Jimmy Lai, si è presentato in conferenza stampa fuori da Downing Street a Londra il 15 settembre 2025, mostrando un’indignazione che il mondo occidentale pare amare tanto da anni quando si tratta di Hong Kong e del suo passato ormai sfocato.
La bella ambasciata cinese a Londra, evidentemente a corto di drammi più urgenti, ha subito reagito alla decisione britannica di ampliare il programma visto dedicato ai residenti di Hong Kong. Per loro, questa iniziativa è una mera “interferenza negli affari interni” di Cina, come se non fosse palesemente una scusa perfetta per nascondere la vera irritazione dopo che uno dei maggiori magnati pro-democrazia, proprio Jimmy Lai, è stato condannato a 20 anni di prigione in base al feroce regime della nuova legge sulla sicurezza nazionale.
Per precisare: il Regno Unito ha deciso di estendere il visto British National Overseas (BNO) per permettere ai figli dei titolari BNO – quelli che avevano meno di 18 anni al momento del passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997 – di fare domanda in modo autonomo, perché evidentemente la teoria dei “diritti calpestati” funziona meglio se includi pure i minorenni.
L’ambasciata cinese non ha perso tempo e, con un botto di sarcasmo diplomatico e coreografie verbali da manuale, ha accusato il programma BNO di aver «indotto i residenti di Hong Kong ad abbandonare le loro case» per poi ritrovarsi a subire «discriminazione e difficoltà» nel Regno Unito, dove, ovviamente, vivono come cittadini di serie B.
Definendo il tutto “disgustoso” e “riprovevole”, hanno naturalmente bollato l’estensione del visto come una manipolazione maligna ordinata da Londra per interferire nelle loro faccende nazionali, dove invece tutto è chiarissimo e nessuno si azzarderebbe mai a fiatare.
La geniale iniziativa del visto BNO è stata lanciata nel 2021, proprio dopo che il governo di Pechino ha imposto la famigerata legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong. Da allora, più di 230.000 persone hanno ottenuto il visto e quasi 170.000 hanno pensato bene di fuggire verso il caldo abbraccio britannico.
La tensione diplomatica si è acuita ulteriormente con la condanna di Lai, visto come il maggior esempio del pugno di ferro di Pechino contro il dissenso. Il magnate, 78 anni, fondatore del quotidiano ormai chiuso Apple Daily, noto critico di PeCina, era stato arrestato già nell’agosto 2020 con accuse di cospirazione e pubblicazione di materiale sovversivo, di cui si è sempre dichiarato innocente. Non prima però di aver ricevuto la condanna più pesante mai inflitta sotto questa legge.
Keir Starmer, con lo spirito diplomatica da statista inesperto, ha alzato la questione direttamente con il presidente Xi Jinping in una visita a PeCina del mese scorso, richiedendo la liberazione di Lai, cittadino britannico. Peccato che, secondo i critici e la famiglia di Lai, i passi concreti del Regno Unito siano stati un po’ un esercizio di retorica sterile.
Il governo britannico ha spiegato che la sentenza dimostra come la legge sulla sicurezza nazionale sia diventata un vero e proprio meccanismo per criminalizzare ogni dissenso, spingendo molti a lasciare il territorio. Promettono inoltre di “ingaggiare rapidamente nuove trattative” con Pechino sul caso di Lai. Ovvero, niente di nuovo sotto il sole, ma promettono che ci stanno lavorando.
La tanto misteriosa “espansione del programma visto” è arrivata in un momento descritto dal governo britannico come un “degrado progressivo dei diritti e delle libertà a Hong Kong”. Prevedono che circa 26.000 persona arriveranno nel Regno Unito nei prossimi cinque anni, perfetto per un nuovo esercito di emarginati ufficialmente accolti.
La replica del Governo di Hong Kong: un capolavoro di coerenza
John Lee, il capo esecutivo di Hong Kong, si è affrettato a dire che la condanna è giusta e meritata per tutti i danni provocati da Lai, dall’”avvelenare la mente dei cittadini” con Apple Daily al “colludere con forze straniere” per imporre sanzioni contro Cina e Hong Kong. Un’accusa così, da bar sport diplomatico, che probabilmente strappa applausi in qualche comitato ristretto.
Nel frattempo, nel resto del mondo, le richieste di liberazione di Lai non si sono fatte attendere. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito la sentenza “ingiusta e tragica”, auspicando persino un rilascio umanitario. Altro che diplomazia raffinata, qui si tratta di parole in bottiglia inviate in un oceano di realpolitik.



