La farmaceutica europea in crisi grazie a Trump mentre la biotecnologia cinese spopola

La farmaceutica europea in crisi grazie a Trump mentre la biotecnologia cinese spopola

Una volta fiore all’occhiello per le case farmaceutiche globali, l’Europa oggi si ritrova schiacciata tra le politiche aggressive di prezzo e commercio di Donald Trump da una parte, e l’esplosione biotecnologica della Cina dall’altra. Come un trapezista maldestro, il vecchio continente tenta invano di mantenere l’equilibrio, mentre i giganti del farmaco scappano verso lidi più redditizi.

La farmaceutica è quella branca dell’economia europea che, con orgoglio, sosteneva di essere un pilastro. Peccato che ora la competitività sia così scarsa che le multinazionali preferiscono andare a investire altrove. E qui non si parla solo di euro al risparmio, ma anche di manufatti cura-vita nuova, che magari non vedranno mai la luce nel nostro “vecchio mondo”, scoraggiati da regolamenti rigidi e prezzi proibitivi.

L’analista sanitario Diederik Stadig di ING ha toccato il nocciolo della questione: la confusione americana sulle regole, unita alla minaccia di una politica di prezzo “nazione più favorita”, offre alle aziende un potente strumento di ricatto nelle trattative con i governi europei. Per coloro che non hanno seguito, questa politica significa che il prezzo dei farmaci negli Stati Uniti si deve allineare al più basso pagato in un paese comparabile, un cortocircuito economico che incentiva ad alzare i prezzi altrove mentre si impone il ribasso in America.

Nel frattempo, Cina sta facendo la parte del leone, emergendo come leader mondiale nel settore biotech: cioè quella frenesia iper-innovativa che alimenta la farmacia del futuro. Le grandi case farmaceutiche mondiali stanno sempre più puntando a Pechino per scoprire “la nuova miscela miracolosa” da immettere sul mercato prima di chiunque altro.

Da Gigante a Nano

Per decenni, l’Europa si è vantata di detenere il laboratorio più grande e brillante del pianeta. Nel 1990, circa la metà della ricerca e sviluppo globale avveniva in Europa, contro un misero terzo negli Stati Uniti. Oggi, però, i ruoli si sono ribaltati come un calzino sporco: l’America si accaparra il 55% delle attività di R&D, mentre l’Europa si accontenta di un magro 26%.

Le aziende da tempo lamentano mercati capitali frammentati, politiche di rimborso approssimative e procedure di approvazione che sembrano redatte da scribi medievali. Ora, i dazi e la politica americana di prezzo “nazione più favorita” hanno gettato benzina sul fuoco, trasformando la lentezza europea in una corsa disperata contro il tempo.

Washington, mai banale, si è svegliata dall’ipnosi neoliberale e ha deciso che il biotech, insieme alle catene di approvvigionamento, è questione di sicurezza nazionale. Insomma, se i farmaci non si producono su suolo americano, meglio lasciarli scadere senza pietà.

Nel frattempo, Cina ha staccato il biglietto per il ruolo di innovatrice globale, firmando accordi milionari con aziende farmaceutiche per accedere alle prime fasi di ricerca e sviluppo, quell’alchimia che decide cosa sarà la prossima moda in laboratorio. Solo dieci anni fa, le molecole made in Cina occupavano un insignificante 4% del pipeline globale; oggi brillano su quasi un terzo delle linee di produzione.

Un rapporto di gennaio della società di analisi PitchBook non lascia spazio a illusioni: nonostante le frizioni geopolitiche, la Cina continuerà ad accumulare vantaggi nel settore biofarmaceutico grazie a licenze, raccolte fondi mirate e scienza differenziata.

Uno studio dell’università Bocconi ha rincarato la dose, sottolineando come gli Stati Uniti siano sistematicamente più abili dell’UE nell’attirare e mantenere attività di R&D sul proprio territorio. Intanto, la Cina emerge come il maggior beneficiario netto di investimenti esteri in R&D a livello mondiale. Praticamente, un gioco di sottrazione con due vincitori e un continente vincitore di nulla.

Politiche USA: Il Pugno di Ferro che Strizzano il Vecchio Continente

La scorsa settimana, la compagine americana ha sfoderato l’ennesimo colpo di scena: nuovi dazi fino al 100% su farmaci di marca. Ma tranquilli, valgono solo per quelli che non si sono subito sottomessi alle offerte per abbassare i prezzi ai consumatori statunitensi. Un redirect che, pur limitando l’impatto sulle aziende, rappresenta un altro colpetto a Europa, ricordandole che è ora di smetterla con le cautele e di cambiare registro in termini di competitività.

Secondo Stadig, questo è il segnale che i piani europei di rilancio sono più blandi di una teiera bucata, mentre le pressioni esterne si accumulano come pioggia su un campo arido. Nonostante tutto, gli Stati Uniti rimangono il mercato più succoso per il farmaco, con prezzi talmente alti da far impallidire qualsiasi altro paese ricco.

Uno studio della RAND Corporation del 2024 ha dimostrato che i prezzi dei farmaci negli Stati Uniti sono quasi tre volte superiori a quelli di altri 33 paesi ad alto reddito. Un affare per l’industria, un salasso per i cittadini.

Il magico meccanismo del prezzo “nazione più favorita”, però, mette a rischio quell’oro americano. Le aziende farmaceutiche si chiedono se sia meglio ritardare i lanci negli europei mercati, per evitare di dover proporre prezzi più bassi anche oltreoceano, oppure adottare un prezzo globale uniforme, con il rischio di tagliare i margini d’oro statunitensi. Che dilemma, quasi un dramma shakespeariano!

Ah, l’Europa, quel paradiso regolatorio dove innovazione e burocrazia si abbracciano in un eterno ballo di contraddizioni. Nel frattempo, oltreoceano, gli Stati Uniti si godono il lusso di un mercato farmaceutico che, per quanto caro, fa correre le Big Pharma verso profitti astronomici. Ma non illudiamoci: anche da noi si parla, con un entusiasmo da manuale di economia del nichilismo, di prezzi “giusti” e politiche di prezzo basate sul famigerato “most favored nation” (FMN). Ovvero, un sistema che dovrebbe garantire prezzi più bassi, ma che rischia di diventare la pietra tombale per alcune innovative che non varcheranno mai le Alpi.

La brillante idea? Forzare i prezzi al ribasso per i farmaci nuovi, chiedendo ai colossi di allinearsi a quello che presumibilmente è il prezzo più basso in altri stati. Peccato che, sotto sotto, questa “strategia” rischi di trasformare l’Europa in un banale mercato di massa dove la qualità e l’innovazione contano meno dei costi tagliati con l’accetta. Ma si sa, la coerenza è un optional quando si parla di politiche farmaceutiche.

Greg Graves, Senior Partner di McKinsey, ha condiviso la sua illuminante visione a febbraio su CNBC: ogni azienda farmaceutica pensa attentamente a queste opzioni di pricing “piacevoli” per i governi, mentre l’industria medita se puntare su alti volumi o alti valori. Gioco di parole o agonia reale? A seconda della classe di farmaci, le aziende preferiranno ritardare i lanci in Europa a favore degli Stati Uniti, territorio più indulgente per i profitti.

Mats Stadig ha sottolineato: “Per i farmaci in cui conta il valore, assisteremo a posticipi nei lanci in Europa. E senza cambiamenti, la tendenza sarà verso un graduale spostamento degli investimenti dall’Europa verso gli Stati Uniti.” Complimenti all’Europa che si fa scippare investimenti e innovazione da un gigante che continua a mantenere aperta la cassaforte.

Nathalie Moll, direttore generale della EFPIA, riesce a sintetizzare l’assurdità: “Dobbiamo aumentare la spesa e smettere con i rimborsi a pioggia e le tasse governative – queste politiche sono cruciali per mantenere le aziende nell’UE e migliorare l’accesso ai farmaci.” Sembra proprio che l’Europa si stia di nuovo affossando da sola, autoinfliggendosi l’agonia regolatoria mentre il resto del mondo se la ride dietro le quinte.

Per aggiungere un tocco di ironia, senza l’industria farmaceutica, l’Europa sarebbe in rosso col commercio per 88 miliardi di euro, invece di vantare un surplus di 130 miliardi. Un po’ come tagliare il ramo su cui siamo seduti, ma con stile nazional-popolare.

Oltre il manico del cucchiaio: la burocrazia europea

Passiamo al quadro complessivo: mentre gli Stati Uniti possono vantare cluster biotecnologici consolidati come Boston e la Bay Area, dove scienza e denaro si incontrano felicemente, l’Europa si crogiola in 27 regolamenti diversi, uno per ogni Stato membro. Un guazzabuglio di norme che farebbe impallidire anche Kafka. Non sorprende che le società biotech della UE ricevano da cinque a dieci volte meno capitale di rischio rispetto ai loro omologhi americani, come sottolineato da ING.

Stadig ha definito il Regno Unito “il canarino nella miniera di carbone”, citando il ritiro di grandi farmaceutiche come AstraZeneca, Eli Lilly e Merck (MSD in Europa) da quel mercato, nonostante Oxford e Cambridge, che sono un po’ come i gioielli di famiglia cercati e poi abbandonati.

In risposta a questa emorragia, nel dicembre scorso il governo britannico ha deciso di aumentare la spesa per i farmaci del 25%, tentando di rendere il terreno più fertile per i produttori aumentando il “threshold” per la valutazione del rapporto costo-efficacia dei farmaci, e tagliando il rimborso che le aziende devono versare al sistema sanitario nazionale dal 23% al 15%. Una mossa disperata, un po’ come spostare la poltrona nella stanza che brucia.

Naturalmente, come precisa saggiamente Stadig, il prezzo non è una bacchetta magica. “Bisogna pensare anche all’ecosistema,” aggiunge, perché senza un ambiente favorevole, qualsiasi sforzo economico rischia di essere come gettare perle ai porci burocratici.

Qualche falso barlume di speranza nell’era delle regolamentazioni

In mezzo a questi dati da romanzo distopico competitivo, qualche timido segnale di vita si fa strada. La proposta recente del Biotech Act dell’UE mira a snellire regolamenti, accelerare le sperimentazioni cliniche e colmare il divario negli investimenti. Anche la Spagna si è distinta, diventando un polo inaspettatamente attraente per la ricerca clinica grazie a supporti mirati del governo.

Nel 2023 il blocco ha rilanciato con il Critical Medicines Act, un tentativo di migliorare disponibilità, approvvigionamento e produzione di medicinali critici, dopo le tante carenze emerse durante la pandemia da Covid-19 e le tensioni geopolitiche. E come se non bastasse, i tagli al budget dei National Institutes of Health negli Stati Uniti e le regole sui visti più severi potrebbero aprire davvero a un vantaggio europeo in settori emergenti come la ricerca mRNA.

Stadig si mostra sorprendentemente ottimista: “Sono effettivamente bullish sull’Europa. L’UE ha identificato il problema e sta dando priorità alla velocità all’European Medicines Agency, che da sempre si era dimostrata un po’ più lenta rispetto alla FDA americana.” Certo, ironia della sorte, la drastica riduzione delle risorse della FDA potrebbe dare all’EMA l’occasione di brillare. Ma, come sottolinea, “Il vero problema sono gli Stati membri, i governi nazionali che ancora non hanno capito l’urgenza di questo cambiamento.”

Insomma, l’Europa si sta più o meno sparando sui piedi, incastrata tra i suoi stessi meccanismi regolatori, ostacolando quel fragile ecosistema che dovrebbe invece sostenere innovazione e accesso equo ai farmaci.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!