La remigrazione svelata: quando tornare a casa diventa il colpo di genio che nessuno ha chiesto

La remigrazione svelata: quando tornare a casa diventa il colpo di genio che nessuno ha chiesto

C’è un lago in Germania dove, prima di tuffarsi, non serve superare il brevetto di nuoto, ma una sorta di esame linguistico. All’Heidesee, ex miniera a cielo aperto ormai allagata, situata alla periferia di Halle, un addetto all’ingresso valuta se l’ipotetico bagnante abbia un livello di tedesco sufficiente — ovvero abbastanza decente da comprendere le istruzioni di sicurezza. Se il test è un disastro, fuori si resta: niente bagni. La scusa ufficiale? Precauzione, roba seria: «l’acqua è profonda, la riva cade a picco, e la morte, beh, non si può escludere». Pare una cronaca dal caldo estivo, un regolamento in più per un lido preso d’assalto. Ma eccoci al punto: questa piccola pignoleria linguistica arriva dalla Sassonia-Anhalt, regione che a settembre andrà al voto e dove l’AfD sorpassa il 40%. Qui, quella semplice regola nasconde un’ombra ben più cupa: la tanto decantata “remigrazione”.

Non si tratta soltanto di rimettere in ordine qualche irregolarità burocratica o organizzare i rimpatri degli ospiti indesiderati. No, no: la remigrazione è un concetto che va ben oltre, sussurrando espulsioni di massa su base etnica — cittadini di seconda generazione inclusi, mica roba da poco. Per questa corrente di pensiero, ogni straniero che non “si assimila” abbastanza rischia di essere gentilmente invitato a fare le valigie e tornarsene nel “Paese d’origine”. Se gli autoproclamati campioni di giurisprudenza ci mettono tutta la loro buona volontà per presentare la cosa come un meccanismo legale, in realtà questa remigrazione è la faccia pratica della famigerata teoria della Grande Sostituzione, quel macigno ideologico che unisce in un unico abbraccio mortale l’estrema destra di mezzo mondo.

La pietra angolare di questo delirio è “Le Grand Remplacement” (2012), scritto da Renaud Camus, raffinato intellettuale capace di trasformare una teoria da pogrom in letteratura d’alta classe. La sua tragica “verità”? L’”uomo bianco” sarebbe sul punto di essere rimpiazzato da un “tipo umano” meticcio e, udite udite, svuotato. Certo, l’idea del “ricambio” etnico non è esattamente una novità: un mantra risalente agli albori delle teorie razziste che oggi, incredibilmente, fa il giro del mondo come se fosse un’idea fresca e trendy, pronta a conquistare legittimità anche nei salotti buoni del dibattito pubblico.

Da qui si sviluppa tutta la narrazione che sostiene l’esistenza di un’identità “pura” e immutabile, un’essenza immacolata che qualsiasi incrocio culturale sarebbe capace di distruggere. Concetto tanto obsoleto quanto pericoloso, che dal 19° secolo a oggi ha guidato la triste storia di ogni teoria razziale. Ora, però, torna a sorriderci sornione da slogan sempre meno negati, con un’aria di pericolosa normalità.

Una deriva che non è solo tedesca

Facile liquidare tutto questo come una moda passeggera made in Germania, no? Macché. Ecco la bella sorpresa: siamo di fronte a una rete internazionale che collega l’Europa con gli Stati Uniti e persino l’Australia. In meno di due anni, la parola “remigrazione” è passata dallo status di tabù di cui nessuno osa parlare a tema degno di discussione persino nel Parlamento europeo.

Naturalmente l’Italia — mai da meno quando si tratta di accogliere idee “illuminate” — ha fatto il suo ingresso in scena. Nel maggio 2025, nella ridente cittadina di Gallarate, si è svolto il primo “Remigration Summit”, che, grazie all’organizzazione nostrana di Andrea Ballarati, ha ospitato ospiti dell’AfD e della destra radicale francese. Poco dopo, a settembre e in vista delle Regionali, è stato proposto un secondo summit in Toscana.

In queste scenate, il paladino nazionale della remigrazione, Roberto Vannacci, ha concesso il suo benestare. Nel 2025, infatti, da eurodeputato e vice segretario della Lega, definiva la remigrazione come “una battaglia per la libertà e la civiltà” promettendo di portare questa “causa” direttamente a Bruxelles. Nel febbraio 2026, ha abbandonato la coalizione di governo per fondare il partito “Futuro Nazionale”, attorno proprio a quella promessa di “salvezza etnica”.

Paradosso delle politiche contemporanee: un partito di governo deve in gran fretta disfarsi di certe parole per non creare imbarazzi, mentre un partito nato appena fuori dalla coalizione può gridare a gran voce le follie più disgustose senza scomporsi. Per dire, quando un ministro qualche anno fa ha usato la parola “sostituzione etnica”, è stato costretto a correre ai ripari, spiegando che non era quello che aveva veramente detto, nonostante l’avesse detto.

E così, mentre i grandi tavoli europei continuano a sbadigliare e negoziare con le cancellerie, la “remigrazione” marcia a passo spedito verso la normalizzazione, grazie proprio a quel mix di paranoia culturale e giuridicismo abilmente mascherato da “soluzione tecnica”. Una cascata di sciocchezze che tanto richiama la storia appassionante — e grottesca — dell’eterna paura dell’altro, declinata in salsa 2.0.

È vero, Massimiliano Vannacci non può permettersi di mostrare troppo chiaramente la sua passione per i piani di deportazione su base etnica; deve mantenere una facciata rispettabile, altrimenti addio voti moderati. E così, lascia volentieri a qualcun altro il compito di tirare fuori le posizioni più inaccettabili. Sganciandosi dal governo e diventando leader di un partito tutto suo, Vannacci, maestro nell’arte di essere politicamente scorretto, si è finalmente liberato di ogni freno e ha potuto urlare al mondo quelle follie che nessuno osa pronunciare. Si è fatto portavoce delle tesi più impronunciabili, ha tenuto insieme la rete degli estremisti di destra più oltranzisti, andando a spostare in avanti il confine tra ciò che si può solo pensare e quello che si può addirittura progettare.

Un lavoro sporco, certo, ma astuto e ben organizzato: il compito è semplice, prestare la voce agli estremi da CasaPound alla Rete dei Patrioti, dai Veneto Fronte Skinheads a Forza Nuova, lasciando alla destra governativa il compito di raccogliere la radicalizzazione senza mai sporcarsi le mani. Anzi, quella stessa destra si presenta come l’argine ragionevole rispetto a ciò che, paradossalmente, ha contribuito a far sembrare normale. Una strategia da manuale di politica sporca, in cui il confine tra ragionevolezza e follia si fa invisibile proprio quando più necessario sarebbe tracciarlo con chiarezza.

Un’identità pura? Ma per favore

Allora, quale sarebbe l’assioma della famigerata «sostituzione etnica», giustificazione magica per la remigrazione? Semplice: l’idea ingenua e pericolosissima che esista un’immacolata identità — l’italiano, il bianco, l’europeo — che, se contaminata, perderebbe la sua essenza originale. Incredibile ma vero: qualcuno è ancora convinto che l’identità sia una pozione magica da dosare accuratamente senza mischiarla con niente di esterno.

Peccato che nessuna identità sia incontaminata, a meno che non vogliate vivere in un museo di cera. Ogni identità è l’intreccio di mille contaminazioni: l’italiano è il risultato di greci, arabi, longobardi, normanni, ebrei e spagnoli; è un cocktail di lingue, cucine, religioni e volti che vengono da chissà dove e, con il tempo, diventano «nostri». L’identità non è una sostanza da conservare gelosamente come un trofeo, è un processo in perenne divenire, fatto di incontri, mescolanze e inevitabili trasformazioni.

Nessuna identità rimane statica, tranne forse quella di chi rifiuta di vivere e si fossilizza in un atteggiamento da cimitero. Vivere significa cambiare, diventare altro da se stessi, abbracciare il mutamento. L’italiano di oggi non è più quello di cento anni fa, né quello tra cento anni sarà quello attuale: proprio in questo cambiamento sta la vita stessa di un popolo. E sapete cosa? La cosiddetta «sostituzione etnica» accade quotidianamente, ogni volta che un bambino impara una nuova parola o quando una cucina si impreziosisce di una spezia lontana.

Il vero paradosso è che i paladini della purezza non proteggono un popolo vivo, ma congelano un cadavere e lo chiamano nazione. Per questo non è il caso di liquidare come una stramberia estiva tedesca la storia del lago, che ci mostra quanto sia facile far passare l’esclusione per buon senso e spremerla come fosse un bancomat di voti facili.

Alla porta di un lido, o nelle trame di una politica nazionalista, si vuole decidere chi ha diritto di cittadinanza e chi è solo un intruso, riducendo il concetto di appartenenza a un purissimo fatto di sangue. E qui, il concetto di remigrazione si trasforma in qualcosa che non ha nulla a che fare con l’immigrazione o la politica migratoria: è una pretesa arbitraria e assurda, quella di definire chi possa essere considerato abbastanza umano da meritare di rimanere.

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