Ah, l’Europa che si sbraccia per i diritti delle donne, come se fosse una novità epocale. Il Comitato per i Diritti delle Donne e l’Uguaglianza di Genere (FEMM) ha approvato una bozza di risoluzione – con un’onesta maggioranza di 26 voti a favore, 12 contrari, e nessun astenuto, così da essere ben “democratici” – per sollecitare la Commissione Europea a fare qualcosa in merito all’iniziativa “My Voice My Choice: per un aborto sicuro e accessibile”. Ovvero, una specie di “facciamo finta che ogni donna abbia già accesso libero e incontrollato alla sua salute riproduttiva”.
Nel documento, naturalmente, si sottolinea come tante donne nel vecchio continente abbiano ancora difficoltà a ottenere un aborto sicuro e legale. No, davvero? Con tutto il progresso occidentale, sembra quasi che alcuni Stati membri si divertano a mettere ostacoli legali e pratici come se fossero un gioco per sadici burocrati. Gli eurodeputati invocano quindi una riforma delle leggi abortive nei paesi europei, magari ispirandosi a quei sottili standard internazionali sui diritti umani che tanto amiamo nominare, soprattutto quando fa comodo.
E non finisce qui. Nel perfetto spirito di “solidarietà finanziaria” – tradotto: mettiamo dei soldi pubblici in una scatola comune per spalmare i costi in tutta la UE – la bozza chiede alla Commissione di creare un meccanismo finanziario volontario, apertissimo a tutti gli Stati, così che possano coprire le spese di chi ancora non può permettersi un aborto legalmente e serenamente nei rispettivi paesi. Perché, si sa, niente è più rassicurante di dipendere dai fondi comuni europei, soprattutto quando si tratta di libertà personale.
Gli europarlamentari, ovviamente, si ergono a paladini della salute sessuale e riproduttiva – con l’universale richiesta di potenziare le politiche a tutela dell’autonomia corporea e dei diritti universali: informazioni, contraccezione a basso costo, aborto sicuro e legale, assistenza materna. Una lista di buone intenzioni che suona come una ninna nanna da consiglio di amministrazione, più che una soluzione concreta.
Mentre lamentano “l’aumento della reazione negativa” contro i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, inclusi “attacchi” ai difensori di tali diritti e la preoccupante crescita di movimenti anti-genere, si fanno fortezze morali contro chiunque osa mettere in discussione l’ideologia dominante. Naturalmente, ogni critica diventa subito “attacco” o “retrocessione” – parola magica per chi vuole farci piangere tutti insieme nel coro della vittima perpetua.
Con la famigerata “domanda orale” alla Commissione Europea, i parlamentari si apprestano a preparare il palco per un dibattito in plenaria – tanto per fare vedere che si parla, si discute e magari si vota qualcosa di chiaro – su come Bruxelles intende seguire questa brillante iniziativa. Seguirà ovviamente un voto in cui si determinerà se tutto questo teatro potrà andare avanti o sarà un altro bel “fumogeno” da palazzo.
Abir Al-Sahlani, la relatrice svedese del gruppo Renew, a votazione conclusa non ha trattenuto l’entusiasmo:
“Nessuna donna dovrebbe essere costretta a lasciare il proprio paese solo per esercitare i propri diritti umani. L’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva è un diritto umano fondamentale. Questo voto è una vittoria enorme per chi ha sostenuto il movimento ‘My Voice, My Choice’. Dimostra che quando le persone si mobilitano e agiscono, possono spingere l’Europa a mantenere le promesse. È la prova che la nostra Unione può difendere sia la libertà di scelta delle donne, sia il rispetto delle leggi nazionali. Questa iniziativa mostra cosa è possibile quando cittadini e istituzioni uniscono le forze per spingere l’uguaglianza e la democrazia.”
Prossimi Passi: Un Meglio da Venire
Ovviamente, la tanto discussa domanda orale e la risoluzione saranno i piatti forti di una futura sessione plenaria, con dibattito e voto in diretta. E per non farci mancare nulla, è già fissata una “udienza pubblica” per il 2 dicembre 2025, perché la democraticità vuole anche il suo momento di spettacolo in Parlamento.
Un Gioco di Numeri e Firme
Ricordiamoci che il tutto parte da un’iniziativa popolare europea sottoposta il 1 settembre 2025, quando la Commissione, dopo aver raccolto un milione di firme verificate, ha ben pensato di dichiararla “valida”. Fin qui, la democrazia partecipativa funziona alla grande. Ma sarà davvero sufficiente mettere pezze burocratiche a problemi vecchi come il mondo? Forse, l’Unione Europea si è svegliata un po’ tardi per guidare un cambiamento reale.
Insomma, l’ennesimo capitolo di un dramma culturale e politico che continua a far parlare, goffamente, di diritti, autonomia, e uguaglianza. Ma tra risoluzioni, dichiarazioni roboanti e qualche milione di firme, chissà quante donne in più otterranno davvero quello che da decenni reclamano: il più semplice dei diritti, senza alzare bandiere, scendere in piazza o dover fare viaggi transfrontalieri solo per poter scegliere liberamente.



