Il premier della Groenlandia manda a quel paese Trump e le sue minacce di dazi europei

Il premier della Groenlandia manda a quel paese Trump e le sue minacce di dazi europei

Il Primo Ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, ha fatto sapere al mondo – e soprattutto agli Stati Uniti – che l’isola artica non si farà certo mettere i piedi in testa dalle minacce tariffarie del Presidente Donald Trump. Un messaggio perfettamente in linea con la sua partecipazione a una delle tante manifestazioni di protesta nel weekend a Nuuk, capitale groenlandese, dove cittadini indignati hanno sfilato per dire un sonoro “no” all’ambizione trumpiana di trasformare il vasto territorio semi-autonomo danese in un nuovo possedimento americano. Perché, si sa, quando il padrone di casa dice “no”, gli ospiti americani rispondono con dazi da far tremare i polsi.

Lo scorso sabato, infatti, il Presidente USA ha pensato bene di alzare la posta in gioco: ha minacciato di mettere pesanti dazi su otto paesi europei che non gradiscono il suo piano di colonizzazione 2.0. Un grande gesto di diplomazia che è stato accolto da unanimi proteste da parte dei leader europei, che hanno trovato fantastico schierarsi dalla parte della Danimarca, che – giusto per mettere le cose in chiaro – è responsabile delle politiche estere, di difesa e sicurezza della Groenlandia. E chissà come mai, nessuno aveva pensato a questo dettaglio.

Nielsen, con la sua tipica calma nordica, ha twittato un autentico inno alla resilienza: le manifestazioni in Groenlandia e in Danimarca avrebbero dimostrato una “forte e dignitosa unità”. Grazie al cielo, almeno questa è chiara. E non si è fermato lì, ha accolto con favore il sostegno degli altri leader europei come un riconoscimento importante del diritto della Groenlandia a decidere per sé stessa – idea rivoluzionaria, vero?

Jens-Frederik Nielsen ha dichiarato:

“Le ultime minacce degli Stati Uniti, comprese quelle sui dazi, non cambiano questa posizione. Non ci faremo mettere sotto pressione. Rimaniamo fermi nel privilegiare il dialogo, il rispetto e il diritto internazionale.”

Ma torniamo un attimo al protagonista meno amato di questa storia: Donald Trump. Già da tempo il suo sogno proibito è trasformare la Groenlandia in una sorta di succursale americana. Il fatto nuovo? Il rilancio proprio dopo quella coraggiosa (e, diciamolo, abbastanza audace) operazione militare USA in Venezuela il 3 gennaio. Il presidente continua a sostenere, con una convinzione tutta sua, che l’isola, scarsamente popolata ma ricchissima di risorse minerarie, è fondamentale per la sicurezza nazionale. E, giusto per sottolineare quanto tutto questo sia una questione di pura strategia geopolitica, cita la minaccia russa e cinese nell’Artico.

Ultima perla da diplomatico navigato, Trump ha dichiarato senza tanti giri di parole che gli Stati Uniti acquisiranno la Groenlandia “in un modo o nell’altro”. Nel frattempo, come spintarella per convincere i suoi amici europei a mollare la presa, ha promesso di imporre un dazio del 10% su Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Finlandia a partire dal 1° febbraio, ma attenzione: da giugno la tariffa salirà a un irresistibile 25%. Un invito che i paesi dell’Unione Europea stanno considerando con grande entusiasmo.

Nel frattempo, i leader europei si stanno preparando a un incontro che promette scintille, valutando contromisure altrettanto efficaci: ritorsioni tariffarie e provvedimenti economici punitivi per far capire all’inquilino della Casa Bianca che non si tratta di un mercato da supermercato dove si può semplicemente fare shopping territoriale.

La Groenlandia, la diplomazia e l’impeto imperialista

Dietro questa farsa geopolitica si cela però una questione spinosa: la Groenlandia è un territorio con una forte autonomia interna, ma resta, almeno formalmente, sotto il controllo della Danimarca. Questo complicato equilibrio è costantemente messo alla prova dalle mire espansionistiche di potenze globali che evidentemente considerano la regione come una semplice pedina in un gioco di scacchi che riguarda il controllo delle risorse naturali e la supremazia nei mari del Nord.

Non sorprende che un illustre personaggio come Trump pensi alla Groenlandia come a un pezzo di torta da scartocciare, ignorando completamente il diritto degli abitanti a decidere del proprio destino. D’altra parte, perché rispettare il diritto internazionale e la sovranità altrui se puoi semplicemente ricattare e minacciare con dazi? Una tattica raffinata, di certo.

Il vero spettacolo, però, è vedere come i paesi europei, un tempo paladini della democrazia e della cooperazione internazionale, si trovino ora obbligati a rispondere con le stesse armi economiche aggressive. Una saga tragicomica che ci ricorda quanto sia fragile la facciata della civiltà moderna di fronte al richiamo delle ambizioni egemoniche.

Insomma, la Groenlandia nel 2026 è un palcoscenico perfetto per una commedia in tre atti: il primo, il sogno irrealizzabile di un presidente che vuole comprare un territorio; il secondo, la dignitosa resistenza di un popolo e dei suoi rappresentanti; il terzo, la danza diplomatica delle potenze occidentali che cercano di evitare la guerra commerciale, pur essendone ormai invischiate fino al collo.