Ah, finalmente un’impresa titanica targata Unione Europea e India ha trovato la quadratura del cerchio: un accordo commerciale che, a loro detta, dovrebbe far tremare di gioia gli investitori e i mercati mondiali. Il primo ministro indiano Narendra Modi, con una dose generosa di enfasi, ha definito questo patto un “accordo storico”, mentre la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen non ha esitato a chiamarlo la “madre di tutti gli accordi”. Già, perché stiamo parlando di un’intesa che abbraccia un quarto del PIL globale e un terzo del commercio mondiale; mica una cosuccia da poco, no?
La lista delle merci variamente scambiate è ovviamente ricca di tutto ciò che fa sentire forte e robusta un’economia: dalla meccanica all’attrezzatura per trasporti, passando per chimica e carburanti. Piccolo dettaglio che in pochi notano, sotto l’apparente generosità di questo patto, si cela il taglio netto delle tariffe su più del 90% degli esportati europei verso l’India. E per i più amanti dei numeri, gli elettrodomestici e i macchinari, che valgono solo 16,3 miliardi di euro nel 2024, vedranno svanire tariffe fino al 44%, perché in fondo è meglio così, no? Tutto gratis, quasi come una festa senza fine.
Elettronica e alcol: il brindisi dei mercati
Michael Browne, stratega globale di investimento presso il Franklin Templeton Institute, ha magnificato la “portata e la profondità” di questa riduzione tariffaria come qualcosa di veramente impressionante. Non che sia poi così difficile quando si passa dal 44% a zero, ma vabbè, brilliamo di ottimismo, come sempre.
Browne ha svelato il vero centro focale: non tanto l’auto, come tutti fanno finta di pensare, ma la totale sparizione delle tariffe su macchinari e apparecchiature elettriche, un toccasana speciale per il motore tedesco. E non finisce qui: l’industria francese del cognac, che già sta arrancando tra cali di vendite negli Stati Uniti e Cina (ma chi avrebbe mai pensato?), potrà almeno aggrapparsi a questo accordo come a un salvagente, con tariffe per vini e liquori che passeranno da un folle 150% a un meno spaventoso 20-40%. Almeno potranno tentare di vendere qualcosa.
Byron Maniatis, esperto di diritto commerciale europeo nel prestigioso studio legale Hogan Lovells a Bruxelles, ha voluto soffiare sul fuoco dell’entusiasmo dicendo che “questo è un accordo storico, arrivato dopo quasi due decenni di negoziati estenuanti”. D’altronde, chi ha detto che niente di buono nasca senza un minimo di tormento? Secondo lui, anche i vini e i distillati europei potrebbero ottenere una significativa riduzione delle tariffe. Speriamo che il gusto amaro dei negoziati non si rifletta nel liquido.
Il lusso che sfida la logica
Cédric Rossi, vicepresidente della ricerca azionaria nei settori lusso e beni di consumo presso Stifel, ha individuato i beneficiari principali di questo patto: ovviamente il lusso. Perché nulla dice “sviluppo economico” come le vendite di orologi svizzeri di alta gamma e borse griffate.
Secondo Rossi, con la riduzione dei dazi chiave come la Basic Customs Duty indiana, già portata a zero dall’accordo EFTA 2024, marchi come Cartier e Van Cleef & Arpels (dell’universo Richemont) potrebbero godere di un vantaggio di prezzo “significativo” rispetto alla concorrenza non europea. Ovviamente, non dimentichiamo i giganti del lusso francese come LVMH, Hermès e la divisione Luxe di L’Oréal, che vedranno tassazioni e imposte sociali ridotte su profumi, cosmetici e accessori. Una vera manna per chi ha portafogli ben nutriti e gusti costosi.
Auto, aerei e servizi finanziari: l’Europa spicca il volo
Maniatis di Hogan Lovells non si è fatto mancare un’analisi sulle industrie automotive di entrambe le sponde, definendole tra i principali beneficiari. L’accordo prevede non solo una riduzione dei dazi, ma anche l’introduzione di quote che, si presume, scatteranno dopo cinque anni dall’entrata in vigore. Una specie di premio fedeltà per chi ha pazientato così a lungo.
Settori chiave come automobilistico, aerospaziale, macchinari e chimica saranno probabilmente ai primi posti tra i festeggiati. Rigorosamente tassati fino all’11%, aerei e veicoli spaziali passeranno a zero, e via libera anche per apparecchiature mediche, materie plastiche e prodotti chimici. Una pacchia facile, insomma, perché il futuro è proprio nel volo e nel trasporto… senza più scali fiscali.
Il patto non poteva poi dimenticare di rivoluzionare l’accesso ai mercati dei servizi finanziari, aprendo – udite udite – una “porta privilegiata” alle aziende europee in India. Perché niente dice più “stabilità economica” dell’aumento del flusso finanziario libero e snello. Inoltre, saranno snelliti i processi doganali, giusto per far passare le merci e i capitali più rapidamente, in perfetto stile “facilitare è la parola d’ordine”.
Maniatis ha concluso con la chicca finale: l’India aprirà finalmente il mercato dei servizi, il che suona come una notizia perfetta per le imprese finanziarie europee, pronte ad approfittarne senza esitazioni. Insomma, un accordo che sembra conveniente per quasi tutti tranne, probabilmente, per chi sognava una concorrenza più equa e meno obiettivi politici mascherati da cooperazione economica.



