La nuova guerra fredda mette il Canale di Panama al centro del ring globale

La nuova guerra fredda mette il Canale di Panama al centro del ring globale

Che gioia per il mondo, ecco un altro teatrino geopolitico degno dei migliori copioni hollywoodiani! Stavolta al centro del dramma ci sono due porti container posizionati strategicamente alle estremità del Canale di Panama, il fastoso condotto che vede passare ogni anno quasi il 40% del traffico container statunitense. Il protagonista degli ultimi colpi di scena è un verdetto della Corte Suprema panamense che ha annullato la licenza di sfruttamento per due terminal fondamentali a una filiale di CK Hutchison, operatore con base a Hong Kong. Ovviamente, l’eco di questa sentenza ha già surriscaldato i rapporti tra i due giganti globali: gli Stati Uniti da una parte, sempre pronti a bloccare l’espansione cinese, e Cina dall’altra, che non ha perso tempo per alzare la voce con minacce e sarcasmi.

Il verdetto è stato accolto come una vittoria monumentale dagli Stati Uniti, che vedono in questo “dubbio” portuale un freno necessario all’influenza cinese su uno snodo commerciale cruciale. Il governo di Pechino, però, non ha preso bene la cosa, definendo la decisione della Corte “logicamente fallace” e “assolutamente ridicola”. Per non farsi mancare nulla, l’Ufficio degli Affari di Hong Kong e Macao del Consiglio di Stato cinese ha lanciato minacce implicite, paventando un “caro prezzo politico ed economico” per il piccolo Stato centroamericano se non dovesse tornare sui suoi passi.

Il presidente panamense Jose Raul Mulino, evidentemente ben poco intimorito dalle solite minacce di Pechino, ha risposto con fermezza su social media: nessuna interferenza, il Panama è «uno Stato di diritto» che rispetta le decisioni della magistratura indipendente, anche se queste danneggiano interessi stranieri potenti. Una battuta ironica riguardo a come la “indipendenza” sembra poter essere selettivamente ricordata a seconda degli interessi in gioco.

Nel frattempo, CK Hutchison non si è certo seduta sugli allori: ha fatto ricorso a un arbitrato internazionale dichiarando di “disapprovare fermamente” il verdetto. Gli analisti, scrutando la palla di cristallo, prevedono uno scontro legale lungo e impegnativo, condito da pressioni politiche ed economiche in salsa Washington-Pechino. Perché, si sa, la geopolitica è tutta una questione di bluff, ultimatum e qualche sentenza strampalata per alzare la posta.

Un semplice duello per il dominio latinoamericano

Secondo Scott Kennedy, consigliere senior al Center for Strategic and International Studies, la questione portuale non è altro che “un semplice testa a testa per il controllo in America Latina”. Dimentichiamoci complessi scenari: la posta in gioco è prerogativa della supremazia commerciale e dell’influenza geopolitica. Aspettatevi quindi una guerra fredda elefantiaca fatta di lunghe battaglie giudiziarie, attenzioni mediatiche e sabotaggi diplomatici da manuale.

Non stupisce che le relazioni USA-Cina siano un groviglio di tariffe imposte e forniture rare di terre rare — sì, proprio quelle che servono a fabbricare i nostri smartphone. Un mix esplosivo alimentato dal supporto cinese alla Russia nella guerra in Ucraina, l’interventismo statunitense in Venezuela e un’infinita partita a scacchi per il controllo di Taiwan.

Bloccare tutto e rinegoziare: la strategia cinese

La storia si complica ulteriormente se ricordiamo che CK Hutchison ha negoziato un accordo da 23 miliardi di dollari con un consorzio guidato da BlackRock per vendere le sue partecipazioni non cinesi nei porti, a marzo dello scorso anno. Peccato che Pechino abbia azzardato l’idea che l’accordo fosse una patetica “capitolazione” agli Stati Uniti, cercando di reintrodurre la sua supervisione sul caso, pretendendo persino di inserire il colosso statale Cosco nell’affare.

In un ultimo atto di pressione, fonti riportano che la Cina ha ordinato alle sue aziende statali di sospendere trattative per nuovi investimenti a Panama e ha invitato le compagnie di navigazione a deviare i propri carichi verso altri porti. E, per non farsi mancare nulla, le dogane cinesi hanno deciso di intensificare i controlli sulle importazioni panamensi, dai banani al caffè. Un’elegante forma diplomatica di “non ti parlo e non compro più niente” degna di un qualsiasi soap opera politico.

Nonostante tutto, gli esperti restano scettici sul fatto che queste mosse spingano davvero Panama a tornare sui propri passi. Jack Lee, analista di China Macro Group, sostiene che la reazione cinese sarà molto più simbolica e calibrata, volta più che altro a far capire di non gradire piuttosto che a costringere un’inversione di politica. Insomma, un’ennesima dimostrazione della vulnerabilità cinese quando si trova a difendere i propri interessi economici sotto la pressione statunitense.

Il “collo di bottiglia” marittimo e la corsa agli armamenti economici

Non ci sarebbe già abbastanza tensione tra i giganti del commercio mondiale, ma la Cina ha deciso di sfruttare l’occasione per accelerare gli investimenti nei porti e nelle infrastrutture marittime, sperando di trasformare ogni passaggio in un proprio bastione. Come sempre, un gioco ad alto rischio, dove a rimetterci sono quasi sempre i paesi più piccoli, presi a scacchi tra potenze con voglia di primato e zero scrupoli. La favola del libero commercio diventa infatti uno show di equilibristi al limite della crisi di nervi.