Ah, i colossi europei dell’energia, sempre pronti a far felici gli azionisti con programmi di buyback e dividendi succulenti. Ma questa stagione degli utili? Beh, sembra che stiano per scoprire che tante belle promesse e soldi facili non crescono sugli alberi, specialmente con il prezzo del greggio a fare le bizze.
Guardiamo un po’: Shell britannica e TotalEnergies francese stanno per annunciare il loro trimestre peggiore in quasi cinque anni. Un evento che tutti attendevano con il fiato sospeso, o forse no, visto il consenso degli analisti preparato da LSEG. Insomma, se state sperando in folle pagamenti agli azionisti, preparatevi a una delusione degna di un film drammatico.
Atul Arya, vicepresidente e stratega capo per l’energia di S&P Global Energy, non si fa illusioni: il mercato è “molto difficile”. Profitti in calo, flussi di cassa liberi ridotti, e la pressione per risparmiare aumenta. Ma tranquilli, il taglio ai dividendi? Macché! Quelli sono sacri come reliquie. Si taglieranno invece i buyback (se ce ne sono) e forse si ridimensioneranno i programmi di investimento.
E dove andranno a finire questi tagli? Naturalmente, ai progetti “green” o a basse emissioni di carbonio, quelli che dovrebbero farci sentire tutti più virtuosi. Esplorazioni e sviluppo potrebbero pure prenderci uno stop, il che sarebbe un messaggio subliminale agli investitori degno di un telegramma scritto con inchiostro invisibile.
Ah, e per finire in bellezza, qualche compagnia potrebbe anche prendere “qualche altro debito”. Certo, perché essere indebitati fino al collo è il sogno di ogni manager… salvo poi scoprire che i bilanci non sono proprio una passeggiata.
I Dividendi “Sacrosanti” e le Scelte Strategiche
Gli analisti non hanno dubbi: i buyback sono il primo bersaglio da tagliare. Già BP ad aprile ha limato i suoi buyback da $1,75 miliardi a $750 milioni, dopo un trimestre sotto le aspettative. Nel frattempo, TotalEnergies ha ammesso candidamente di “aggiustare il ritmo” dei buyback per far fronte a “incertezze economiche e geopolitiche” e conservare margini di manovra. Ovvero, tenere da parte qualcosa per quando arriverà il prossimo caos.
Maurizio Carulli, analista di energia e materiali, definisce i dividendi come “sacrosanti” per le major del petrolio, perché obbligano a una rigorosa disciplina sul capitale e ostacolano le spese folli. I buyback, invece, sono più flessibili, ciclici e piacevoli da tagliare in momenti difficili. Con un mercato del greggio che balla, la tentazione di risparmiare lì è troppo ghiotta per essere ignorata.
In sintesi, la direzione è più che chiara, anche se nessuno vuole ammetterlo troppo ad alta voce.
Dai “Profitti Mostruosi” a una Realtà Ben più Dura
Solo due anni fa, nel 2022, i cinque più grandi produttori occidentali di petrolio si sono riempiti le tasche con quasi $200 miliardi di profitti, grazie al prezzo del fossile alle stelle dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Quel denaro, definito come “profitti mostruosi” persino dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, è stato usato per soddisfare gli azionisti con dividendi più alti e programmi di buyback frenetici.
Ora, però, con il vento che cambia, quei fasti sembrano un ricordo lontano. È come se fosse appena scesa la pioggia sui castelli di sabbia della generosità aziendale, e il vecchio motto “prima gli azionisti” si stia dileguando con dignità discutibile.



