Come se non bastasse, Ali Khamenei, ligneo leader supremo dell’epoca moderna, non ha perso l’occasione per insultare gli oppositori definendoli “vandali” e, attenzione, soci indiretti del poco amato ex presidente americano Donald Trump. Insomma, tutta ‘sta roba maleodorante sarebbe solo colpa degli Stati Uniti e dei loro burattini locali, mercenari pagati per distruggere proprietà pubbliche. Una narrazione che sa tanto di favola sgangherata, proposta tra un blackout e l’altro per evitare che la popolazione scopra davvero cosa sta accadendo.
Khamenei ha sentenziato alla tv di Stato:
“La Repubblica Islamica è nata grazie al sangue versato da centinaia di migliaia di persone onorevoli. Non arretreremo di fronte ai vandali.”
Davvero confortante sapere che il “sangue dei martiri” serva ancora per addolcire la pillola di una oppressione che definire dura è un eufemismo. Nel frattempo, sono state riportate decine di morti e quasi 2.300 arresti: una moda recente nel Paese, che continua a reprimere ogni forma di dissenso con il garbo di una ruspa.
Le proteste sono esplose nel bazar di Teheran a fine dicembre, alimentate da un malcontento economico ormai cronico: l’imbarazzante svalutazione della moneta locale e prezzi che lievitano più velocemente di una torta mal riuscita sono la ciliegina su una torta amara. Peccato che questa crisi non sia solo nei mercati, ma anche nella testa di chi guida il Paese.
Nel frattempo, il Covid degli interessi occidentali si manifesta in un altro modo. Trump, sempre presente anche quando non ce ne sarebbe bisogno, aveva promesso di “salvare” i manifestanti se il regime iraniano si fosse macchiato di violenza. Un’eroica promessa postata ovviamente su Truth Social, la piattaforma perfetta per lanciare bombe verbali senza conseguenze.
Ali Larijani, consigliere del leader supremo iraniano, prontamente ha reagito all’intervento americano paragonandolo a una fonte di caos per tutta la regione: un modo elegante per dire “State lontani, grazie”.
Nel frattempo, mentre il grande ballo della politica si consuma, il prezzo del petrolio fa il suo show indipendentemente dalle tragedie umane. Con l’Iran come giocatore chiave nel mercato globale grazie alla sua partecipazione all’OPEC, le quotazioni del greggio si sono impennate con il Brent a 62,52 dollari al barile e il West Texas Intermediate a 58,29 dollari, entrambi in rialzo dello 0,9%. Beh, almeno qualcuno ci guadagna anche dalle rivolte, no?
Insomma, è l’ennesima puntata di quella tragicommedia chiamata politica mediorientale, con Vittime, Predoni, Draghi del petrolio e sovrani autosufficienti in un balletto senza fine. Alla fine, i veri vincitori sono sempre quelli che possono permettersi di guardare da lontano, con i popcorn in mano e nessun blackout che rovini lo spettacolo.



