La Russia promette di alzare il tiro dopo il teatrino droni di Kiev su Mosca

La Russia promette di alzare il tiro dopo il teatrino droni di Kiev su Mosca

Ah, l’eterna danza della diplomazia contemporanea, dove esplosioni spettacolari sostituiscono eleganti trattative e dove la “massiccia” risposta russa sembra quasi un appuntamento fisso nel calendario bellico. Non è proprio una novità, ma quando si sparano droni come se fossero coriandoli in una festa di piazza, la posta in gioco si fa tutto sommato interessante.

Così, dopo che Kiev ha deciso di scatenare un vero e proprio festival di drones sul cuore di Mosca, con ben quasi 200 mezzi volanti a far saltare la quiete della capitale russa, arriva puntuale la promessa solenne di Mosca: colpi di “gruppo massiccio” e frequenti, una specie di bollettino di guerra che diventa trend sui social. Un po’ come una serie tv, ma con più fumo nero che effetti speciali hollywoodiani.

Il bersaglio? Nulla di meno che un grande petrolchimico di proprietà della mastodontica Gazprom Neft, situato alle porte sud-orientali di Mosca, che, come un simpatico bersaglio da tiro a segno, ha già collezionato diversi “tiri” negli ultimi tempi. Sedici feriti, aeroporti costretti a rimandare il decollo. Insomma, un incubo logistico che di certo non aiuta a tessere quelle trame diplomatiche da cocktail party.

Non sorprende che Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, da un elegante angolo di Kazan, abbia prontamente fatto sapere con tono solenne e calibrato che queste “massicce azioni di gruppo” diventeranno una piacevole consuetudine, un modo per dimostrare che Mosca è “indaffarata” a mantenere alta la prontezza bellica, soprattutto di fronte a quella fastidiosa Kiev che non fa altro che rompere le scatole.

Nel frattempo, gli “amici” ucraini hanno ben presente che colpire le infrastrutture energetiche russe è una mossa strategica e non solo uno scherzetto da ragazzi. Dinamiche di guerra moderne? Forse. Un modo per ridurre i fondi che tengono impantanata la Russia in un conflitto interminabile? Decisamente sì. Eppure, l’ironia è che tutta questa teatralità bellica sembra più un gioco di specchi dove tutti recitano la loro parte, tanto per mantenere alta l’audience internazionale.

Volodymyr Zelenskyy non si lascia certo intimorire e risponde con un post sui social, cercando di giustificare il raid raffinatissimo su Mosca come “ritorsione” per gli attacchi russi a un antico complesso monastico nella sua capitale. Monumenti storici presi di mira? Forse, ma meno clamoroso di quanto si dica, a sentire i fedeli versi di Mosca che negano di aver colpito proprio l’iconico Pechersk Lavra.

Zelenskyy, nella sua veste da novello giustiziere del crimine sovietico, proclama:

“Questa è una risposta pienamente legittima agli attacchi russi contro le nostre città e comunità, un altro prezioso risultato del nostro lavoro contro le strutture che alimentano la macchina di guerra di Mosca.”

In poche parole, ragazzi: precisione e efficacia nelle sanzioni e nei “colpi a medio e lungo raggio”. Certo, l’obiettivo sarebbe chiudere il sipario su questa tragedia, ma si sa, la Russia sembra molto più presa nel mantenere il palco acceso invece di cercare un finale degno.

Non mancano poi i “milblogger”, quei commentatori militari di grido che abitano sui social, pronti a svelare le vulnerabilità dell’impenetrabile scudo aereo russo. Con apprensione quasi teatrale, descrivono il progressivo crollo delle difese, come se la loro patria fosse un castello di carte messo in crisi da un po’ di brezza interna.

Secondo gli osservatori dell’Institute for the Study of War di Washington D.C., la frequenza e la portata degli attacchi ucraini nelle città più protette del Cremlino sono emblematiche: non solo Mosca ma anche San Pietroburgo sembrano avvolte da questa nube di instabilità che la Russia cerca disperatamente di ignorare o censurare.

Nel frattempo, i diplomatici di Mosca restano silenti alle richieste di commenti, un classico gioco a nascondino che però, questa volta, sa tanto di ammissione tacita di difficoltà.

Dall’altra parte, il sempre imprevedibile Donald Trump promette sostegno agli ucraini e, con un’arietta da diplomatico fai-da-te, invita il Cremlino a “fare un affare”. Poco importa se chi hanno perso non si può più contare. Il risultato? Un film in corso, con interpreti che si rincorrono tra dichiarazioni altisonanti e attacchi ad alto tasso di spettacolarità.

Insomma, tra fumi neri che salgono dagli impianti petroliferi, droni come sgusci di lumache in cielo e discorsi dal sapore di propaganda, ci troviamo più che mai immersi nel grande teatro della contraddizione globale. E mentre le città si preparano a nuovi colpi e le parole si fanno sempre più pesanti, noi spettatori rimaniamo a osservare la tragicommedia della guerra, con un pizzico di sarcasmo e tanto, tanto scetticismo.

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