Il vuoto modello Trump che minaccia di affossare i negoziati sul clima

Il vuoto modello Trump che minaccia di affossare i negoziati sul clima

Meyer ha spiegato senza mezzi termini durante un’altra intervista a CNBC:

“Dobbiamo portare a termine il lavoro. Serve un prezzo globale sulle emissioni di CO2. È lo strumento migliore. Credo fermamente che se le imprese recepissero questi segnali di prezzo e usassero la tecnologia disponibile, si potrebbe realmente ridurre l’impatto.”

Naturalmente, il capofila dell’industria eolica danese, Henrik Andersen, CEO di Vestas, non si è fatto attendere nel richiamare alla realtà tutti quei colleghi distratti dall’ottimismo da summit.

Durante un’apparizione a “Squawk Box Europe”, Andersen ha sfoderato la sua versione di un avvertimento da manuale:

“Non è solo questione di COP. Se le conferenze diventano esercizi teorici su come mantenere il limite di 1,5 gradi entro la portata – e poi si scopre che non è più possibile – il mio miglior consiglio è di reinventarvi.”

Quanto di più ironico e amaro possa essere un invito a rimboccarsi le maniche e mettere da parte le chiacchiere inutili, mentre si affonda lentamente nel pantano dell’inerzia politica globale.

Che dire? Dopo tanto discutere, puntare il dito e gettarla sulla politica sotterranea dei compromessi, forse sarebbe più semplice ammettere che per ora l’unica ‘azione’ concreta rimane un eco-decorativo gioco di parole e slogan colorati su brochure patinate.

Così, con argomenti basati su fondamenti scientifici solidissimi come un castello di sabbia al mare, Trump ammonisce:

“Se non vi liberate della truffa delle energie verdi, il vostro paese fallirà.”

Tra i grandi assenti di spicco figurano anche il Presidente cinese Xi Jinping e il Primo Ministro indiano Narendra Modi, entrambi epitomi di scelte politiche velleitarie ma senza l’onore di presentarsi di persona, optando per delegazioni più discrete ma pur sempre presenti. Perché tanto, tanto parlare e discutere, ma alla fine qualcuno dovrà pur entrare in scena.

Cosa c’è davvero sul tavolo di COP30?

La conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima si presenta come l’occasione per passare dalla retorica alla sostanza, dal centellinare obiettivi di decarbonizzazione a un’azione concreta – o almeno una parvenza di. Tra le questioni più spinose all’ordine del giorno troviamo l’urgente bisogno di rispettare gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni, rivoluzionare il sistema finanziario globale (che ammettiamolo, è più incline a finanziare sogni di cemento che foreste), potenziare gli strumenti di adattamento e, naturalmente, salvaguardare la natura, quell’ospite che spesso viene invitato ma quasi mai ascoltato.

Tutto ciò si svolge in un momento in cui gli impatti del cambiamento climatico si fanno sempre più evidenti – ma stranamente l’argomento sembra scivolare sempre più giù nella lista delle priorità geopolitiche immediate. Mentre l’innalzamento delle temperature avanza, la risposta internazionale appare più un gioco di rinvii che una marcia verso soluzioni concrete.

António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un appello ai leader mondiali durante il vertice, ammonendo sull’urgenza di azioni drastiche per abbassare la febbre del pianeta e mantenere vivo il miraggio del limite di 1,5 gradi Celsius.

“Ogni frazione di grado in più significa più fame, più sfollati e più perdite, soprattutto per chi è meno responsabile. Potremmo oltrepassare punti di non ritorno irreversibili per gli ecosistemi, esporre miliardi di persone a condizioni invivibili e amplificare minacce alla pace e alla sicurezza.”

Continuando con la sua poesia sul disastro imminente, Guterres ha definito la noncuranza nel limitare il riscaldamento globale come un fallimento morale e una negligenza letale. Non certo parole di conforto per chi si ostina a ignorare l’evidenza.

Anna Aberg di Chatham House sottolinea che uno degli obiettivi prioritari di COP30 è proprio quello di ridare linfa alle speranze globali di affrontare la crisi climatica. Purtroppo, ci troviamo immersi in un clima geopolitico piuttosto… come dire, ostico.

“Si tratta di un contesto davvero complicato, non solo per la defezione degli Stati Uniti, e ci sono molte cose che questo COP deve riuscire a ottenere.”

Insomma, tra grandi assenti, parole che suonano come annunci di disastro e buone intenzioni che si agitano nel vento dell’Amazzonia, COP30 promette di essere il tipico appuntamento dove si discute tanto, si litiga anche di più, e alla fine… beh, il clima non cambia.

Nell’epopea moderna della COP30 sul clima, mentre noi comuni mortali cerchiamo disperatamente di ricordare quale sia stata l’ultima novità reale, a Belem, nello stato brasiliano del Para, si è tenuta una plenaria di leader tutto fuorché operativi. Ebbene sì, la grande conferenza del 6 novembre 2025 è riuscita nell’impresa eroica di confermare ciò che tutti sapevamo già: che i governi, le aziende e le istituzioni, con tutte le migliori intenzioni del mondo, continuano a parlare e a rimanere piuttosto inchiodati nelle loro promesse a tempo indeterminato.

Pablo Porciuncula, fotografo di AFP, ci ha regalato l’immagine perfetta di questa performance teatrale: tutti seduti, tutti sorridenti, tutti convinti che un segnale, anche solo simbolico, possa magicamente cambiare il mondo. Ma poi basta scorrere il copione e capire che l’unica vera azione tangibile resta un miraggio, un po’ come quel famoso gatto di Schrödinger che non si capisce se sia vivo o morto.

E proprio tra una flebile speranza e una solenne battuta d’arresto, Aberg ha spruzzato un po’ di ottimismo paternalistico, riconoscendo che anche se i negoziati delle Nazioni Unite saranno “davvero importanti” nel plasmare il dibattito sulla crisi climatica, il risultato finale sarà – sorpresa! – tutt’altro che entusiasmante.

Cosa vogliono davvero i guru dell’industria?

Ah, gli imprenditori, quei meravigliosi incantatori di serpenti moderni, sempre pronti a dispensare saggezza e a ricordarci che senza il sostegno politico sono persi come bambini nel deserto. Anders Danielsson, il CEO di Skanska, una delle aziende di costruzione più importanti della Svezia, si presenta impavido davanti alle telecamere, convinto di poter raggiungere i suoi obiettivi climatici da solo, ma non senza un piccolo aiutino dal consiglio di stato.

Danielsson è stato cristallino nell’intervista al programma “Europe Early Edition” di CNBC, affermando:

“Abbiamo bisogno di una volontà politica forte per spingere questa agenda. Noi possiamo fare molto, ma da soli non ce la facciamo.”

Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, sulle spiagge di Sydney, si guarda il sole sorgere su Ben Buckler Point, mentre l’economia globale continua a chiedersi come motivare la gente a non avvelenare il pianeta.

La risposta arriva da Tobias Meyer, CEO del gigante logistico DHL Group, che con un entusiasmo contagioso (per chi segue la logica delle tasse sul carbonio) sostiene che un prezzo globale sulla CO2 sarebbe la panacea di tutti i mali climatici. Nessuno sconto per i colpevoli, ci vuole un prezzo che pizzichi dove fa più male.

Meyer ha spiegato senza mezzi termini durante un’altra intervista a CNBC:

“Dobbiamo portare a termine il lavoro. Serve un prezzo globale sulle emissioni di CO2. È lo strumento migliore. Credo fermamente che se le imprese recepissero questi segnali di prezzo e usassero la tecnologia disponibile, si potrebbe realmente ridurre l’impatto.”

Naturalmente, il capofila dell’industria eolica danese, Henrik Andersen, CEO di Vestas, non si è fatto attendere nel richiamare alla realtà tutti quei colleghi distratti dall’ottimismo da summit.

Durante un’apparizione a “Squawk Box Europe”, Andersen ha sfoderato la sua versione di un avvertimento da manuale:

“Non è solo questione di COP. Se le conferenze diventano esercizi teorici su come mantenere il limite di 1,5 gradi entro la portata – e poi si scopre che non è più possibile – il mio miglior consiglio è di reinventarvi.”

Quanto di più ironico e amaro possa essere un invito a rimboccarsi le maniche e mettere da parte le chiacchiere inutili, mentre si affonda lentamente nel pantano dell’inerzia politica globale.

Che dire? Dopo tanto discutere, puntare il dito e gettarla sulla politica sotterranea dei compromessi, forse sarebbe più semplice ammettere che per ora l’unica ‘azione’ concreta rimane un eco-decorativo gioco di parole e slogan colorati su brochure patinate.

E poi aggiunge, con quella delicatezza tipica di chi aspetta invano un segnale di buon senso:

“Onestamente penso che sia stato meglio non inviare funzionari senior al COP, perché davvero non so cosa potrebbero mai aver contribuito, dato il modo in cui Trump parla del cambiamento climatico.”

Il protagonista di questa epopea climatica, Donald Trump, ha chiarito più volte come la crisi ambientale sia un gigantesco bluff, definendola addirittura alla “Assemblea Generale dell’ONU” come il “più grande inganno mai perpetrato al mondo”. Un pensiero profondo, degno di nota ogni qualvolta si desideri affondare la lotta globale contro il surriscaldamento del pianeta. E come non citare il suo illuminante affondo contro le energie rinnovabili?

Così, con argomenti basati su fondamenti scientifici solidissimi come un castello di sabbia al mare, Trump ammonisce:

“Se non vi liberate della truffa delle energie verdi, il vostro paese fallirà.”

Tra i grandi assenti di spicco figurano anche il Presidente cinese Xi Jinping e il Primo Ministro indiano Narendra Modi, entrambi epitomi di scelte politiche velleitarie ma senza l’onore di presentarsi di persona, optando per delegazioni più discrete ma pur sempre presenti. Perché tanto, tanto parlare e discutere, ma alla fine qualcuno dovrà pur entrare in scena.

Cosa c’è davvero sul tavolo di COP30?

La conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima si presenta come l’occasione per passare dalla retorica alla sostanza, dal centellinare obiettivi di decarbonizzazione a un’azione concreta – o almeno una parvenza di. Tra le questioni più spinose all’ordine del giorno troviamo l’urgente bisogno di rispettare gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni, rivoluzionare il sistema finanziario globale (che ammettiamolo, è più incline a finanziare sogni di cemento che foreste), potenziare gli strumenti di adattamento e, naturalmente, salvaguardare la natura, quell’ospite che spesso viene invitato ma quasi mai ascoltato.

Tutto ciò si svolge in un momento in cui gli impatti del cambiamento climatico si fanno sempre più evidenti – ma stranamente l’argomento sembra scivolare sempre più giù nella lista delle priorità geopolitiche immediate. Mentre l’innalzamento delle temperature avanza, la risposta internazionale appare più un gioco di rinvii che una marcia verso soluzioni concrete.

António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un appello ai leader mondiali durante il vertice, ammonendo sull’urgenza di azioni drastiche per abbassare la febbre del pianeta e mantenere vivo il miraggio del limite di 1,5 gradi Celsius.

“Ogni frazione di grado in più significa più fame, più sfollati e più perdite, soprattutto per chi è meno responsabile. Potremmo oltrepassare punti di non ritorno irreversibili per gli ecosistemi, esporre miliardi di persone a condizioni invivibili e amplificare minacce alla pace e alla sicurezza.”

Continuando con la sua poesia sul disastro imminente, Guterres ha definito la noncuranza nel limitare il riscaldamento globale come un fallimento morale e una negligenza letale. Non certo parole di conforto per chi si ostina a ignorare l’evidenza.

Anna Aberg di Chatham House sottolinea che uno degli obiettivi prioritari di COP30 è proprio quello di ridare linfa alle speranze globali di affrontare la crisi climatica. Purtroppo, ci troviamo immersi in un clima geopolitico piuttosto… come dire, ostico.

“Si tratta di un contesto davvero complicato, non solo per la defezione degli Stati Uniti, e ci sono molte cose che questo COP deve riuscire a ottenere.”

Insomma, tra grandi assenti, parole che suonano come annunci di disastro e buone intenzioni che si agitano nel vento dell’Amazzonia, COP30 promette di essere il tipico appuntamento dove si discute tanto, si litiga anche di più, e alla fine… beh, il clima non cambia.

Nell’epopea moderna della COP30 sul clima, mentre noi comuni mortali cerchiamo disperatamente di ricordare quale sia stata l’ultima novità reale, a Belem, nello stato brasiliano del Para, si è tenuta una plenaria di leader tutto fuorché operativi. Ebbene sì, la grande conferenza del 6 novembre 2025 è riuscita nell’impresa eroica di confermare ciò che tutti sapevamo già: che i governi, le aziende e le istituzioni, con tutte le migliori intenzioni del mondo, continuano a parlare e a rimanere piuttosto inchiodati nelle loro promesse a tempo indeterminato.

Pablo Porciuncula, fotografo di AFP, ci ha regalato l’immagine perfetta di questa performance teatrale: tutti seduti, tutti sorridenti, tutti convinti che un segnale, anche solo simbolico, possa magicamente cambiare il mondo. Ma poi basta scorrere il copione e capire che l’unica vera azione tangibile resta un miraggio, un po’ come quel famoso gatto di Schrödinger che non si capisce se sia vivo o morto.

E proprio tra una flebile speranza e una solenne battuta d’arresto, Aberg ha spruzzato un po’ di ottimismo paternalistico, riconoscendo che anche se i negoziati delle Nazioni Unite saranno “davvero importanti” nel plasmare il dibattito sulla crisi climatica, il risultato finale sarà – sorpresa! – tutt’altro che entusiasmante.

Cosa vogliono davvero i guru dell’industria?

Ah, gli imprenditori, quei meravigliosi incantatori di serpenti moderni, sempre pronti a dispensare saggezza e a ricordarci che senza il sostegno politico sono persi come bambini nel deserto. Anders Danielsson, il CEO di Skanska, una delle aziende di costruzione più importanti della Svezia, si presenta impavido davanti alle telecamere, convinto di poter raggiungere i suoi obiettivi climatici da solo, ma non senza un piccolo aiutino dal consiglio di stato.

Danielsson è stato cristallino nell’intervista al programma “Europe Early Edition” di CNBC, affermando:

“Abbiamo bisogno di una volontà politica forte per spingere questa agenda. Noi possiamo fare molto, ma da soli non ce la facciamo.”

Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, sulle spiagge di Sydney, si guarda il sole sorgere su Ben Buckler Point, mentre l’economia globale continua a chiedersi come motivare la gente a non avvelenare il pianeta.

La risposta arriva da Tobias Meyer, CEO del gigante logistico DHL Group, che con un entusiasmo contagioso (per chi segue la logica delle tasse sul carbonio) sostiene che un prezzo globale sulla CO2 sarebbe la panacea di tutti i mali climatici. Nessuno sconto per i colpevoli, ci vuole un prezzo che pizzichi dove fa più male.

Meyer ha spiegato senza mezzi termini durante un’altra intervista a CNBC:

“Dobbiamo portare a termine il lavoro. Serve un prezzo globale sulle emissioni di CO2. È lo strumento migliore. Credo fermamente che se le imprese recepissero questi segnali di prezzo e usassero la tecnologia disponibile, si potrebbe realmente ridurre l’impatto.”

Naturalmente, il capofila dell’industria eolica danese, Henrik Andersen, CEO di Vestas, non si è fatto attendere nel richiamare alla realtà tutti quei colleghi distratti dall’ottimismo da summit.

Durante un’apparizione a “Squawk Box Europe”, Andersen ha sfoderato la sua versione di un avvertimento da manuale:

“Non è solo questione di COP. Se le conferenze diventano esercizi teorici su come mantenere il limite di 1,5 gradi entro la portata – e poi si scopre che non è più possibile – il mio miglior consiglio è di reinventarvi.”

Quanto di più ironico e amaro possa essere un invito a rimboccarsi le maniche e mettere da parte le chiacchiere inutili, mentre si affonda lentamente nel pantano dell’inerzia politica globale.

Che dire? Dopo tanto discutere, puntare il dito e gettarla sulla politica sotterranea dei compromessi, forse sarebbe più semplice ammettere che per ora l’unica ‘azione’ concreta rimane un eco-decorativo gioco di parole e slogan colorati su brochure patinate.

Benvenuti alla scintillante riunione annuale di pragmaticità e scuse, meglio nota come COP30, il festone climatico che si tiene ai margini della foresta amazzonica, in quel paradiso terrestre chiamato Belem, Brasile. Quest’anno, il gran ballo della sostenibilità vedrà l’assenza clamorosa – e forse persino un tantino strategica – degli Stati Uniti, grazie alla decisione dell’amministrazione Trump di non mandare nemmeno un rappresentante di alto livello. Una prima assoluta, degna di nota quanto la capacità di sostenere un dibattito sul clima evitandolo completamente.

Spiace quasi quasi per i circa 50.000 delegati attesi, ma d’altronde, quando il comandante in capo definisce il riscaldamento globale un “inganno”, il teatro di confronto internazionale perde gran parte del suo appeal. La conferenza andrà avanti fino al 21 novembre, ospitando discussioni che oscillano tra “restiamo seri” e “fantasie apocalittiche” mentre metà del mondo cerca disperatamente di limitare la catastrofe climatica.

La ricercatrice Anna Aberg, brillante mente del Chatham House, istituto londinese che forse si accontenta della scienza, esprime giudizi lapidari sulla scelta di Washington:

“È davvero sfortunato che l’amministrazione Trump abbia rimesso per la seconda volta gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi, e che portino avanti un’agenda feroce contro il clima, sia in patria che oltreoceano.”

E poi aggiunge, con quella delicatezza tipica di chi aspetta invano un segnale di buon senso:

“Onestamente penso che sia stato meglio non inviare funzionari senior al COP, perché davvero non so cosa potrebbero mai aver contribuito, dato il modo in cui Trump parla del cambiamento climatico.”

Il protagonista di questa epopea climatica, Donald Trump, ha chiarito più volte come la crisi ambientale sia un gigantesco bluff, definendola addirittura alla “Assemblea Generale dell’ONU” come il “più grande inganno mai perpetrato al mondo”. Un pensiero profondo, degno di nota ogni qualvolta si desideri affondare la lotta globale contro il surriscaldamento del pianeta. E come non citare il suo illuminante affondo contro le energie rinnovabili?

Così, con argomenti basati su fondamenti scientifici solidissimi come un castello di sabbia al mare, Trump ammonisce:

“Se non vi liberate della truffa delle energie verdi, il vostro paese fallirà.”

Tra i grandi assenti di spicco figurano anche il Presidente cinese Xi Jinping e il Primo Ministro indiano Narendra Modi, entrambi epitomi di scelte politiche velleitarie ma senza l’onore di presentarsi di persona, optando per delegazioni più discrete ma pur sempre presenti. Perché tanto, tanto parlare e discutere, ma alla fine qualcuno dovrà pur entrare in scena.

Cosa c’è davvero sul tavolo di COP30?

La conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima si presenta come l’occasione per passare dalla retorica alla sostanza, dal centellinare obiettivi di decarbonizzazione a un’azione concreta – o almeno una parvenza di. Tra le questioni più spinose all’ordine del giorno troviamo l’urgente bisogno di rispettare gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni, rivoluzionare il sistema finanziario globale (che ammettiamolo, è più incline a finanziare sogni di cemento che foreste), potenziare gli strumenti di adattamento e, naturalmente, salvaguardare la natura, quell’ospite che spesso viene invitato ma quasi mai ascoltato.

Tutto ciò si svolge in un momento in cui gli impatti del cambiamento climatico si fanno sempre più evidenti – ma stranamente l’argomento sembra scivolare sempre più giù nella lista delle priorità geopolitiche immediate. Mentre l’innalzamento delle temperature avanza, la risposta internazionale appare più un gioco di rinvii che una marcia verso soluzioni concrete.

António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un appello ai leader mondiali durante il vertice, ammonendo sull’urgenza di azioni drastiche per abbassare la febbre del pianeta e mantenere vivo il miraggio del limite di 1,5 gradi Celsius.

“Ogni frazione di grado in più significa più fame, più sfollati e più perdite, soprattutto per chi è meno responsabile. Potremmo oltrepassare punti di non ritorno irreversibili per gli ecosistemi, esporre miliardi di persone a condizioni invivibili e amplificare minacce alla pace e alla sicurezza.”

Continuando con la sua poesia sul disastro imminente, Guterres ha definito la noncuranza nel limitare il riscaldamento globale come un fallimento morale e una negligenza letale. Non certo parole di conforto per chi si ostina a ignorare l’evidenza.

Anna Aberg di Chatham House sottolinea che uno degli obiettivi prioritari di COP30 è proprio quello di ridare linfa alle speranze globali di affrontare la crisi climatica. Purtroppo, ci troviamo immersi in un clima geopolitico piuttosto… come dire, ostico.

“Si tratta di un contesto davvero complicato, non solo per la defezione degli Stati Uniti, e ci sono molte cose che questo COP deve riuscire a ottenere.”

Insomma, tra grandi assenti, parole che suonano come annunci di disastro e buone intenzioni che si agitano nel vento dell’Amazzonia, COP30 promette di essere il tipico appuntamento dove si discute tanto, si litiga anche di più, e alla fine… beh, il clima non cambia.

Nell’epopea moderna della COP30 sul clima, mentre noi comuni mortali cerchiamo disperatamente di ricordare quale sia stata l’ultima novità reale, a Belem, nello stato brasiliano del Para, si è tenuta una plenaria di leader tutto fuorché operativi. Ebbene sì, la grande conferenza del 6 novembre 2025 è riuscita nell’impresa eroica di confermare ciò che tutti sapevamo già: che i governi, le aziende e le istituzioni, con tutte le migliori intenzioni del mondo, continuano a parlare e a rimanere piuttosto inchiodati nelle loro promesse a tempo indeterminato.

Pablo Porciuncula, fotografo di AFP, ci ha regalato l’immagine perfetta di questa performance teatrale: tutti seduti, tutti sorridenti, tutti convinti che un segnale, anche solo simbolico, possa magicamente cambiare il mondo. Ma poi basta scorrere il copione e capire che l’unica vera azione tangibile resta un miraggio, un po’ come quel famoso gatto di Schrödinger che non si capisce se sia vivo o morto.

E proprio tra una flebile speranza e una solenne battuta d’arresto, Aberg ha spruzzato un po’ di ottimismo paternalistico, riconoscendo che anche se i negoziati delle Nazioni Unite saranno “davvero importanti” nel plasmare il dibattito sulla crisi climatica, il risultato finale sarà – sorpresa! – tutt’altro che entusiasmante.

Cosa vogliono davvero i guru dell’industria?

Ah, gli imprenditori, quei meravigliosi incantatori di serpenti moderni, sempre pronti a dispensare saggezza e a ricordarci che senza il sostegno politico sono persi come bambini nel deserto. Anders Danielsson, il CEO di Skanska, una delle aziende di costruzione più importanti della Svezia, si presenta impavido davanti alle telecamere, convinto di poter raggiungere i suoi obiettivi climatici da solo, ma non senza un piccolo aiutino dal consiglio di stato.

Danielsson è stato cristallino nell’intervista al programma “Europe Early Edition” di CNBC, affermando:

“Abbiamo bisogno di una volontà politica forte per spingere questa agenda. Noi possiamo fare molto, ma da soli non ce la facciamo.”

Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, sulle spiagge di Sydney, si guarda il sole sorgere su Ben Buckler Point, mentre l’economia globale continua a chiedersi come motivare la gente a non avvelenare il pianeta.

La risposta arriva da Tobias Meyer, CEO del gigante logistico DHL Group, che con un entusiasmo contagioso (per chi segue la logica delle tasse sul carbonio) sostiene che un prezzo globale sulla CO2 sarebbe la panacea di tutti i mali climatici. Nessuno sconto per i colpevoli, ci vuole un prezzo che pizzichi dove fa più male.

Meyer ha spiegato senza mezzi termini durante un’altra intervista a CNBC:

“Dobbiamo portare a termine il lavoro. Serve un prezzo globale sulle emissioni di CO2. È lo strumento migliore. Credo fermamente che se le imprese recepissero questi segnali di prezzo e usassero la tecnologia disponibile, si potrebbe realmente ridurre l’impatto.”

Naturalmente, il capofila dell’industria eolica danese, Henrik Andersen, CEO di Vestas, non si è fatto attendere nel richiamare alla realtà tutti quei colleghi distratti dall’ottimismo da summit.

Durante un’apparizione a “Squawk Box Europe”, Andersen ha sfoderato la sua versione di un avvertimento da manuale:

“Non è solo questione di COP. Se le conferenze diventano esercizi teorici su come mantenere il limite di 1,5 gradi entro la portata – e poi si scopre che non è più possibile – il mio miglior consiglio è di reinventarvi.”

Quanto di più ironico e amaro possa essere un invito a rimboccarsi le maniche e mettere da parte le chiacchiere inutili, mentre si affonda lentamente nel pantano dell’inerzia politica globale.

Che dire? Dopo tanto discutere, puntare il dito e gettarla sulla politica sotterranea dei compromessi, forse sarebbe più semplice ammettere che per ora l’unica ‘azione’ concreta rimane un eco-decorativo gioco di parole e slogan colorati su brochure patinate.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!