Le aziende europee della difesa finalmente costrette a fare squadra per non affondare da sole

Le aziende europee della difesa finalmente costrette a fare squadra per non affondare da sole

Ah, l’Europa e la sua eterna fantasia di conquistare l’indipendenza nel campo della difesa. Secondo Roberto Cingolani, il CEO di Leonardo, le aziende europee del settore bellico hanno in tasca “tutte le capacità e competenze tecniche” necessarie per fare da sé, senza dover aspettare che i governi finalmente smettano di giocare a Risiko con le poltrone. La soluzione? Dev’essere un geniale “processo di aggregazione” che le imprese dovrebbero prendere in mano, mentre gli Stati si mettono buoni a seguire. Cosa che – assicurano – “paga un sacco”. E no, non è una barzelletta: vogliono che diventiamo “migliori, più veloci, più profittevoli”. Come se la guerra fosse un’impresa commerciale, ovvio.

In questa personale favola moderna, Leonardo si fa in quattro con progetti da serie A: il Tempest, un caccia invisibile da paura, nasce dalla premiata ditta con la britannica BAE Systems e la giapponese Mitsubishi Heavy Industries. Per non farsi mancare nulla, c’è pure un patto d’amicizia con i tedeschi di Rheinmetall per i sistemi di difesa terrestri e un accordicchio con il produttore turco di droni Baykar. A ottobre del 2023, poi, la fantasia spaziale si fa realtà con un’azienda spaziale comune insieme ad Airbus e Thales per sfidare direttamente il mitico Starlink di Elon Musk. Perché, ovviamente, Elon da solo non basta a chi vuole competere in grande stile.

Roberto Cingolani ha detto a CNBC:

“Sono fermamente convinto che nessuno possa farcela da solo. Bisogna mettere in campo sinergie, capire che unire le forze in un settore competitivo come la difesa è fondamentale per avere successo e rispondere velocemente alle esigenze delle nostre società.”

Un patto silenzioso e tanta diplomazia europea

E qui arriva il bello: tutto questo fermento internazionale non è solo un capriccio di qualche ingegnere in giacca e cravatta. Cingolani rivela che la tentazione del Donald Trump di comprare la Groenlandia ha scoperchiato il vaso di Pandora dentro la NATO. Quelle “pacifiche” quattro decadi europee sembrano meno serene ora che la guerra in Ucraina riscalda finalmente i riflettori sulla necessità di un’Europa che faccia da sé.

Per anni, ammette con una punta di ipocrisia, c’è stato un tacito accordo secondo cui “gli americani pagavano per la nostra difesa” e i paesi europei erano più che tranquilli a comprare tecnologie americane come se fossero gelati al supermercato. Ora, sorprendentemente, gli Stati Uniti desiderano che l’Europa diventi un po’ più autonoma. Strano, vero? Chi l’avrebbe mai detto! Ma, naturalmente, devono rimanere “in sintonia” con la NATO e non fare i musoni.

Roberto Cingolani ha confessato:

“Non è America contro Europa: si tratta solo di collaborare su basi più simmetriche.”

Numeri e qualche sorriso amaro

Ma veniamo al dunque. Per dare un tocco di serietà a queste mirabolanti dichiarazioni, Leonardo ha appena annunciato un aumento del 18% dei profitti operativi, segnando la rispettabilissima cifra di 1,75 miliardi di euro. Gli ordini in portafoglio sono cresciuti del 14,5%, arrivando a quota 23,8 miliardi, spinti soprattutto dal settore aeronautico. E per farci sentire tutti più tranquilli, il debito netto si è quasi dimezzato, arrivando a circa 1 miliardo di euro.

Naturalmente, il mercato non sembra essere totalmente convinto di questo successo soffiato dal vento dell’autonomia: il titolo in borsa di Leonardo ha chiuso la giornata in calo, con un modesto -2,4%. Forse i mercati, più cinici e meno visionari, dubitano che questa nuova “aggregazione” sia la panacea per tutti i mali. Oppure immaginano già gli interminabili incontri di cabina di regia tra governi europei a decidere chi deve comandare sul prossimo drone invisibile.

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