La Corte dei Conti Ue mette il dito nella piaga e affossa la riforma che tutti fingevano di voler approvare

La Corte dei Conti Ue mette il dito nella piaga e affossa la riforma che tutti fingevano di voler approvare

Chi l’avrebbe mai detto? La tanto osannata nuova Politica Agricola Comune (Pac) proposta dalla Commissione europea per il triennio 2028-2034, è stata sonoramente bocciata dalla Corte dei Conti. Né più né meno: un piano più complicato del solito, con meno soldi in cassa e, sorpresa sorpresa, nessuna traccia di quella famigerata “semplificazione” promossa come mantra, ma che in realtà brilla per assenza. I giudici contabili non si sono limitati a qualche critica formale, hanno messo il dito nella piaga sottolineando che l’incertezza nella programmazione e l’intricata struttura giuridica rischiano di trasformare i tanto attesi fondi in chimere irraggiungibili e di ritardarne l’erogazione ai beneficiari.

Il bello è che questa proposta, venduta come il toccasana alla burocrazia infinita, si dimostra invece un perfetto autopasticcio in grado di mettere a rischio persino l’obiettivo ufficiale di snellire la macchina agricola europea. Bando alle ciance: la Corte dei Conti non ha mandato messaggi consolatori né a Parlamento europeo né al Consiglio dell’Unione europea, bollando l’idea come un passo falso da cardiopalma su tutta la linea, compresa la cosiddetta “organizzazione comune dei mercati” (Ocm). Non stupisce, dunque, che le associazioni di categoria siano sul piede di guerra da mesi, gridando alla necessità di rivedere quella “riforma storica” che però, a conti fatti, dovrebbe proprio modificare una Pac che negli ultimi 15 anni ha massacrato le piccole aziende agricole, dimezzandole con un calo del 44%. Peccato che finora la Pac non abbia fatto altro che rafforzare le grosse imprese agroindustriali, lasciando i coltivatori di piccole dimensioni a mordere la polvere. Questa volta, però, la nuova versione sembra perdere di vista tutti, suscitando proteste capaci di infiammare le piazze di mezza Europa, con i trattori in prima linea fino alla contestazione del trattato commerciale con il Mercosur.

La rivoluzione che annulla il fondo agricolo specifico

Ecco l’ultima trovata nel progetto di bilancio europeo 2028-2034: un mega Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) da 2mila miliardi di euro, in cui il Fondo europeo – quei soldi che dovrebbero finanziare la Pac – occupa la fetta più grossa, con un generoso stanziamento di 865 miliardi. Fin qui nulla di nuovo se non fosse che per la prima volta, dalla nascita della Pac nel 1962, si cancella il fondo esclusivamente dedicato all’agricoltura. Dettaglio da non sottovalutare, visto che la Pac finora ha sempre girato intorno a due pilastri: uno con i sostegni diretti agli agricoltori e all’agroalimentare, e l’altro per lo sviluppo rurale. Sparito tutto.

La Commissione europea vuole tutto concentrato in un unico Fondo, azzardando così un cambio radicale che lascia – parola della Corte dei Conti – una Pac più complicata, meno prevedibile nel flusso dei finanziamenti e con il rischio palese di far slittare i pagamenti. Insomma, il colpo di genio è trasformare una burocrazia già bella tosta in un labirinto intricato senza uscita. Parlando di numeri, la proposta assegna alla Pac un minimo garantito di 293,7 miliardi di euro, destinati al sostegno diretto del reddito agricolo, quel cosiddetto “importo riservato” che dovrebbe essere il salvagente per i malcapitati agricoltori. Peccato però che, guardando il quadro generale, rimane incerto come e quando quei soldi arriveranno davvero sul campo.

Ah, la Politica Agricola Comune (PAC), quella meraviglia burocratica pensata per aiutare gli agricoltori d’Europa ma in realtà perfetta per confondere chiunque osi addentrarsi nei meandri dei suoi fondi e dei suoi misteriosi accordi. Questa volta, i super esperti dell’Unione Europea hanno deciso di distribuire i soldi con quella che potremmo definire “flessibilità creativa”. Vuoi finanziare programmi per lo sviluppo rurale o sostenere le regioni ultraperiferiche? Niente paura, i fondi vengono pescati a caso dall’importo “non riservato”, che alla fine è la vera cassaforte segreta con un’obiettivo, manco a dirlo, rurale: il 10% di un ammontare casualmente fissato a circa 48,7 miliardi di euro, tutto a prezzi correnti, ovviamente. E se arriva uno sconticino dal famigerato accordo UE-Mercosur, la stangata continua tra 2028 e oltre, con altri 45 miliardi di euro messi in ballo per “rispondere alle esigenze” di agricoltori e campagna. Mica male.

Importi, flessibilità e… trasparenza? Solo a comando

Naturalmente, la Corte dei Conti Europea ha fatto spallucce, ricordandoci che con questo marchingegno l’esatto importo dei finanziamenti della PAC sarà un mistero fitto fino all’adozione dei piani nazionali, ovvero quando ormai è troppo tardi per fare piani seri. Insomma, chi sperava in un minimo di prevedibilità in fase di programmazione può tranquillamente dimenticarsela. E non finisce qui: questa incredibile nebulosa rende quasi impossibile confrontare la spesa attuale con quella futura. Fantastico se si pensa che questa riforma permetterà a ogni Stato membro di costruirsi il proprio orticello di regole, complicando oltremodo il compito di stimare gli effetti reali di tutta questa giocoleria di pacchetti e sottopacchetti.

Non solo la flessibilità è un’ancora di salvataggio per l’autonomia nazionale, ma rischia di far saltare tutti gli obiettivi sacri della PAC: garantire un reddito dignitoso agli agricoltori, preservare l’ambiente, combattere i cambiamenti climatici e mantenere intatta la sicurezza alimentare. Che utopia! Secondo la Corte, questa nuova architettura potrebbe dare vita a disparità tra agricoltori dentro la stessa Unione, con conseguenze negative per la concorrenza e per il mercato interno, che tanti amano e pochi capiscono. Ovviamente, il momento di gloria tocca alla Commissione, che dovrà fare la buona educazione, esercitando un ruolo direttivo più forte, pena il caos.

Ah, e poi c’è il dilemma degli “strumenti” su cui si basano i pagamenti: saranno legati ai risultati conseguiti o agli obiettivi da raggiungere? Nessuno lo sa, ma la mancanza di chiarezza promette di regalare incoerenze tra un Paese e l’altro, con pagamenti che potrebbero apparire tanto arbitrari quanto una roulette russa burocratica. A ogni modo, la Corte dei Conti Europea insiste: serve trasparenza dalla contabilità fino agli agricoltori, perché se il denaro sembra sparire tra meandri contabili, la Corte non potrà certo fare il suo lavoro.

Le associazioni di categoria: ovvio, pronte a lanciare scintille

Le reazioni degli addetti ai lavori non se le sono fatte certo pregare. Confagricoltura, con la sua proverbiale diplomazia, chiede ai legislatori di leggere bene il manuale del buon senso prima di far partire questa danza di numeri e fondi sparsi a casaccio. Il problema? La libertà concessa ai governi di decidere come allocare le risorse pesca pure fuori dalla “riserva agricola garantita” si traduce in una disuguaglianza bella e buona nella competitività delle imprese agricole in Europa. Chi poteva immaginarlo?

Coldiretti rilancia senza freni, parlando di proposta della Commissione UE che rischia di “snaturare” la PAC e di complicare così tanto le regole per accedere ai fondi da far perdere pure il sudore della fronte. Per loro, è quasi uno scandalo: niente più eccezionalismo agricolo, niente più crescita per l’agroalimentare europeo. Una tragedia annunciata.

Non da meno, Cia-Agricoltori Italiani con il suo presidente Cristiano Fini, accoglie con gioia la benedizione della Corte dei Conti, che a loro dire conferma tutti i timori e le paure del settore primario. Per fortuna, qualcuno si occupa di loro.

E, dulcis in fundo, ecco Copagri con il suo presidente Tommaso Battista, che scandisce un monito quanto mai efficace: la PAC post-2027 è un pasticcio che va corretto in fretta per evitare dolori sulla redditività degli agricoltori, sulla sicurezza alimentare e – come se non bastasse – sulla sostenibilità ambientale e sociale di un settore che dovrebbe rappresentare un baluardo per il territorio europeo.

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