Le paralimpiadi e la folle caccia a una neutralità impossibile

Le paralimpiadi e la folle caccia a una neutralità impossibile

Grazie a quella scintillante cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi Milano-Cortina 2026, il nostro amato telegiornale si è drasticamente ridotto a un rapido riassunto: guerre dimenticate, famiglie sperdute nei boschi e quei simpatici cryptobro di Dubai che, incredibilmente, trovano più allettanti le bombe rispetto al fastidio di pagare le tasse. Velocissimi, ma non privi di quella dolorosa delusione che solo le notizie fresche possono regalare.

Un’occasione persa in salsa paralimpica

La cerimonia si apre con il rituale saluto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sembra quasi voler ignorare con grazia accanto a sé il presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, Andrew Parsons. Dopo una clip con parola d’ordine Vibes – perché ovviamente non poteva mancare l’ennesimo tentativo di stare al passo con la modernità –, sul palco si presentano tre batteristi: la campionessa mondiale Elisa “Helly” Montin, il coraggioso musicista senza avambracci Cornel Hrisca-Munn, e niente meno che Stewart Copeland, batterista dei Police. Un trittico che di certo cancella ogni dubbio su cosa voglia dire “colpire duro”.

Non possiamo dimenticare il corpo di ballo, che si esibisce nonostante la probabile insofferenza di Timothée Chalamet, reduce dalla sua dichiarazione illuminante secondo cui opera e balletto non li guarda più nessuno. Qualcuno spera ancora che la lobby del teatro-danza gli permetta di sognare un Oscar, ma l’ottimismo non è mai stato il nostro forte.

La bandiera italiana è un’altra di quelle scene che non possono mancare: portata dalla modella Carlotta Bertotti, nata con un nevo di Ota che le ricopre una parte del viso, ci regala il gesto simbolico di struccarsi. Avete presente? Solo una modella può permettersi un simile trucco retorico senza far sollevare un sopracciglio. Da lì, con la discrezione di una passerella di alta moda, passa la bandiera a Veronica Yoko Plebani, atleta paralimpica e pure modella. Perché non si lascia mai nulla al caso, soprattutto nell’era della doppia carriera display.

Arriva il momento solenne: l’inno nazionale, eseguito dalla vincitrice di X Factor 2024, Mimì Caruso. La sua versione di “Siam pronti alla morte” è un curioso mix dream-pop che, vi dirò, non accende esattamente la voglia di combattere per la propria patria. Forse è un bene, o forse è solo una trovata per evitare polemiche; in ogni caso nessuno ha avuto la brillante idea di alzare la voce come quella volta con Laura Pausini, che fece discutere molto più di una canzone malinconica.

Segue il mega show dei Meduza, che vantano oltre venti miliardi di streaming, anche se personalmente non ho idea di chi siano. E finalmente si apre la sfilata delle delegazioni: un parco giochi di ipocrisia politica. Diverse nazioni hanno deciso di boicottare la cerimonia, indignandosi per la riammessione di Russia e Bielorussia. In prima fila: Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Polonia e, ovviamente, Ucraina. Alcune nazioni hanno perfino inventato scuse di convenienza: la Polonia, ad esempio, aveva promesso di trasmettere l’evento ma ha prontamente censurato le immagini russe e bielorusse. La Francia ha avuto l’ardire di non mandare nessun rappresentante istituzionale, mentre Germania, Canada e Regno Unito tiravano fuori scuse burocratiche per non prendere un treno fino a Verona.

Intanto, la Russia fa il suo ingresso con la bandiera sventolante. Nessun fischio, nessuna contestazione; insomma, silenzio tombale o forse timore reverenziale. E si prosegue come se nulla fosse.

Il vero elefante nella stanza? Immaginare uno scenario in cui un atleta debba gareggiare fianco a fianco contro chi potrebbe avergli causato una ferita di guerra. Una pietra miliare dell’assurdità olimpica dettata da un’ossessione sterile per neutralità, imparzialità e inclusione a tutti i costi, che sembra piuttosto aprire uno squarcio in netto contrasto con le intenzioni dichiarate.

Lo sport è, o almeno dovrebbe essere, la risposta ad un evento avverso, a un nemico o a un incidente. E gli atleti paralimpici, spesso vittime di quel fastidioso misto di pietà e paternalismo tra il “poverino” e il “ha vinto comunque”, sono prima di tutto atleti veri. Delle stelle che brillano nonostante tutto.

Non dimentichiamo che veniamo da Olimpiadi clamorosamente riuscite, dove il ghiaccio, le lame, e persino la metropolitana di Milano hanno testimoniato la verità dura e cruda dello sport al massimo livello. Provate voi a sciare senza una gamba, a fare curling con la carrozzina o a prendere la metro con l’ascensore rotto. Un’impresa titanica, tanto più che il concerto di queste disavventure appena accennate rischia di passare in secondo piano davanti alle polemiche politiche.

Giovanni Malagò si è incaricato di spillare la frase di rito:

«Saremo giudicati per l’eredità che lasceremo.»

Come se non bastasse, mi viene spontaneo sperare che questa eredità non si riduca esclusivamente a un discutibile lasciapassare per la riammessione di Russia e Bielorussia ai giochi. Davvero, un’occasione d’oro per sottolineare come, quando il politically correct guida la scena, lo sport finisce per diventare un terreno minato di ipocrisia.

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