Che sorpresa: i grandi capi della tecnologia iniziano a preoccuparsi. Sì, proprio quelli che fino a ieri sponsorizzavano l’intelligenza artificiale come la panacea di tutti i mali aziendali, ora stanno sussurrando di una possibile bolla nel settore AI. D’altronde, l’entusiasmo del mercato e i valori azionari stratosferici non potevano che far scattare qualche campanello d’allarme, vero?
Siamo nel magnifico mondo dove si investono capitali a fiumi in aziende che promettono cieli sempre più sereni di intelligenza artificiale, ma qualche ragionevole dubbio affiora: i profitti reali e i ricavi concreti sembrano un dettaglio di scarsa importanza mentre le valutazioni raggiungono vette da record. Peccato che la realtà sia molto più sfumata.
Fino a poco tempo fa, a lanciare l’allarme erano soprattutto i finanzieri: signori come David Solomon di Goldman Sachs e Ted Pick di Morgan Stanley, che tra una pandemia e una crisi geopolitica, si son messi a scommettere contro l’euforia incontrollata delle grandi tech. Insomma, una doverosa sveglia.
Ma è il celebre investitore della “Grande Scommessa”, Michael Burry, a far esplodere il caos con accuse pesanti: secondo lui, i colossi dell’AI e del cloud, i cosiddetti “hyperscalers”, minimizzerebbero le spese di ammortamento sui chip, gonfiando così profitti inesistenti. Non contento, ha pure scommesso contro aziende come Nvidia e Palantir. Una vera festa per gli amanti dello spread e delle crisi.
E nonostante tutte queste cassandre, persino i CEO di aziende impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale si lasciano andare a confessioni inquietanti. Alla conferenza Web Summit di Lisbona, deliri di onestà intellettuale hanno attraversato le interviste con la stampa.
Jarek Kutylowski, a capo della tedesca DeepL, non usa giri di parole:
“Le valutazioni a volte sembrano decisamente esagerate, e si intravedono segnali di una bolla all’orizzonte.”
Non è da meno Hovhannes Avoyan, il CEO di Picsart, che denuncia un’orda di startup AI lanciate come missili verso quotazioni astronomiche… senza nemmeno un soldo di ricavi. “Un vero problema,” ammette candidamente, mentre ironizza sulle imprese appoggiate solo da qualche spiffero di entrate che chiamano “vibe revenue”. Per chi se lo stesse chiedendo, è roba da finta expertise informatica, giusto il famoso “vibe coding” che permette di scrivere codice senza capire nulla.
La domanda di AI cresce ma…
Nonostante tutto questo teatro dell’assurdo, l’industria tecnologica compra biglietti in prima fila per il futuro luminoso dell’AI. David Risher, numero uno di Lyft, ammette tranquillamente che ci troviamo “assolutamente in una bolla finanziaria”. Eh già, non si scherza con tecnologia “incredibile e trasformativa”. Il rischio? Nessuno vuole restare fuori dal giro, mica stupidi.
Il brillante signore va anche oltre, distinguendo tra la bolla finanziaria e la rivoluzione industriale:
“I data center e i processi di creazione dei modelli hanno davanti a sé una vita lunga, perchè sono veramente trasformativi. Rendono la vita delle persone più semplice… dall’altra parte, c’è la parte finanziaria che a volte somiglia a un grosso casinò.”
I vertici tech hanno pure esibito il loro sguardo rivolto al 2026, cercando di far brillare un futuro dove la domanda di AI impazzi tra le aziende. Kutylowski vede “molto interesse e molta domanda” e, come ogni buon venditore, ci ricorda che “l’AI può fare magie in azienda”, migliorare l’efficienza come se fosse una bacchetta magica. Peccato però che molte imprese siano ancora “in difficoltà nell’adottarla”. Tradotto in soldoni: sì, il futuro è bello e rosa, ma non siamo mica ancora al punto di imprimere AI in ogni angolo di ogni ufficio.
Nonostante tutto, DeepL si vanta di un prodotto AI per la traduzione e di un “agente” che dovrebbe aiutare i dipendenti a gestire compiti. Un altro bel progetto che sicuramente finirà nei paragoni con Skynet quanto prima.
Il CFO di Cohere, altro giocatore nella partita AI aziendale, rincara la dose confermando a CNBC che la domanda “è sicuramente presente”. Insomma, un coro univoco di pazzi entusiasti e al contempo saggi pessimisti.
Investimenti principesche, ma dove si va?
Eppure, tra valutazioni inarrivabili e spese folli per infrastrutture, gli investimenti nell’intelligenza artificiale non rallentano un secondo. Un rapporto recentissimo di Accel ci dice che la costruzione di nuovi data center AI toccherà una capacità prevista di ben 117 gigawatt, una quantità che fa impallidire qualsiasi città energetica.
In sintesi, Il mondo delle tech companies si comporta un po’ come quei ragazzi in discoteca che ballano al centro della pista senza nemmeno chiedersi se la musica è ancora suonata o se tutti stanno già uscendo. La domanda vera è: quando questa bolla scoppierà, chi troveremo a ballare da solo nella stanza vuota? Intanto, la festa continua alle spalle di chi magari ci aveva creduto troppo.
In questo 2024, le grandi firme della tecnologia hanno già scatenato una gara al rialzo: Nvidia e OpenAI si sono lanciate in accordi miliardari, a caccia di espandere la capacità dei centri dati sparsi per il mondo. Alla faccia della sostenibilità e del risparmio, ovviamente. Tutto per tenere il passo con una domanda che sembra avere lo slancio di un treno in corsa senza freni.
Philippe Botteri, partner della stessa Accel, ha individuato tre ragioni d’oro dietro questa pioggia di dollari: modelli AI sempre più potenti che vogliono essere addestrati su impianti colossal, nuove applicazioni di servizi AI che si stanno diffondendo come l’erba cattiva e, immancabile, la tanto propagandata «rivoluzione agentica» nelle imprese.
A proposito, per i meno aggiornati: «agentic» è quel termine fighissimo che indica i cosiddetti assistenti AI capaci di svolgere compiti da soli, come se avessero una mente (o almeno fingessero di averla). Perfetti per chi ama delegare la vita a un robot.
La festa delle illusioni (e dei superflui)
Ma attenzione, non tutti bevono questa pozione magica senza sorgere qualche dubbio. Ben Harburg, managing partner di Novo Capital, si mette il cappello dello scettico e decide di smontare la narrazione. Secondo lui, il coro unanime degli investimenti faraonici sarebbe, diciamo così, una grossa bolla pronta a scoppiare, una bolla che puzza di esagerazione già da lontano.
Harburg mette le mani avanti con una dichiarazione che sembra il resoconto di un investigatore di realtà: «Sentiamo questi numeri da capogiro sull’energia necessaria, sul numero di chip da produrre, ma, a mio avviso, stiamo assistendo più a un’illusione collettiva sulla capacità dei data center che a una realtà tangibile sul prodotto». E l’affondo finale riguarda persino Sam Altman, il volto noto di OpenAI, che – a detta del nostro polemico esperto – probabilmente ammetterebbe in privato che meno chip, meno capitale e meno energia sono realmente necessari rispetto a quanto detto in pubblico.
Quindi, in sintesi: mentre giocano a chi spara la cifra più alta, qualcuno ricorda che magari sarebbe il caso di abbassare il volume e chiedersi se tanta abbondanza di soldi e risorse non sia solo lo specchio di una mania collettiva. Un po’ come quando a scuola tutti urlavano che la prof era severa, ma poi scoprivi che si trattava solo di qualcuno con la fobia del rigore.
Un mercato in bilico tra sogno e realtà
Dietro questa gigantesca macchina economica, fatta di investimenti e aspettative, si nascondono però questioni non da poco: la sostenibilità energetica di certi numeri è una battaglia persa in partenza? Gli introiti preventivati giustificano davvero l’immane capitale investito? E soprattutto, chi ci guadagna oggi, e chi ci rimette domani?
Il rapporto Accel proietta un futuro roseo, quasi utopico, ma il dissidente Harburg ci ricorda che è più facile entrare in scena con grandi proclami, che realizzare quel futuro senza scoppiare di bolla. L’ennesimo fenomeno tech dove il consenso si costruisce a colpi di cifre stellari, mentre le basi solide tendono a risolversi in sabbie mobili.
In ogni caso, è confortante sapere che, almeno nel 2024, qualcuno si prende la briga di mettere una mano sull’entusiasmo sfrenato della Silicon Valley e dei suoi emuli globali. Chissà se poi basterà a fermare la corsa al massacro della spesa, o se sarà solo un rumore di fondo nell’era delle superstar dell’IA e del potere dei dati senza freni.



