Nel meraviglioso teatro del Medio Oriente, la democrazia si manifesta con un eccesso di fantasia: i regimi scelgono i loro leader con una certa libertà, ma c’è sempre un angolo oscuro dove Israele può far sparire chi non aggrada, come se fosse il coleottero del giardino. Solo un anno e mezzo fa, i bombardieri adornati dalla Stella di David hanno compiuto il gesto simbolico di “tagliare la testa del serpente” nel Libano, colpendo Hassan Nasrallah. Ovviamente, quella testa sembrava crescerne un’altra – di nome Naim Qassem, un tipo votato al martirio, giusto per non rompere la tradizione. L’operazione continua con un’invenzione degna di un film di serie B.
Lo stesso copione si ripete in Iran. Il favorito per diventare Guida Suprema, secondo i verbali sconosciuti dei media israeliani e dell’opposizione iraniana, è Mojtaba Khamenei. Già nel mirino di jet pronti a fulminarlo come papaveri appena spuntati, perché – che novità! – faranno la stessa fine del padre, una promessa che più che una minaccia sembra una triste routine da sequel. Nel frattempo, Hamas, ormai decapitata quattro volte negli ultimi vent’anni, sorride sarcasticamente. Il successore di Yasser Arafat invece sembra aver imparato l’arte di non finire in giardino, o forse è solo più bravo a fingersi amico. Lavoro pulito e preciso: un doppio monito per tutti i capi della regione, in attesa del prossimo colpo di scena.
Chi comanda in Iran dopo Khamenei? Un reality show senza winner
Mojtaba Khamenei è forse il più odiato dell’Iran. Solo un altro personaggio riesce a fargli ombra in popolarità negativa: il figlio dello scià, Reza Ciro Pahlavi. Mojtaba, però, non ha nemmeno il birignao di un curriculum religioso serio, né una scintilla di carisma da ayatollah di primissima categoria. Salito ai vertici solo perché “figlio di papà”, ha abbandonato la teologia per gli affari, specialmente nel settore bancario: lì dove si genera tutta l’economia parallela dei Pasdaran. Ha intessuto una sua personale rete di influenza e affari, con una scuola di politica che ha dell’inquietante. Le voci più maligne sostengono che siano gli stessi Guerrieri della Rivoluzione a spingere per lui, giusto per garantirsi un posto al sole sia politicamente che economicamente. Insomma, il classico paravento per un nuovo regime più oltranzista e militarista di prima.
Vedremo presto se questo pronostico grigio riuscirà a realizzarsi. L’architettura costituzionale creata da Khomeini è una macchina complicata che avrebbe fatto impazzire anche il miglior ingegnere di burocrazie. La Guida Suprema è un perno in equilibrio tra il sacro e il profano, metaforicamente una bilancia con un piatto religioso e uno laico. Sul versante del clero resistono il Consiglio dei Guardiani e soprattutto l’Assemblea degli Esperti: 88 ayatollah che fanno la parte dei cardinali in un conclave Vaticano-style, ma con meno folclore e più segreti. Il loro compito? Scegliere una rosa di candidati e infine votare la Guida Suprema, che deve raggiungere 57 voti per essere incoronata ufficialmente.
Le mosse strategiche nell’Iran post-Khamenei: una partita di scacchi senza regole
Il papabile preferito fino ad ora era Ali Reza Arafi, un fanatico della dottrina velayat-e-fiqh, il governo teocratico dei giuristi caro a Khomeini. Meno tenero di Mojtaba, più duro e spietato, Arafi poteva contare sull’appoggio senza riserve dei Pasdaran in quella guerra intestina contro il “piccolo Satana” e il “grande Satana” – soprannomi carini con cui amano insultare gli Stati Uniti e gli alleati. Era il braccio destro e la mente politica di Khamenei, rispettato e temuto sia dai religiosi che dalla componente militare. La sua carriera è un racconto epico: partecipazione alla rivolta contro lo scià a soli 16 anni, carcere e torture, battaglie sul fronte della sanguinosa guerra con l’Iraq di Saddam Hussein.
Però, bada bene, forse proprio questa sorprendente esperienza lo rende troppo pericoloso per i Pasdaran e le oscure manovre del potere dietro le quinte, guidato dal burattinaio Ali Larijani. Evidentemente, anche in un regime così rigido i cronici giochi di potere significano che non si può avere troppo talento o troppo indipendenza. Il risultato? Un eterno ritorno di nomi riciclati, convenienti e abbastanza sciatti da non mettere in crisi il sistema. Il futuro di Iran può essere un remake perpetuo di un copione già scritto, con poche chance di vera svolta o almeno di un cambiamento dal sapore autentico.



