Un pomeriggio da incubo degno di un film horror per moda ferroviaria, con circa trecento passeggeri intrappolati senza preavviso a bordo di un treno Trenord nel cruciale nodo di Milano. Verso le 15:30 di giovedì 25 giugno, proprio quando la gente sognava di arrivare a casa o a lavoro, il convoglio ha deciso di prendersi una pausa rigenerante, bloccandosi bruscamente all’altezza di piazza Sire Raul, praticamente a due passi dalla stazione di Milano Lambrate.
Diciamocelo: nessun guasto tecnico di rilievo, nessun incidente drammatico… solo un improvviso e inspiegabile stop a pochi metri dalla meta, come se il treno avesse pensato “Oggi non mi va di lavorare”. Naturalmente, senza alcuna comunicazione utile ai poveri passeggeri ignari, il che aggiunge un tocco di incompetenza degno della miglior tragicommedia italiana.
Se siete amanti del brivido, immaginate la scena: gente accaldata, visibilmente infastidita, che cerca disperatamente una notizia o un segnale che indichi una soluzione, mentre il tempo scivola via lentamente. La cara vecchia puntualità italiana, davvero un mito. E no, non si tratta di un episodio isolato, ma di uno spettacolo del tutto prevedibile nell’organizzazione di Trenord.
Il solito teatrino dell’incertezza
Questa volta, il protagonista è un convoglio che ha deciso di saperne meno di tutti, senza curarsi minimamente della presenza di centinaia di persone da qualche parte dentro quei vagoni. Nessuna spiegazione ufficiale immediata, nessun messaggio rassicurante, niente di niente. Si potrebbe pensare a una provocazione, o forse a un esercizio di pazienza forzata meglio di un qualsiasi corso di mindfulness.
Nei casi meno drammatici, qualcuno si affaccia dal finestrino a chiedere scusa per l’attesa, ma ieri il silenzio è stato d’oro. Siamo tutti abituati a scenari simili, nel meraviglioso mondo dei trasporti regionali. Non esattamente un esempio di efficienza, nemmeno ai tempi delle carrozze a cavalli.
Passeggeri: nemmeno l’acqua, grazie
Immaginatevi nello scompartimento: senza aria condizionata, con una temperatura africana, senz’acqua o incaricati a distribuire qualche bottiglia. L’esperienza, ciliegina sulla torta, si è trasformata in una prova di sopravvivenza in miniatura, dove i passeggeri si sono scoperti eroi involontari della pazienza e della civilità. E se qualcuno ha osato lamentarsi, be’, è stato praticamente visto come un visitatore alieno in quello strano habitat umano.
La vera chicca? Trenord ha avuto da ridire sul traffico ferroviario congestionato, una vera giustificazione da manuale per giustificare un blocco senza spiegazioni. Roba da fargli vincere un premio per l’assurdità amministrativa. Macché incidenti, macché imprevisti catastrofici: solo una bella paralisi volutamente omertosa.
La politica e il solito scaricabarile
Le autorità locali, facendo leva sul solito teatrino del “facciamo molto ma potremmo fare di più”, si sono impegnate in comunicati congestionati da slogan. Nessuna proposta concreta, solo un blablabla istituzionale che avrebbe fatto ridere pure un bambino alle scuole elementari, se non fosse stato tragico per i malcapitati.
La morale è che in Italia se qualcosa può andare storto, lo farà sicuramente, e con stile. E a rimetterci sono sempre i soliti cittadini, che pagano il biglietto, attendono, sudano, si disperano e spesso non ricevono nemmeno un “scusate il disagio”. Applausi per un’autentica opera d’arte italiana nel campo dell’organizzazione e del rispetto del viaggiatore.



