelligenza artificiale. E non chiamatelo scudo qualsiasi, perché il nome “Michelangelo Dome” suona come un battesimo sintetico fatto apposta per far impallidire i celebri “Iron Dome” israeliano e la “Golden Dome” di Trump – perché, si sa, a chi non piace un po’ di mitologia renata dal Rinascimento?
L’idea è chiarissima: mettere insieme un concentrato di sistemi di difesa, da quelli navali a quelli aerei, capaci di stanare e neutralizzare minacce che vanno dai missili ai fastidiosi sciami di droni. Tutto questo nel magico abbraccio di un “ecosistema aperto” che, parola di Roberto Cingolani, ce lo rende compatibile con i sistemi militari di qualsiasi paese. Chiarissimo, no?
E come se non bastasse, il titolo di Leonardo ha fatto un timido passo avanti in borsa mentre, da inizio anno, sta andando a gonfie vele con una crescita del 77%. E non è solo questa la sinfonia europeista che si sente: tra le società di punta, la britannica BAE Systems è volata del 42,7%, la tedesca Rheinmetall del 148,9% e la francese Thales del 63,8%. Una pacchia per i grandi contractor della difesa, che evidentemente giocano in un campionato tutto loro, lontano dalle preoccupazioni dei comuni mortali.
Roberto Cingolani ha espresso il suo illuminante punto di vista:
“In un mondo dove le minacce si evolvono a ritmo forsennato e diventano sempre più complesse — e difendersi costa più che attaccare — la difesa deve innovare, anticipare e abbracciare la collaborazione internazionale.”
Come dire: basta con le difese antiquate, dateci sistemi integrati, altrimenti addio! E nel frattempo si punta a far diventare operativo il tutto entro la fine del decennio lontano, quando magari sarà già sorpassato dalla prossima barriera di moda tecnologica.
Intanto, Guillaume Faury, il CEO di Airbus, ci ricorda con una punta di sarcasmo quanto siamo ancora indietro: i protocolli per scambiare dati tra paesi e squadre sul campo di battaglia sono ancora “piuttosto limitati” e ci vorrà un decennio per costruire quello che chiama “campo di battaglia digitale” europeo. Apriti cielo, grazie per la simpatica previsione a lungo termine!
La rincorsa europea alla difesa sovrana: politica, soldi e qualche frase costruita
Del resto, è un dato di fatto che i governi europei abbiano improvvisamente scoperto il “bello” di spendere miliardi in difesa. Con il Washington che fa quel vago effetto di zio un po’ burbero che minaccia di tirare i cordoni della borsa, il Vecchio Continente si è svegliato dal letargo. A maggio, sono stati annunciati ben 150 miliardi di euro per prestiti a lungo termine agli stati membri, destinati a rimpinguare gli arsenali e le capacità industriali. E nel giugno scorso, i membri della NATO si sono impegnati ad aumentare le spese per difesa e sicurezza fino al 5% del PIL entro il 2035. Piano piano, dunque, ma la musica ora cambia esigenze e limiti di bilancio.
Ovviamente, l’entusiasmo si respira anche nelle stanze di Leonardo, che questa nuova “cupola” è solo l’ultima frontiera di un settore che sta spostando i propri investimenti da vecchi oggetti hardware a architetture di comando integrate. Un passaggio epocale? Nulla di meno, almeno stando a Loredana Muharremi, analista azionaria, che ha spiegato: “La guerra moderna si vince chi riesce a integrare ogni piattaforma in un unico ciclo decisionale”. Quindi, amici, chi guadagnerà davvero saranno quelli che possiedono il livello di rete, non il metallo, così da incassare aggiornamenti continui e risparmi di scala. Una vera manna per quei contratti ricorrenti tanto amati nei palazzi del potere militare-industriale.
Ma, ovviamente, non mancano i rischi. Meghan Welch, managing director di Brown Gibbons Lang & Company, mette in guardia su ritardi di esecuzione e la storica “dipendenza dai cicli di approvvigionamento europei” – ovvero, quella bella giostra dove tempo e soldi sembrano non bastare mai.
Nel frattempo, il panorama non è solo fatto di colossi con le mani in pasta da decenni. Sono spuntate come funghi in tutta Europa startup tecnologiche di difesa che, con una dose di audacia e qualche investimento milionario, provano a ritagliarsi il proprio spazio nel futuro armamentario. L’esempio più eclatante? La tedesca Helsing, che a giugno ha incassato 600 milioni di euro raddoppiando la sua valutazione a 12 miliardi di euro. Non da meno, la Quantum Systems, che ha triplicato la sua valutazione superando i 3 miliardi di euro grazie a un aumento di capitale da 180 milioni. Insomma, tra “cupole futuristiche” e startup miliardarie, il mondo della difesa europea sembra proprio il posto dove nascono le fiabe… e i business milionari.



