Questo non è uno scherzo, ma la cronaca di un evento che suona più o meno come un avvertimento – o una minaccia camuffata da esercitazione. Parliamo dello Stretto di Hormuz, quel “corsia preferenziale” tra Oman e Iran che ogni giorno si porta dietro ben 13 milioni di barili di petrolio. Robetta, insomma, circa un terzo di tutto il petrolio che si muove per mare.
Il tutto grazie alla tanto amata “esercitazione militare” denominata “Smart Control of the Strait of Hormuz” – un nome che fa tanto tecnologia e sicurezza, ma che, francamente, ha più il sapore di una mossa tattica per ricordare a chiunque che Teheran sa come farsi sentire. E ovviamente, niente di nuovo sotto il sole: erano anni che uno stop parziale di questo passaggio strategico non si vedeva, specialmente da quando Donald Trump ha iniziato a minacciare l’Iran con interventi militari.
Basta chiacchiere, ora qualche numero: secondo gli esperti di mercato, lo stoccaggio del greggio sullo Stretto di Hormuz è così importante che ogni turbamento ha effetto subito sul prezzo del petrolio. Eh già, perché quando l’Iran fa le prove di guerra, Wall Street si alza sulle orme di qualche impennata o crollo dei futures.
Ebbene, nella giornata della chiusura temporanea, i prezzi del petrolio hanno fatto lo spiritoso: dopo un balzo iniziale al rialzo, sono tornati a scendere. Il Brent per aprile è calato dell’1,8%, posandosi a 67,48 dollari a barile, mentre il West Texas Intermediate ha perso lo 0,4%, fermandosi a 62,65 dollari.
Come se non bastasse, ci sono gli esperti di sicurezza marittima che, da veri intenditori del settore, minimizzano la faccenda parlando di “lievi disagi e ritardi” per le navi dirette in Golfo Persico. Parole dolci da BIMCO, associazione che rappresenta gli armatori mondiali, che rassicura tutti sul fatto che il blocco, ahimè, durerà solo qualche ora e chiedono semplicemente di evitare la zona durante l’esercitazione con spari veri. Un dettaglio assolutamente trascurabile, vero?
Jakob Larsen, lo stesso responsabile della sicurezza, aggiunge serafico che, dato il clima “tensionato” nella regione, si aspettano che le navi commerciali si comportino da brave rispettando la richiesta iraniana. Insomma, marineria, vi conviene fare gli educati, o rischiate preoccupazioni più gravi.
Un Pugno di Ferri in un Guanto di Velluto Diplomatico
In contemporanea a questo show di potere nel Golfo Persico, a Ginevra, due agguerriti talk-diplomatici si cimentano nel tentativo di non far esplodere la situazione. Stati Uniti e Iran stanno cercando di mettere insieme qualcosa che somigli a un accordo sul programma nucleare di Teheran, perché, si sa, la pace vende sempre più di una nave da guerra.
Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, ha dichiarato:
“Abbiamo raggiunto un’intesa sui principi guida, ma non è detto che un accordo definitivo sia dietro l’angolo. C’è ancora molto lavoro da fare.”
La solita tiritera della diplomazia, insomma: grandi promesse, piccoli risultati concreti. Nel frattempo, i muscoli girano e la presenza militare nella regione si rafforza su entrambi i fronti, regalando agli analisti del settore materiale fresco per almeno qualche mese di ansie globali.
Dunque, tra esercitazioni “sicure”, dichiarazioni dal sapore agrodolce e navi che fanno l’ochino al traffico, il Golfo Persico rimane quel crocevia che sa essere tanto imprescindibile quanto pericoloso. Per il resto del mondo, purtroppo, è un reminder su come la pace possa essere solo un’illusione temporanea in un mare di petrolio, tensioni e giochi di potere celati dietro la maschera della sicurezza.



