Finalmente hanno trovato il coraggio di chiedere risarcimenti, sia materiali che morali. Adesso, armati di diritto e coraggio, sono pronti a presentarsi davanti a un giudice. Il duo protagonista di questa tragicommedia è l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) e Umberto Ruggiero, un pensionato comunista che, ignaro com’era, si ritrova proprietario di un locale trasformato in ritrovo per giovani che cantano le lodi di Hitler e del Ducescu. Sì, proprio così: il suo povero spazio in via Tibone, zona Lingotto, per un paio d’anni ha ospitato il circolo Edoras, palcoscenico di raduni che, a detta dell’accusa, attiravano estremisti da ogni angolo d’Europa. Secondo i magistrati, infatti, questi individui avevano fondato l’associazione La Barriera Torino-Avanguardia Torino, il cui scopo principale era incitare discriminazioni e violenze basate su motivi razziali, etnici, religiosi e nazionali. In più, pare che nel locale si siano consumati reati di apologia di fascismo, propaganda discriminatoria, lesioni personali, danneggiamenti e, non ultima, la celebrazione di manifestazioni fasciste.
L’inchiesta più fantasmagorica di sempre
Non poteva mancare il colpo di scena a questa soap opera giudiziaria. L’udienza preliminare è iniziata tra un mix di strategia politica e tattica difensiva degna di un thriller. Dei 17 indagati, 11 hanno chiesto – e magicamente ottenuto – la messa alla prova. Nel gruppo spicca il nome di Carlo Vignale, figlio di un assessore regionale al patrimonio, Gian Luca Vignale, che, ironia del destino, non è coinvolto nelle faccende giudiziarie.
Per questi 11 “fortunati”, il procedimento è temporaneamente sospeso. Solo a giugno si vedrà se i loro “percorsi risocializzanti” – un termine elegante per dire “prova a comportarti bene” – saranno abbastanza convincenti per il giudice. Nel frattempo, dovranno pure quantificare i risarcimenti che vorrebbero versare alle vittime di questa barzelletta a sfondo politico.
L’avvocato Gino Arnone, paladino della difesa per ben otto militanti, ha voluto gettare un po’ di fumo negli occhi spiegando con serietà da manuale che:
«L’ammissione alla messa alla prova rappresenta un esito processuale significativo, è bene ricordare che non comporta alcun riconoscimento di colpevolezza e, in caso di esito positivo, determina l’estinzione del reato».
Peccato che ci sia sempre qualcuno che non può godersi lo spettacolo. Il giovane Mattia Borsella, considerato dai pm come uno dei “capibanda” dell’associazione neonazista, ha visto la sua richiesta di messa alla prova bocciata dal giudice. Difeso dall’avvocato Tommaso Servetto, Borsella punta dritto al proscioglimento o, in caso contrario, a un comodo processo vero e proprio.
La scelta di non cedere alla pseudo-riabilitazione è stata condivisa da altri quattro presunti neofascisti, tra cui Emanuele Picone, il fortunato intestatario del contratto d’affitto della sede incriminata.
Con un tocco di classe, Enrico Forzese, difeso da Gabriele Assenzi, preferisce invece il rito abbreviato, una via di mezzo tra il “non parla nessuno” e il “vediamo quanto dura”. E, come nella miglior tradizione della giustizia italiana, l’udienza è slittata a maggio: più tempo per meditare sulle proprie scelte, o forse per inventare una nuova versione della parabola risocializzante.
L’avvocato che rappresenta Ucei coglie l’occasione per ricordarci che, secondo l’ultimo rapporto del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, gli episodi di antisemitismo sono in preoccupante aumento. Eh già, perché senza gli sforzi instancabili della polizia e della magistratura, queste piacevoli riunioni neonaziste rischierebbero di esplodere in un fenomeno incontrollabile.
Anche l’avvocato che tutela Ruggiero si dice soddisfatto della costituzione di parte civile, giustificando la decisione con un freddo, ma efficace: “c’erano i presupposti”. Evidentemente, la lotta antifascista non è solo una questione di orgoglio ideologico. Il suo assistito, comunista di ferro, non nasconde la propria soddisfazione:
“Sono contento se riuscirò ad avere soddisfazione morale e materiale. Io sono antifascista e vedere il locale occupato da questa gente non mi aveva fatto piacere.”
Insomma, il sipario si è alzato su questa operazione giudiziaria che ha tutti i crismi della tragicommedia italiana: un mix di ideologie fuori tempo, giustizia lenta e di parte, e battaglie simboliche che sembrano uscite da un copione anni ’40. Nel frattempo, i veri problemi di discriminazione e violenza rimangono lì, a fare da sfondo a questo spettacolo kafkiano di neonazismo “presunto” e patriotismo antifascista, tutto rigorosamente made in Torino.



