Si trovavano a Sydney, in pieno torneo, fino a quando il governo australiano, con un tempismo perfetto, ha concesso un visto umanitario a sette di loro che, con una lucidità da Oscar, hanno dichiarato di temere persecuzioni in patria. Chi ha deciso di buttarsi alle spalle la «fuga» invece è stata una parte del team: tre coraggiose atlete hanno scelto di tornare in Iran, probabilmente con il sogno di ritornare a cantare il caro inno nazionale sotto la doccia.
Insomma, niente applausi per il gesto di patriottismo (o dissenso, fate voi), solo tante domande sull’ipocrisia, sui giochi politici in mezzo a uno sport che, a quanto pare, non può proprio fare a meno di finire sotto la lente d’ingrandimento del palcoscenico internazionale… forse più per altro che per il calcio.
Per chi pensava che uno stadio fosse il posto più innocente possibile, evidentemente non è mai capitato di vedere una nazionale sotto il mirino di accuse per non aver intonato un inno, proprio mentre fuori dal campo si consumano drammi umanitari.
Questa vicenda è un perfetto esempio di come la politica sappia travestirsi da sport, mentre le atlete si ritrovano costrette a scegliere tra la maglia della loro nazionale e la propria libertà personale. Ah, la bella vita delle star del pallone! E tutto questo è accaduto in una stanza di hotel a Kuala Lumpur, luogo perfetto per una soap opera internazionale dal sapore agrodolce.

