Non si tratta di una passeggiata sul Loch Ness, ma di una strategia da 1,5 miliardi di sterline (quasi 2 miliardi di dollari) per finanziare investimenti infrastrutturali – e naturalmente, tutto dipende da come andranno le elezioni parlamentari del prossimo maggio. Com’è noto, la Scozia fa parte del Regno Unito, ma ha la parvenza di una nazione devoluta con un parlamento tutto suo, limitate capacità fiscali e ovviamente la maturità di necessitare ancora della mano protettrice del governo di Londra sul grande gioco macroeconomico.
Mercoledì scorso, le prestigiose agenzie di rating S&P Global e Moody’s hanno concesso alla Scozia il suo primissimo giudizio creditizio: sorpresa delle sorprese, a livello UK e superiore, manco a dirlo, a quello di Spagna, Italia e Giappone. Praticamente un invito a nozze per gli investitori.
John Swinney, il Primo Ministro scozzese, ha commentato con il consueto candore:
“Gli alti rating del Governo scozzese sono la prova delle solide istituzioni di Scozia, della nostra fama di gestione fiscale impeccabile e di un ambiente davvero amico del business.”
Non pago, ha aggiunto che i bond, simpaticamente soprannominati “kilts” (perché ogni buon scozzese dovrebbe camminare con questo simbolo al fianco persino in politica finanziaria), rappresentano il passaggio verso “un futuro prospero in cui il nostro Paese si prende finalmente la responsabilità delle proprie scelte”. Parole che suonano un po’ come un invito a un’indipendenza finanziaria piena, pur rimanendo ancora dentro la ciotola della famiglia UK.
Ovviamente, gli investitori dovranno aspettare condizioni di mercato serene e tranquille, e nel frattempo la burocrazia bancaria farà sentire la sua presenza nella scelta delle banche che devanceranno il prossimo governo scozzese. Insomma, un balletto temporale con poche certezze ma grandi speranze.
A dire il vero, la Scozia ha ottenuto il permesso di emettere i suoi bond quasi dieci anni fa, ma fino ad oggi si è accontentata di soldi presi in prestito dal Fondo nazionale prestiti del Regno Unito. Sicché era ora di farsi notare pubblicamente sul mercato e aspirare persino a far salire il profilo degli investimenti esteri.
Il miraggio di un paradiso per investitori
L’esperto finanziario Angus Macpherson, ex co-presidente di un panel investitori, si è lasciato andare a questa brillante analisi:
“È senza dubbio un passo avanti che dimostra quanto la Scozia voglia risultare più attraente per gli investitori.”
L’enorme società di consulenza contabile EY ha avuto l’onore di consigliare il governo scozzese su come muovere i suoi quanti – e sembra che il tutto stia prendendo forma. Però, si sa, ogni fiaba ha le sue sfumature.
Indipendenza scozzese: l’elefante nella stanza
Naturalmente, le agenzie di rating non potevano esimersi dal ricordare la natura delicata della situazione: la Scozia gode del rating perché è ancora parte del Regno Unito, con tanto di istituzioni “di supporto” e politiche finanziarie “prudenziali”.
S&P Global, pragmaticamente, ha ammonito:
“Potremmo abbassare il rating se la Scozia dovesse avventurarsi seriamente verso l’indipendenza dal Regno Unito.”
Ovvero: “Fate pure la vostra sceneggiata di autonomia, ma non allontanatevi troppo dal giro, altrimenti vi toccherà pagare il prezzo.”
L’agenzia ha anche sottolineato che la Scozia continuerà a ricevere un corposo assegno dal Regno Unito – una specie di stipendio garantito per coprire spese, infrastrutture e sogni di gloria finanziaria. Questa fregatura, chiamata block grant, è praticamente una boccata d’ossigeno sotto forma di danaro che tiene la nazione virtualmente a galla.
Ancora meglio: secondo S&P, l’indebitamento della Scozia sarà contenuto entro il 10% delle entrate operative fino al 2027, una cifra quasi da manuale di finanza per governanti che vivono sul filo del rasoio.
Dall’altra sponda, Moody’s avverte che un downgrade del rating sovrano britannico prenderebbe inevitabilmente a cascata l’effetto della Scozia, come una reazione a catena di rapporti di credito ben calibrati.
E se magari il bilancio si squilibrasse per un’esplosione di spesa o un taglio drastico al contributo UK, allora il rating prenderebbe un’altra strada in discesa. Moody’s mette le mani avanti e spiega che, benché il loro scenario di base non includa l’indipendenza scozzese, questa sì che potrebbe mettere pressione al ribasso lasciando in eredità un incubo istituzionale di incertezza totale.
In sostanza, la Scozia si gode il suo rating da fiaba all’interno del Regno, ma appena prova a fare sul serio con la storia dell’indipendenza, tutti a puntare i piedi e ricordare al popolo la dolcezza della dipendenza economica.
Ah, la Scozia, quel piccolo gioiello britannico che, nonostante tutto, è ancora incantata dal sogno di un’indipendenza che sembrava svanita nel referendum del 2014, quando gli elettori, per un soffio, hanno detto “no grazie”. Ma non fatevi illusioni: il governo di John Swinney insiste ancora a voler inseguire la chimera di un’indipendenza che, per loro, sarebbe una manna dal cielo.
Secondo Swinney, la Scozia non è certo un paese povero. Anzi, è “ricco” e pieno di potenziale, peccato che la gente fatichi a mettere insieme pranzo e cena. E sapete chi è colpevole? Ovviamente Westminster, con le sue “scelte drammatiche” come l’austerity e, dulcis in fundo, la decisione di uscire dalla Unione Europea. Giusto per chiarire bene dove mettere la croce della colpa.
Vi sembrano discorsi già sentiti? Sono perfettamente in linea con quel copione stile piagnisteo che da anni accompagna la politica scozzese: la colpa di tutti i mali è sempre di qualcun altro, mai di chi governa direttamente o della realtà dei fatti economici.
Il miracolo economico… o no
Ecco la chicca: l’economia del Regno Unito si è impantanata a un clamoroso +0,1% di crescita nel terzo trimestre di quest’anno, molto meno di quanto previsto dagli esperti (che, magari, avevano buttato giù qualche numero senza troppe pretese). Invece, ecco la sorpresa—una stagnazione che sembra la colonna sonora perfetta per le nostre crisi moderne.
Nel frattempo, la ministra delle Finanze Rachel Reeves sembra pronta a dare una bella stretta sul portafoglio dei cittadini, aumentando le tasse proprio nel bel mezzo di una crisi del costo della vita che ha fatto sembrare i tagli pandemici solo un antipasto. Da non perdere, poi, il capolavoro dei costi di indebitamento del Regno Unito, che ha raggiunto livelli da brividi: il rendimento dei bond a 30 anni oltre il 5%, roba da far scappare i soldi con la coda tra le gambe.
La Scozia indipendente: un sogno costoso
Il governo di Swinney ci vuole far credere che con l’indipendenza si entrerà nel paradiso terrestre, ma nel frattempo il quadro economico fa storia a sé: cresciuta a rilento, tasse in aumento, inflazione alle stelle e debito pubblico che ride sommessamente dietro le quinte. Un vero spettacolo da non perdere, se vi piace guardare il crollo dall’interno.
Ci raccontano di una Scozia potenzialmente ricchissima, che però non riesce a stare a galla per colpa di un Westminster cattivone, ma dimenticano di sottolineare che un’indipendenza affrettata potrebbe solo amplificare questi problemi, magari trascinando tutta la popolazione in un baratro finanziario di proporzioni olimpiche.
Insomma, una strategia perfetta se il vostro obiettivo fosse una crisi senza precedenti, ma decisamente meno brillante se puntate a un futuro prospero e sicuro.
Potremmo dire che la Scozia sta remando controcorrente: da una parte un’economia precaria, dall’altra una politica che ha scelto di scommettere tutto su un’autonomia che più che libertà rischia di diventare una comoda scusa per scaricare colpe.
E intanto, tra i titoli di Stato che si impenneranno e i cittadini che si stringeranno la cinghia, lo spettacolo continua, con pochi applausi e tanta ironia amara. Che spettacolo incredibile, davvero.



