Bisogna ammettere che, finalmente, la Regione Lazio ha deciso di mostrare i muscoli, proponendo un bel pacchetto di risorse FESR per il glorioso biennio 2026-2027: un miliardo e 140 milioni di euro destinati alle imprese della regione. Per il solo 2026, invece, sono pronti ben 640 milioni — roba da far impallidire qualsiasi bilancio comunale militante tra le decine di milioni.
Quest’oggi, venerdì 16 gennaio 2026, presso la Sala Tevere nella mitica sede di via Cristoforo Colombo 212 a Roma, si è svolto lo show chiamato “Il Lazio che Cresce 2026”. Un evento tanto atteso, dedicato a rassicurare sul fatto che il Programma FESR 2021-2027 sta andando avanti spedito e che – udite udite – la Regione vuole sostenere a dovere il sistema produttivo locale. Restate seduti, il meglio deve ancora venire.
Nel corso della conferenza da Oscar si sono dati appuntamento i soliti protagonisti: il Presidente Francesco Rocca, l’inflessibile Vicepresidente e Assessore allo Sviluppo economico Roberta Angelilli, la direttrice dell’Autorità di Gestione del PR Lazio FESR Tiziana Petucci, il capostipite di Lazio Innova Francesco Marcolini, e vari presidenti di categoria come Giuseppe Biazzo di Unindustria, Alessandro Sbordoni di Federlazio, Massimo Tabacchiera di Confapi, e ovviamente non potevano mancare Antonio Ciucci dei costruttori romani e Lorenzo Tagliavanti dalla Camera di Commercio di Roma. Un vero parterre de rois dell’economia laziale.
Durante la fiumana di slide e numeri ben riportati, è stato sottolineato come il Lazio stia procedendo con passo sicuro nell’utilizzo dei fondi FESR, grazie a un modello di intervento dall’equilibrio quasi perfetto: unendo fondi a fondo perduto e strumenti finanziari. L’obiettivo? Incensare la ricerca, coccolare l’innovazione, digitalizzare ogni cosa e spingere le imprese a varcare i confini, purché non si allontanino troppo dal latino dolce far niente.
Per il biennio 2026-2027, la Regione si fa in quattro: mette a disposizione 1,14 miliardi di euro, di cui 640 milioni solo nel 2026. Ecco il magico mix che compone questa cifra: 530 milioni provengono dall’indomabile fonte europea, 100 milioni emergono dal DPCM dedicato alla reindustrializzazione (che sarà mica un gioco da ragazzi?), e 10 milioni… beh, quelli arrivano dalle casse regionali, giusto per dare un tocco di “impegno diretto”.
Ma non finisce qui! Si mantengono in cartellone premi come i voucher per l’internazionalizzazione e la digitalizzazione, oltre al famoso bando STEP, dedicato alle tecnologie cosiddette “strategiche e critiche” (per non farsi mancare nulla, destinato pure alle grandi imprese, ché mica si possono dimenticare i colossi). In più, la provvista della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) arriva a ben 120 milioni, mentre le misure di reindustrializzazione si fanno sempre più fantasiose. Il tutto condito da progetti innovativi ad hoc per giovani professionisti e imprenditori, perché si sa, la gioventù è il futuro (o almeno così si spera).
Si raggiunge il vertice dell’edonismo finanziario quando si scopre che il Venture Capital regionale si espande fino a raggiungere una cifra da capogiro: 140 milioni di euro. Un record, a quanto pare.
Francesco Rocca, Presidente della Regione Lazio, ha voluto mettere il punto con una dichiarazione degna di nota:
«La Regione Lazio per il periodo 2026-2027 attiverà nuove risorse per le imprese per un totale di un miliardo e 140 milioni di euro. Il Lazio conferma una strategia chiara e una capacità solida di impiegare efficacemente le risorse europee, sostenendo innovazione, competitività e attrazione di nuovi investimenti».
Immediatamente dopo, la vicepresidente Roberta Angelilli ha fatto un ulteriore (più o meno) entusiasta appello:
«Il 2026 è un anno decisivo per gli investimenti a favore delle imprese, un periodo in cui attiveremo misure mirate e complementari a favore dei settori più tradizionali e di quelli più innovativi, accompagnando le imprese verso nuove opportunità di crescita e apertura internazionale. Saranno disponibili circa 640 milioni di euro, 260 a fondo perduto e 390 milioni in strumenti finanziari e accesso al credito, oltre a 10 milioni di risorse del bilancio regionale sugli investimenti».
Il più entusiasta di tutti, però, sembrava essere il Presidente di Unindustria Giuseppe Biazzo, che non si è fatto pregare per sottolineare la “complessità” della congiuntura economica e politica, che però con grande ottimismo avrebbe dovuto spronare più di tutti a “massimizzare l’impegno condiviso” e a trasformare il Lazio nell’ennesima regione da manuale dell’attrattività per le imprese.
In buona sostanza, dopo ore di conferenze, si disegna un quadro a tinte forti: sì, i fondi ci sono, la strategia pure, i volti istituzionali anche. Non resta che aspettare di vedere se queste promesse di crescita sostanziale si tradurranno davvero in qualcosa di tangibile o se finiranno come sempre in qualche slancio burocratico condito da lunghi comunicati stampa e sfarzosi eventi digitalizzati.
Che sorpresa: a quanto pare, qualcuno pensa ancora che gestire i Fondi europei dalle Regioni sia la panacea di tutti i mali. Evidentemente dimenticano che spostare tutto il centro decisionale al livello nazionale è la strada maestra per complicare ulteriormente una burocrazia già di per sé da Guinness dei primati. Ma certamente, concentrare il potere dovrebbe funzionare… se vuoi vedere le politiche industriali e del lavoro territoriali sgretolarsi come castelli di sabbia sotto una tempesta di cavilli.
E non finisce qui: si insiste che il FESR debba continuare a fissare lo sguardo solo sulle imprese. Innovazione, competitività, investimenti produttivi, insomma il solito mantra da manuale. Perché ovviamente il ruolo delle grandi aziende, sedute al tavolo da leader indiscusse, è il solo modo per far brillare le filiere industriali regionali. Le piccole e medie imprese? Ah, loro sì che meritano investimenti, ma solo come contorno. E poi, vietato dimenticare la mitica sinergia tra FESR, FSE e le iniziative del PNRR, con Digital Innovation Hub e il famigerato Rome Technopole a fare da figuranti in questo spettacolo del “far finta di fare”.
Obiettivi e realtà: un cocktail da manuale
Parliamo pure di innovazione, occupazione di qualità, crescita dimensionale e internazionalizzazione, gli immancabili indicatori “sacri” del modello di sviluppo del Lazio, come se un piano industriale potesse magicamente cambiare la realtà prescindendo dalle condizioni tangibili. Nel frattempo, si prospettano interventi a tutto campo sulle aree industriali: infrastrutture – perché senza c’è da morire –, reti digitali – ovvio che ci servono –, gestione sostenibile delle risorse idriche e riuso delle acque, perché in fondo la natura aspetta solo che le facciamo qualche bel regalo tecnologico.
Il tutto sotto l’egida del Consorzio Industriale, quell’istituzione che dovrebbe risolvere grane e nodi, a meno che non stia troppo impegnata a far girare carte e protocolli. Ah, la qualità dell’azione pubblica e la rapidità amministrativa: due concetti quasi mitologici, raramente messi in pratica. Si cita la ZLS (Zona Logistica Semplificata) come possibile turbo per i processi, salvo poi constatare che “occorre renderla pienamente operativa in tempi rapidi”. Tradotto: tutti sanno che sarà un lungo percorso a ostacoli, ma il mantra della velocità non si tocca, così almeno si passeggia con l’illusione del progresso.



