Il romanziere gallese Joe Dunthorne, già noto per Piccole indagini sotto il pelo dell’acqua – quel gioiellino indie che Richard Ayoade ha trasformato in film con Submarine – voleva raccontare la vita di sua nonna materna, fuggita con la famiglia dalla Germania nazista nel 1933. Insomma, la classica storia di tragedia ed eroismo, del tutto prevedibile e consolante: i Merzbacher scappano da Berlino mentre l’ombra dei pogrom si allunga sull’Europa, le bandiere della Repubblica di Weimar vengono impietosamente sostituite dagli stendardi con la svastica, si corre verso la libertà cecoslovacca e poi – come quei ladri maldestri – si torna a casa di nascosto per fare razzia, recuperando tutto ciò che si era dovuto lasciare di corsa per miracolo. Poi, naturalmente, la tappa finale è la Turchia, quella repubblica “libera” che sorride felice sotto il sole, salvando vite dallo sterminio.
Peccato che questa bella favola abbia meno realtà di quanto si potesse immaginare. Sfogliando le duemila pagine del memoir manoscritto dal bisnonno Siegfried, Dunthorne si è trovato davanti all’amara verità: la storia, quella vera, è molto più contorta e noiosa di qualsiasi romanzo d’avventura. La “fuga” si rivela un comodissimo trasferimento pagato, il ritorno una vacanza stile villeggiatura, il buon bisnonno un normale ingranaggio del complesso industriale del Reich, non certo un perseguitato. O almeno non ancora, perché chissà cosa sarebbe successo con l’inasprirsi delle persecuzioni antiebraiche.
Joe Dunthorne ha confessato a La Stampa:
“Quella che avevo in mente era una storia più semplice, più lineare, tragica in modo rassicurante. Ma era anche una storia che mi ero inventato. Un racconto epico, edificante, perfetto per dare un senso a tutto. Il libro che ho finito per scrivere è meno eroico, più complesso e decisamente più scomodo. Ma anche molto più interessante. E sono più orgoglioso di questo, molto più.”
Se fino a qui pensavate ad un romanzo tenero e commovente, preparatevi a mutare parere. L’opera in questione si intitola Il dentifricio radioattivo e altre scorie di famiglia, pubblicato in Italia da Einaudi con la traduzione di Giulia Boringhieri. Dunthorne, maestro indiscusso dell’ironia e uno dei pochi europei contemporanei a usare questa arma con eleganza e precisione, smonta il mito familiare pezzo dopo pezzo.
Siegfried era un chimico, una persona meticolosa sul lavoro e affettuosa in famiglia. “Io non l’ho mai conosciuto”, confessa l’autore, “è morto poco prima della mia nascita. Mia madre era molto legata a lui e grazie ai suoi racconti avevo un’immagine tenera, quasi da nonno da cartolina. Ma durante la stesura del libro mi sono trovato di fronte a due immagini incompatibili: quella dolce e familiare e quella che emergeva dai documenti lasciati dal bisnonno.”
E la seconda immagine si rivela essere quella di un impiegato troppo serio, al punto da testare personalmente gli effetti dei gas su cui lavorava. Preoccupato per i possibili usi bellici, ma consapevole che le sue scoperte avrebbero comunque trovato applicazione in guerra. Così, il buon bisnonno che nella versione romanzata guidava la famiglia lontano dall’orrore si trasforma in uno degli ingranaggi che alimentavano la macchina della persecuzione: sperimentava e perfezionava armi chimiche di distruzione di massa, con la lucidità di chi conosceva bene il potenziale genocida di quelle sostanze. Forse — o per fortuna — non fino in fondo.
Per Dunthorne, scrivere questo libro è stata una discesa nelle pieghe scomode della memoria familiare e storica, un territorio inesplorato e ben poco ospitale. Da una parte rischi di stravolgere l’immagine sentimentale che hai di chi ti ha generato, dall’altra metti mano a una storia collettiva che non si piega né si addomestica con facilità.
“La storia di Siegfried non era un segreto ben nascosto”, racconta Dunthorne, “l’aveva lasciata lì, tra i documenti, eppure nessuno l’aveva mai guardata così da vicino. Solo scavando a fondo, tra le scorie familiari, si riesce a vedere la verità, meno comoda e decisamente più ambigua.”
Ah, la famiglia: quegli adorabili, eterni depositari di segreti imbarazzanti e colpe mai confessate. La storia di questo bisnonno, roba che nessuno in famiglia aveva mai avuto il coraggio di leggere fino in fondo, è proprio un capolavoro di reticenze e ritardi colpevoli. Perché, naturalmente, non si poteva arrivare direttamente al punto, confessare quello che avrebbe potuto mettere tutti dalla parte sbagliata. Così, tra un copia-incolla dall’enciclopedia e un girotondo di memorie, si mette in scena il solito spettacolo di chi preferisce sotterrare la verità sotto montagne di parole inutili.
Il ritratto tracciato è quello di un uomo costantemente sospeso tra il rimorso e l’impotenza: mai capace di ribellarsi, mai pronto a fare i conti con la gravità delle proprie azioni. Un po’ come il suo lontano cugino d’oltreoceano, J. Robert Oppenheimer, ma senza nemmeno la minima scintilla di quel tormento pubblico che accompagnò la creazione della bomba atomica. Dimenticate l’iconica frase “I have become death”, è una storia ben diversa, più silenziosa e subdola.
Il peso insostenibile dei segni invisibili
Ovunque passi il fantasma di questo bisnonno, da Germania a Turchia, lascia dietro di sé non solo tracce, ma vere e proprie eredità dall’inquietante aroma di disastro. Prendete Oranienburg, alle porte di Berlino: centinaia di bombe inesplose giacciono sotto terra come tesori macabri. E i bambini? Beh, saltano la scuola per disinnescarle, ovvio. Che modo migliore per conoscere la storia! Nel frattempo, coraggiosissimi volontari tedeschi passano la vita a bonificare terreni inquinati da rifiuti chimici, un passatempo estremamente popolare da quasi un secolo.
Ma la magia dell’eredità avvelenata non si ferma alla Germania. Nella bucolica cittadina curda di Dersim, il discorso si fa davvero horribilis: un vero e proprio genocidio, con i curdi gasati nelle grotte e villaggi cancellati grazie ai prodotti nati dal lavoro del nostro protagonista della anti-eroica genealogia. Qui, la memoria non si archivia o si póla con aria critica: sopravvive oralmente, come un’eredità velenosa, da generazione in generazione. E guai a parlare troppo, perché questa ferita non si può affrontare né rimarginare. La storia, infatti, non è un bellissimo libro illustrato, ma un peso che si porta nel corpo e nell’anima delle persone.
Il libro Il dentifricio radioattivo di Dunthorne è un viaggio attraverso una vita che ha toccato altre vite e storie, spesso ignare, altre volte meno, mostrando che la storia non è una linea retta luminosa e universale, bensì un groviglio confuso di prospettive, memorie scelte con cura e un liberissimo arbitrio su cosa semplicemente ignorare per sopravvivere.
Un’epica scusa che lascia il segno
In uno dei momenti più surreali e illustri del libro, Dunthorne si “concede” il lusso di scusarsi con il sindaco di una cittadina tedesca ancora avvelenata dalle scorie chimiche lasciate dalla fabbrica del bisnonno. E il sindaco? Dopo un attimo di silenzio alla ricerca delle parole più diplomatiche, si scusa a nome di tutti i tedeschi per la persecuzione subita. Ironia della sorte o beffa storica? Dunthorne commenta così:
“È forse in questa ironia impossibile da prevedere che sta il senso della storia umana. Un gioco di scuse, tutte sincere, dal quale non si esce mai.”
In effetti, nulla come una catena infinita di scuse reciproche può riassumere il grande teatro tragico dell’umana storia, dove vittime, carnefici e discendenti si ritrovano a recitare senza fine la stessa commedia degli errori, con il pubblico che applaude assorto ma che, ovviamente, non cambia mai nulla.



