Imi Knoebel e il miracolo del canto nascosto ovunque mentre dorme sonni beati

Imi Knoebel e il miracolo del canto nascosto ovunque mentre dorme sonni beati

Ah, la sublime arte dell’astrazione europea, quella disciplina che mette insieme confusione e supponenza in un’unica cornice. E chi meglio di Imi Knoebel, il mago delle forme indefinibili, per guidarci in questo viaggio? La Dep Art Gallery ci offre l’occasione imperdibile di immergerci in “Dorme un canto in ogni cosa”, la mostra che, manco a dirlo, prende il nome da un verso del poeta romantico Joseph von Eichendorff. Perché cosa c’è di più profondo di un titolo poetico per giustificare opere che, alla prima occhiata, sembrano semplicemente un ingorgo di colori e forme?

Ovviamente, i cultori dell’arte contemporanea sono chiamati a mettersi in modalità contemplativa avanzata: non si tratta solo di guardare, no no, si tratta di “sentire” quella musica silenziosa che, magicamente, si sprigiona dalle superfici. Come? Basta avere l’accortezza di usare “tempo, sguardo e attenzione” per scovare ritmo, equilibrio e intensità. Un po’ come cercare Wi-Fi dove non c’è.

Il nostro eroe Knoebel infatti non si limita a dipingere o scultare: no, lui mescola tutto, dal disegno alla fotografia, dall’architettura all’installazione, come un DJ che sputa beat senza un senso logico ma con tanto, tantissimo pathos. Da un inquietante “Senza Titolo” del 1983 fino alle ultime creazioni del 2025, il suo metodo è un continuo riciclo di idee, un eterno déjà-vu che farà sentire ogni visitatore come in una puntata srotolata di un puzzle irrimediabilmente incompleto.

Ma attenzione: niente aspettative di significati profondi o messaggi esistenziali da scomodare. La “bellezza” di queste opere – parola grossa – nasce da una pura e semplice percezione estetica, immediata come un caffè al bar, eppure presentata con tutta la pomposità di una lezione di metafisica. Nessuna spiritualità occulta né filosofie arcane, solo colori, linee e superfici che giocano a rincorrersi come in un bizzarro inseguimento.

Un percorso tra Ritratto, Segno e Altre Meraviglie

La mostra osa accostare opere degli anni Novanta, come la serie Portrait (1991-92), con pezzi degli anni Duemila (ad esempio Düsseldorf-Paris, 2001, e Düsseldorf-Reykjavik IV, 2000), senza dimenticare le creazioni più fresche del 2016 (Tafel) e quelli appena sfornati del 2025 (come Zeichen, Ligatur ed Etcetera). Una mischia di rigore formale e disarmonia gestuale che sfida ogni tentativo di definizione univoca. A pensarci bene, sembra quasi un esperimento scientifico su cosa succede quando si gettano insieme righello, pennello e un pizzico di delirio.

Il metodo creativo? Presto detto: creare gruppi o serie di opere come fossero cavie in laboratorio. I Portrait sono “ritratti” asciutti e minimalisti, mentre i Zeichen – ovvero “segni” – fluttuano come nuvole senza una meta, i Ligatur ricordano qualcosa tra una grammatica visiva e un rebus indecifrabile, mentre gli Etcetera si permettono di giocare con lettere e numeri, come se un alfabeto alieno avesse deciso di farsi vedere senza chiedere permesso.

In definitiva, questa è l’ennesima “cantata” sulla libertà in forma di arte contemporanea, confezionata da uno degli artisti più radicali e, inutile dirlo, incomprensibili del panorama attuale. Per chi volesse portarsi a casa un ricordo cartaceo di questa esperienza, un catalogo bilingue (italiano e inglese, perché anche l’arte oggi è cosmopolita) aspetta solo di divenire un altro enigma da sfogliare senza capire un accidente.

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