Il produttore olandese di chip lancia un disperato appello alla sua filiale cinese, come se il mondo dipendesse da questo

Il produttore olandese di chip lancia un disperato appello alla sua filiale cinese, come se il mondo dipendesse da questo

Oh, che gioia! La gloriosa Nexperia, celebre fabbrica di chip con base olandese a Nijmegen, ci regala un altro episodio della saga infuocata tra Amsterdam e Pechino, questa volta con tanto di lettera aperta mendicante un minimo di collaborazione da parte della sua unità cinese. Perché, si sa, quando i clienti globali cominciano a vociferare di “interruzioni imminenti della produzione”, è il momento perfetto per una bella ramanzina pubblica degna delle soap opera più drammatiche.

In una missiva che suona più come un SOS in bottiglia, la sede olandese di Nexperia lamenta l’assordante silenzio delle autorità cinesi alle loro “ripetute richieste di comunicazione diretta”. Eh già, niente risposte degne di questo nome, se non il solito muro di gomma asiatico che lascia intendere che i chip stavolta si fermano proprio sul nascere.

Bontà loro, hanno anche sottolineato di apprezzare “l’impegno delle autorità cinesi a facilitare la ripresa delle esportazioni dalla struttura locale di Nexperia e dai suoi subappaltatori”. Peccato che poi il mantra dei clienti, sparsi per le varie industrie dall’automobile all’elettronica, sia ancora il medesimo: “Produzione in stallo, aiuto!”. Ma sì, continuiamo a lasciarci coccolare da questo dolce paradosso.

Naturalmente, chi gestisce la società madre cinese, Wingtech, ha fatto spallucce e non ha sentito il bisogno di rispondere alle insistenti telefonate di giornali e curiosi. Del resto, se si volesse raccontare una storia di trasparenza e fluidità nelle relazioni industriali, forse Nexperia non sarebbe davvero l’esempio migliore.

Per chi non fosse ancora nel ciclo, Nexperia produce quei minuscoli miracoli chiamati chip “fondamentali” – transistori, diodi e dispositivi di gestione dell’energia – quei pezzi relativamente low-tech e a basso costo ma senza i quali il vostro lussuoso SUV elettrico rimane solo un costoso soprammobile. Dal collegamento tra batteria e motore, ai sistemi di frenata, passando per airbag, luci e finestrini elettrici: tutto dipende da questi pezzettini.

Ah, ma come siamo arrivati a questo gioioso pantano? Nel fatidico settembre, il governo olandese, gioca la carta della legge vintage da Guerra Fredda, decidendo di prendersi il controllo di Nexperia. Ma chi glielo fa fare? Si mormora che gli Stati Uniti, come sempre pronti a spaventarsi anche per l’ombra di un chip, abbiano soffiato nei timpani dei loro alleati. E Pechino che fa? Ovviamente risponde chiudendo le cateratte: niente esportazioni di chip. Risultato? Un coro di produttori auto globali che iniziano a tremare per le scorte che si assottigliano.

La svolta? Sembrava dietro l’angolo. La settimana scorsa, l’oltraggioso governo nederlandese ha annunciato una sospensione del suo intervento statale, a seguito di chissà quali tergiversazioni diplomatiche con i cinesi. A chi credeva in un lieto fine si può però subito dire: no, non è finita qui.

Rico Luman, esperto di trasporti e logistica della banca ING, ci illumina che la situazione è ancora avvolta nella nebbia. Non basta più solo fornire i chip finiti ai clienti: bisogna pure mandare le materie prime, i wafer, dalla splendida Europa verso il territorio cinese. Insomma, una catena tanto fragile quanto intricata che coinvolge pure colossi come Nissan e il gigante tedesco Bosch.

Un portavoce della potente Associazione dell’Industria Automobilistica Tedesca (VDA), che con orgoglio rappresenta marchi come Volkswagen, Mercedes-Benz Group e BMW, ha avvertito di un rischio molto serio, “specialmente per il primo trimestre del 2026”. Per chi si stesse chiedendo se i problemi si stiano risolvendo, la risposta è un sonoro “no”. Perché i “disturbi” al flusso delle componenti dovuti alla politica – che bella parola eufemistica – sono tutt’altro che aboliti, e i segnali di disponibilità restano quanto mai “incerti”. Scommettiamo che non è la prima volta che i mercati automobilistici piangono su storie simili?

Il paragone interessante lo fa proprio Luman, paragonando l’attuale stallo a quelli controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare. La posizione degli asiatici è evidentemente debordante: senza la loro benevola concessione, gli europei rimangono a bocca asciutta. E, come sempre nel teatro dell’alta tecnologia, non è per nulla chiaro cosa è riservato a chi.

Dunque, ricapitolando: abbiamo un produttore olandese piccino-piccino ma strategico, controllato da cinesi silenti e imprevedibili, una legislazione vintage rispolverata da Amsterdam sotto pressione statunitense e industrie globali sull’orlo di crisi di nervi. Lo spettacolo, com’è evidente, è ancora tutto da scrivere e rischia di durare quanto una telenovela estiva con finale aperto.

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