Le placche tettoniche geopolitiche sembrano essersi messe in moto di nuovo, e i primi terremoti sono già chiaramente visibili sul panorama globale. Le conseguenze? Beh, tradizionali alleanze che scricchiolano, mercati mondiali sconvolti e un rimescolamento del potere nazionale che nessuno osa (o può) ignorare. Quello che stiamo assistendo nel primo trimestre del 2026 ha tutto l’aspetto di un momento storico di “terremoto”, non per un singolo titolo a effetto legato al Presidente Donald Trump o a un incontro bilaterale particolarmente memorabile, ma per un insieme di fatti, manovre diplomatiche di alto livello rivolte a Pechino e molte altre all’orizzonte. Insomma, qualcosa di strutturale sta accadendo, e chi ha occhi per vedere non può fare finta di niente.
Per mercati e politici, il traffico diplomatico racconta una storia perfino inaspettata: il mondo sembra stia tornando verso la Cina. Niente di così originale: già dopo l’entrata della Cina nel WTO nel 2001, leader mondiali e manager facevano la fila per visitare Pechino, come state facendo all’epoca gli ambasciatori e mercanti della dinastia Qing, attratti da mercati vastissimi, abilità manifatturiera e una crescita del PIL cinese da far girare la testa. Questo richiamo è proseguito per quasi tutto il primo quinquennio di Xi Jinping, quando la Cina era vista più come una promessa di profitti che come una minaccia politica ed economica.
Poi, ovviamente, tutto è cambiato negli anni pre e post-pandemia. Shock nelle catene di approvvigionamento, pratiche commerciali coercitive, furti di proprietà intellettuale, restrizioni sui dati, la disattenzione verso i diritti umani e la rivalità geopolitica sempre più aspra hanno cementato nelle cancellerie occidentali un atteggiamento molto più duro verso Pechino. Parole come “de-risking” (riduzione del rischio) e “decoupling” (disaccoppiamento) sono passate dallo slang di Washington ai discorsi nelle sale conferenze di Stati Uniti ed Europa. La diplomazia non si è fermata, ma ha decisamente rallentato mentre governi e aziende tentavano di ridimensionare la loro esposizione a quella che ormai veniva vista soprattutto come una competitor geopolitica ed economica.
Quello che rende questo momento così speciale è che il vento sembra nuovamente cambiare direzione: si torna a parlare con Pechino, ma in modo molto più cauto e senza il trasporto eccessivo tipico del periodo post-WTO. La molla di questo cambio non è certo un miracolo di governance o un’improvvisa rivoluzione economica in Cina, né un cambio di atteggiamento cinese verso l’Occidente. No, la causa più divertente (per chi osserva da fuori) è una crescente percezione di volatilità proveniente proprio da Washington stessa, un’amara realtà per il complesso della sicurezza nazionale americana e un duro boccone per i suoi alleati europei.
Il riallineamento è stato ben chiaro a Davos, dove il Presidente Donald Trump si è divertito a sbeffeggiare il Presidente francese Emmanuel Macron, ha critico il Canada per una scarsa gratitudine e ha liquidato NATO come una “miniera di denaro”. Le sue accuse infondate sugli alleati della NATO che “non avevano combattuto in Afghanistan”, poi ritirate, non hanno fatto che consolidare la percezione che i tempi e le realtà sono mutate radicalmente. Ma il disprezzo per l’Europa non è una novità di Davos: risale all’acceso intervento dell’ex vicepresidente JD Vance al forum di Monaco dello scorso anno, dove i partner europei vennero pubblicamente sbeffeggiati. Da allora, il cambiamento di tono si è avvertito in tutte le capitali europee.
I dati sull’opinione pubblica parlano chiaro: questa svolta non è stata presa sottogamba. In Germania, sondaggi recenti segnalano che il 71% degli intervistati ora considera gli Stati Uniti come un avversario, e in tutto il continente solo il 16% vede ancora l’America come un alleato. Numeri che vanno ben oltre la semplice frustrazione: sono un terremoto politico e culturale che i leader occidentali faranno fatica a ignorare.
Il ritorno al dialogo con la Cina: una mossa strategica o semplice sopravvivenza?
Certo, qualcuno potrebbe pensare che stare di nuovo in sintonia con Pechino sia una scelta naturale, una palese ammissione del fatto che “respingere la Cina” era un’impresa più idealistica che pragmatica. Ma dietro questo dialogo ritrovato si nascondono costi elevatissimi: il prezzo dell’instabilità causata da Washington, la delusione degli alleati europei, la necessità disperata di mantenere in piedi sistemi di approvvigionamento globale cruciali e la paura crescente che, senza un minimo di buon senso, questo “gioco geopolitico” possa finire male per tutti.
Così la diplomazia si rimette in moto, e Pechino accoglie, tra sorrisi studiati e calcoli freddi, una nuova ondata di leader occidentali che cercano disperatamente di “capire meglio” questa potenza economica e politica. Tutto molto elegante, certo, anche se con un retrogusto amarognolo: il mondo non sembra tanto più stabile o prevedibile, solo più consapevole che, volenti o nolenti, la Cina è tornata al centro del giro.
E mentre alcuni continuano a raccontare fiabe su un Occidente sempre solido e unito, la realtà ci mostra un sistema internazionale in cui l’incertezza regna sovrana, le alleanze combattono i propri demoni interni e il rischio di nuovi terremoti diplomatici è più alto che mai.
Se pensate che sia stata Pechino a orchestrare questo capovolgimento, beh, vi sbagliate di grosso. L’arte di guadagnarci da un caos altrui non è certo nuova. Nell’ultimo anno, un via vai incessante di leader alleati ha prenotato un biglietto solo andata per la Cina. Motivo? Semplice: interesse economico nazionale, niente sentimentalismi. La fiducia in Pechino? Limitata. La certezza che Washington sia sempre il porto sicuro? Ormai un miraggio, anzi piuttosto un rischio da evitare come la peste.
Il presidente francese Emmanuel Macron fa il galante con Pechino mentre canta le lodi di una “autonomia strategica” europea, che sembra più un modo elegante per dire “guardiamo oltre gli Stati Uniti”. Il re Felipe VI di Spagna invece sceglie la via dello stile e della simbolica “partnership”, come se firmare qualche accordo fosse un ballo elegante a corte.
Anche il primo ministro britannico Keir Starmer si spinge oltremanica per riaccendere dialoghi strategici, riorganizzare la cooperazione finanziaria e – immancabilmente – rafforzare l’influenza globale cinese sul denaro. Il nuovo trend? Aprire filiali per il renminbi a Londra e rendere più facile il cross-listing azionario, giusto per rendere più ricca la Cina senza che nessuno si lamenti troppo.
Mentre l’Irlanda fa la propria comparsa nei tour asiatici, l’Australia cerca disperatamente una tregua dopo anni di “amabili” schermaglie commerciali, ricambi di cortesie inclusi. L’India, che per anni ha fatto il filo a Pechino nonostante una frontiera himalayana più tesa di una corda di violino, decide che il summit è meglio farlo in grande stile. Poi c’è il piatto forte: la Germania di Friedrich Merz si prepara a un viaggio decisivo, visto che la sua industria automobilistica è appesa a un filo sottilissimo e sta rapidamente perdendo terreno contro i rivali cinesi.
Presi singolarmente, questi viaggi sembrano astute manovre economiche, pura scienza politica. Ma messi in fila, raccontano il copione di un’umanità media che prova a non farsi schiacciare dall’altalena delle superpotenze. Una scelta di equilibrio tra diversificazione, flessibilità diplomatica e protezione da shock tariffari, a costo di sparpagliare il mondo in mille frammenti e indebolire soprattutto le alleanze storiche. Naturalmente, la Cina si ritrova a fare il pieno di influenza mondiale, senza degnare nessuno di uno sguardo troppo aperto o generoso in cambio.
Sfiducia verso la Cina e il cruciale incontro di Monaco
Con l’apertura della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la tensione tra USA e Cina fa presagire spettacoli da non perdere. Il cancelliere tedesco Merz ha subito messo i puntini sulle i: “L’ordine internazionale basato su regole e diritti è in via di distruzione”. Un bel proclama, se non fosse che poi, in inglese, ha detto che gli Stati Uniti non potranno mai fare tutto da soli, definendo gli americani “amici”. Ironia della sorte, o semplice diplomazia? Difficile a dirsi.
La storia, come sempre, ci rende cauti. Ricordate Xi Jinping a Davos nel 2017? Le sue sventolate difese di libero commercio e globalizzazione sembravano il contraltare ideale al protezionismo “Trump 1.0”. Per un attimo la Cina fu vista come una roccaforte alternativa, pure affidabile. Indovinate un po’? Nulla di tutto questo. È cominciata l’era della tanto temuta “diplomazia del lupo guerriero”, piena di ringhi e denti scoperti.
La speranza che Pechino possa non gettare al vento anche questa occasione è quasi… ridicola. Le prove di attriti non mancano. Le istituzioni europee a Bruxelles sembrano tenere duro, fra dispute irrisolte sull’eccesso di capacità produttiva e il fastidio per l’alleanza attiva tra Cina e Russia. Il sospetto verso Pechino non è affatto disinnescato, anzi.
Il vertice di Monaco sembra quindi un palcoscenico dove gli attori in gioco, Washington e Pechino, devono darsi da fare per convincere una Europa stanca e inquieta. Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio sarà in prima fila, sotto l’occhio vigile di un’Europa che non ha proprio intenzione di farsi prendere in giro un’altra volta.
Dopo la brillante performance di Vance l’anno scorso, si direbbe che la parola d’ordine sia “fare qualcosa di più” per la Cina, lasciando però chiaramente intendere che un po’ di retorica calorosa dal podio non basterà a sostenere l’entusiasmo del 2026. Come ciliegina sulla torta di questa tournée diplomatica, il prezioso evento di casa Beijing sarà la tanto attesa visita del presidente Trump all’inizio di aprile, a riprova che, nel racconto pechinese, la diplomazia globale continua a passare da lì. Eccoli dunque, i fasti del Middle Kingdom tornati in auge sotto una veste ora più politica che simbolica.
Peccato però che, mentre i festeggiamenti infiammano la narrazione ufficiale, il vero peso della situazione risieda nelle sostanze. I funzionari cinesi hanno già fatto sapere che la pressione sulle vendite di armi a Taiwan è all’ordine del giorno. Meno male che in passato, anche durante la mia epopea alla Casa Bianca sotto l’amministrazione Obama, quell’arma di ricatto s’infrangeva contro i baluardi del Taiwan Relations Act, che obbliga gli Stati Uniti a garantire capacità difensive a Taiwan. Ma con un approccio più… discrezionale alla Trump, la questione si fa decisamente più intrigante e complicata.
Se dunque Pechino osa formulare le sue richieste, tanto vale che anche Washington non stia a fare i soliti complimenti ma metta sul piatto qualche contro-domanda concreta: dalla clemenza per Jimmy Lai a un impegno tangibile e misurabile sulla situazione in Ucraina. Perché, diciamocelo, un coinvolgimento senza scambio reale di favori rischia solo di trasmettere l’idea che un po’ di pressione basta per avere accesso a tutto a costo quasi zero. Altro che strategia: qui si tratta di un gioco delle parti minimo.
La ricalibrazione geopolitica: un gioco da ragazzi o un puzzle complicatissimo?
Bisogna davvero aprire gli occhi: la ristrutturazione geopolitica in atto non si limita alla pura diplomazia, ma coinvolge tutte le sfaccettature del potere globale. Il sistema mondiale non sta certo riversandosi ingenuamente nelle braccia di Cina, ma piuttosto si sta calibrando, con alleati che fanno il doppio gioco e potenze di medio rango che improvvisamente si convincono di avere voce in capitolo. Nel frattempo, non è Cina che si vede sotto pressione, ma il suo grande amico e alleato, Stati Uniti, che sembra piantare i chiodi più duri proprio contro i propri alleati piuttosto che i nemici dichiarati. Ma quale fiducia può reggere una struttura simile?
La storia ha già mostrato questo film: il mondo s’è fatto ammaliare dalla crescita cinese e dalla sua promessa di infinite opportunità, salvo poi tirarsi indietro come se qualcuno avesse detto “ops, momento di riflessione”. Ora le imprese sembrano tornare in quel grande gioco, ma senza l’ingenua fiducia di un tempo, piuttosto per una sorta di necessità strategica e per mancanza di alternative. Un ritorno cautelativo e pragmatico, insomma, dove si cercano più scappatoie che vie reali verso il successo.
Questo ritorno non è solo una moda passeggera: sta infatti modificando radicalmente il terreno su cui si muovono le multinazionali globali. Dal modo in cui si rientra in Cina evitando di farsi soffocare da un’esposizione eccessiva, alla strategia di collaborazione con potenze di medie dimensioni decise a mantenere tutte le opzioni aperte, fino alla competizione in mercati terzi con società cinesi ormai diventate giganti globali.
In poche parole, si sta riorganizzando la distribuzione del capitale a seconda delle zone geopolitiche, si stanno aggiustando le regole di conformità, si ristruttura un’ennesima volta l’architettura delle catene di approvvigionamento e si vive una vera e propria doppia esposizione al rischio di stato, che coinvolge contemporaneamente gli Stati Uniti e la Cina. E credetemi, non è più uno scherzo da prendere sotto gamba o un semplice capriccio di Trump di passaggio.
Vero, è stato proprio lui a dare il via a tutto questo, ma le faglie geopolitiche sono destinate a continuare a spostarsi, e se si arriverà al punto più critico, questo sarà decisamente il grande terremoto di cui non si potrà più fare a meno di parlare.—



