“Se avesse anche solo un minimo di coscienza, ammetta finalmente tutte le porcherie perpetrate in questi anni, lui e i suoi amiconi.” Ecco la classe e la compostezza con cui la famiglia Mansouri ha risposto alle scuse scritte dal poliziotto Carmelo Cinturrino. Assistente capo, per la cronaca, e autore dello sparo che il 26 gennaio ha tolto la vita ad Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo. Sempre più un classico: una lettera intrisa di rimorsi dall’interno del carcere.
“Gli errori si fanno a scuola, ammazzare una persona e poi inscenare uno spettacolo non è un errore, è qualcosa da film horror”. Ma attenzione, ciò che manca non è solo una confessione completa sulla faccenda, ma soprattutto la verità su chi altro era coinvolto nel teatrino. Se davvero quello che si sospetta fosse confermato, potremmo tranquillamente dire che il signor Cinturrino avrebbe dovuto godersi una notte in cella già da parecchio, e non solo come autore dell’omicidio di Mansouri.
Ovviamente non può mancare il tocco di classe del poliziotto nell’entrare in scena. Una pistola a salve, una valigetta inspiegabile, e voilà, l’arma del delitto subito accanto al cadavere di Mansouri. Magia nera o semplice incompetenza? Chissà.
La lettera di Cinturrino: pentimenti, scuse e autogiustificazioni
Il poliziotto dal cuore di panna ha scritto: “Quel ragazzo avrebbe dovuto marcire in prigione e non finire sepolto.” Come ciliegina sulla torta, ha aggiunto di essere “triste e pentito per quello che ho combinato”. Naturalmente, tutto consegnato al suo avvocato, giusto per dare ufficialità a questo affresco di disperazione.
Cinturrino giustifica il suo sparo con la paura: avrebbe visto Mansouri puntargli addosso un’arma. Peccato che quell’arma fosse finta, e che a quanto pare non fosse neppure del giovane, ma miracolosamente “comparsa” lì grazie all’ingegno dello stesso assistente capo.
Non contento, nella sua prosa cercava anche di dipingersi come “un servitore dello Stato sempre onesto”, nonostante le accuse che – negli ultimi tempi – lo ritraevano come un violento da baraccone, capace di terrorizzare colleghi e di riscuotere una specie di pizzo dagli spacciatori del quartiere mentre girava brandendo un martello. A Rogoredo, dove altro potrebbe succedere uno spettacolo così grottesco?



