Nel magico mondo del governo del Regno Unito, dove le misure drastiche sono sempre a portata di mano, si sta chiudendo una “scappatoia” legislativa nella nuova legge sulla sicurezza online. E indovinate un po’? Gli intraprendenti chatbot di intelligenza artificiale potranno finalmente essere messi sotto controllo, obbligati a combattere materialicolo illegale, pena multe salate o, perché no, un blocco totale.
Tutto è iniziato dopo l’attacco frontale del governo al tanto amato (ma evidentemente traballante) Elon Musk e il suo social X, colpevole di ospitare contenuti sessuali espliciti generati dal suo chatbot Grok. A quel punto il primo ministro Keir Starmer ha deciso che basta perdere tempo e che piattaforme come OpenAI ChatGPT, Google Gemini e Microsoft Copilot dovranno sottostare al famigerato “Online Safety Act”. Tradotto: se non vogliono trovarsi nei guai, devono mettersi a regime e rimuovere materialo illegale altrimenti… beh, le conseguenze saranno inevitabili.
Ricordiamoci che non è la prima volta che il buon Musk finisce sotto la lente di ingrandimento. La Commissione Europea, tanto per fare un esempio, ha avviato un’indagine nel gennaio scorso proprio su X a causa della diffusione di immagini sessualmente esplicite riguardanti bambini e altre persone. Ovviamente, Starmer non ha perso tempo a chiedere che tutto ciò venga fermato il prima possibile.
Nel mentre, Ofcom, la vigilanza mediatica britannica, ha aperto un’inchiesta sulle stesse accuse riguardo a X e la diffusione di tali contenuti indegni. Insomma, un coro unanime di sdegno e azione “risolutiva”.
Keir Starmer ha affermato:
“L’intervento su Grok ha mandato un messaggio chiaro: nessuna piattaforma avrà un lasciapassare gratuito. Stiamo chiudendo quelle scappatoie che espongono i bambini al pericolo e stiamo preparando il terreno per ulteriori provvedimenti.”
Durante un discorso trionfale, Starmer ha illustrato nuovi e tanto agognati poteri che vanno da limiti d’età minimi per le piattaforme social, al bando di caratteristiche dannose come lo scroll infinito, fino a limiti drastici sull’uso di chatbot AI da parte dei bambini e fino al ridurre l’accesso ai famigerati VPN.
Una delle “perle” dei nuovi divieti? Le aziende dovranno conservare i dati online anche dopo la morte di un bambino — naturalmente, solo se l’attività digitale ha qualche relazione con la prematura dipartita. Perché niente dice “riposo eterno” come un archivio digitale inviolabile.
Starmer ha spiegato ulteriormente:
“Stiamo agendo per tutelare il benessere dei bambini e aiutare i genitori a destreggiarsi nella giungla dei social media.”
Naturalmente, quando un avvocato specializzato nel settore tecnologico come Alex Brown di Simmons & Simmons parla, bisogna prestare attenzione. Brown sottolinea che questo annuncio mostra un approccio tutto nuovo che il governo britannico sta adottando nei confronti di una tecnologia in evoluzione rapidissima.
Brown spiega che, storicamente, i legislatori sono stati più propensi a regolamentare gli usi specifici della tecnologia piuttosto che la tecnologia stessa — perché, si sa, una legge sulle “app” rischia di essere vecchia prima ancora di entrare in vigore. L’intelligenza artificiale generativa, in particolare, mette in crisi l’“Online Safety Act” che si concentra più sui servizi anziché sulla natura intrinseca della tecnologia.
Sul cambiamento di rotta, Brown osserva:
“Il governo vuole affrontare i pericoli derivanti dal design e dal comportamento intrinseco delle tecnologie, non soltanto dai contenuti prodotti dagli utenti o dalle caratteristiche delle piattaforme.”
Ovviamente, la “fine del mondo” social per bambini e adolescenti è un tema scottante ultimamente. Non manca chi indica come responsabile il deterioramento della loro salute mentale e benessere. Nel dicembre scorso, infatti, l’Australia ha deciso di giocare d’anticipo vietando ai minorenni di 16 anni l’accesso ai social media. Via libera quindi a metodi di verifica dell’età a base di documenti d’identità o dettagli bancari, una vera goduria per la privacy.
Lo stesso vale per la Spagna, che pochi giorni fa ha applicato il medesimo divieto, mentre Francia, Grecia, Italia, Danimarca e Finlandia stanno valutando di immergersi nella stessa giungla burocratica e sociale.
Il Regno Unito, sempre in cerca di non farsi trovare impreparato, ha lanciato a gennaio una consultazione pubblica proprio su questo divieto ai minori di 16 anni e, ciliegina sulla torta, la Camera dei Lord — ammesso che qualcuno ricordi ancora a cosa serva — ha votato per includere questo divieto nel «Children’s Wellbeing and Schools Bill». Adesso la palla passa alla Camera dei Comuni, la quale, se deciderà di dare l’assenso, metterà la firma su un vero e proprio regolamento “antibambini” social.



