L’Avana si prepara alla spettacolare parata di aiuti globali mentre Trump prova a tenere il blocco in piedi

L’Avana si prepara alla spettacolare parata di aiuti globali mentre Trump prova a tenere il blocco in piedi

“Che emozione sfiorare finalmente Cuba, il Convoglio si è unito al gran completo! Dopo aver attraversato quattro continenti, possiamo finalmente abbracciarci per spezzare questo ludico assedio medioevale!” Con queste parole, Martina Steinwurzel, dall’alto della sua saggezza come guida dell’Agenzia Interscambio Culturale ed Economico con Cuba (AICEC), ci racconta l’arrivo a l’Avana della Granma 2.0, il mitico convoglio partito il 21 marzo dal Messico. Scopo? Contrastare quel fastidioso blocco energetico imposto, chi l’avrebbe mai detto, dagli Stati Uniti. Un carico di ben 30 tonnellate di aiuti per la popolazione – perché niente dice “solidarietà” come portare aiuti fisici in pieno XXI secolo – con una delegazione italiana composta dalla stessa Steinwurzel, insieme a Umberto Cerutti e Paolo Tangari, sempre di AICEC, e un esponente dei Camalli di Genova, che probabilmente erano in cerca di un po’ di azione oltre i soliti container portuali.

Un assedio medioevale nel cuore dell’America Latina

Ecco servita la più classica delle narrazioni: una nazione dall’epoca post-rivoluzionaria contesa e “assediata” come se fossimo ancora nel 1962 durante la crisi dei missili e non nel pieno del 2026. Una volta si parlava di embargo, ora si chiama blocco energetico, un po’ come cambiare etichetta al vino scadente sperando di venderlo meglio. Il tutto condito da una missione umanitaria a bordo di una spedizione che ricorda più un’operazione da film d’avventura, con tappe esotiche e un’eccentrica carovana che “viene in soccorso” di Cuba. Nel frattempo, dalle solite stanze delle istituzioni europee filtrano silenzi imbarazzati e sorrisi diplomatici, mentre l’“embargo” prosegue imperterrito in nome della geopolitica e dei giochi di potere.

La grande ironia del “convoglio della solidarietà”

Un convoglio che parte dal Messico, con fermi a Europa e Africa, per consegnare aiuti “in presenza” che sarebbero certo più efficienti se ampliati a sistemi di collaborazione più pratici, ma tanto, perché preoccuparsi di reale efficacia quando si può sfoggiare un gesto spettacolare? La politica del gesto emblematico, dell’#InstagramReady, del “guarda come siamo buoni”, è sempre vincente. Perché il blocco dovrebbe essere spezzato da una passeggiata di zattere cariche di tonnellate di aiuti? Mistero. Forse qualcuno si è dimenticato di dire che i tempi della Guerra Fredda sono finiti, ma il teatro delle grandi presenze simboliche continua a offrire il suo spettacolo indelebile.

In fondo, non è la prima volta che vediamo così tanta umanità schierarsi su scene da surrealismo politico, mentre le vere crisi latitano nel backstage e i problemi veri restano intatti. Se qualcuno pensava che una carovana avrebbe potuto cambiare l’imposizione di un potere mondiale con la sola forza del cuore, beh, forse è il caso di tornare a studiare storia e realpolitik con più serietà.

Il teatrino degli aiuti e il circo diplomatico

Immancabile la scelta dei personaggi: attivisti convinti, “esponenti” qui e là, delegazioni italiane e non, tutti pronti a declamare la parabola dell’eroismo antiembargo. Se non fosse tragico, sarebbe uno sketch da cabaret geopolitico. Come se fosse possibile “abbracciare” una nazione intera attraverso tonnellate di aiuti che, ironia della sorte, difficilmente giungeranno nelle mani della popolazione senza il filtro fortemente politicizzato dell’isola e i noti intoppi burocratici.

Il tutto mentre le istituzioni globali voltano la testa e la scena rimane saldamente nelle mani di un confronto tra superpotenze che fa ormai ridere per quanto è datato. E così, dietro slogan emozionanti e manifestazioni di solidarietà nostrana, la logica del blocco prosegue, anzi si rafforza, mentre il “convoglio della speranza” diventa solo un simpatico siparietto per chi ha bisogno di credere che si possa ancora cambiare il mondo a colpi di caricamenti portuali.

In sintesi, il convoglio si presenta come un’apologia dell’utopia, una fiaba moderna per chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno in un panorama geopolitico zeppo di ambiguità e retoriche di comodo. Un gesto simbolico che fa tanto “nobile missione”, ma lascia il sapore di un atto di presenza più che di reale impatto.

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