This whole circus starts exactly 84 giorni dopo l’annuncio della data per il secondo Budget. La nostra eroina, Rachel Reeves, ministra delle Finanze britannica, è finalmente pronta a svelare le sue (magnifiche?) mosse mercoledì prossimo. Finalmente, direte voi. Ma aspettate, cos’è successo in questa attesa infinita? Nulla di meno che la distruzione di ogni minima etichetta di serietĂ nel processo politico e finanziario.
Una volta i ministri delle Finanze vivevano in un mondo incantato chiamato “purdah”, un luogo dove non si poteva dire mezza parola sul Budget prima della grande rivelazione. Questa sacra tradizione serviva a mantenere l’integritĂ del processo e la tanto agognata stabilitĂ dei mercati. Suppongo che ora sia considerata una reliquia archeologica da seppellire con rispetto, ma da ignorare accuratamente.
Infatti, per chi non fosse convinto dell’importanza del rispetto delle regole, vale la pena ricordare Hugh Dalton, predecessore di Reeves nel glorioso Partito Laburista, che si dimise nel 1947 dopo che “per sbaglio” condivise dettagli sensibili del Budget con un giornalista prima della sua presentazione ufficiale alla Camera dei Comuni. Tra le misure c’era anche quell’incredibile e rivoluzionaria decisione di aumentare di un penny la tassa sulla pinta di birra – equivalente a circa 78 penny oggi. Che scandalo!
fino a tempi recenti, l’evento più scandaloso che la stampa riuscisse ad ottenere era una foto del ministro mentre passeggiava con il cane poco prima della presentazione del Budget. Nigel Lawson, titolare del ruolo tra il 1983 e il 1989, amava così tanto questa tradizione da chiamare uno dei suoi cani proprio “Budget”. Nei tempi moderni, invece, la sobrietà è un optional, e la trasparenza sa tanto di passata di pomodoro al supermercato: si tratta solo di un trucco per farsi notare.
Ma lasciamo il passato dove sta perché il nuovo millennio ha completamente reinventato questa sacra arte. Ora, grazie soprattutto ai social, alle fughe di notizie organizzate e ad un incredibile senso di spavalderia, il rituale del Budget si è trasformato in uno show da baraccone con continue anticipazioni. Ogni ministro sfodera qualcosa, come un mago stanco che tira fuori un coniglio da un cilindro ormai scollato.
Quello di Reeves, però, è un caso da manuale. Non contenta di violare qualsiasi convenzione con un discorso “preparatorio” lo scorso 4 novembre, in cui ha anticipato che avrebbe probabilmente infranto la promessa laburista di non aumentare le tasse sul reddito, ha poi ribadito il concetto sei giorni dopo in una chiacchierata televisiva con la BBC. A chi pensava che ci fosse un minimo di rispetto per la suspense è stato riservato uno scherzo ancora più gustoso.
Reeves ha infatti fatto una giravolta degna di un campione olimpico di ginnastica artistica. Giovedì sera, il Financial Times ha pubblicato un articolo in cui veniva annunciato, sorprendentemente, che grazie a previsioni fiscali più rosee del previsto redatte dall’ufficio indipendente Office for Budget Responsibility, il ministro avrebbe rimangiato la promessa elettorale. Il Tesoro, con un ammiccamento al mondo mediatico, ha subito confermato questo cambio di rotta, lasciando tutti a bocca aperta.
Un buco fiscale da 30 miliardi di sterline: una passeggiata nel parco
Intanto, la creazione del Budget è diventata una sorta di karaoke dai megafoni attivi, con i mercati che reagiscono a ogni minimissimo sussurro di leak. Non sono solo le borse a tremare; persino Rightmove, il più grande portale immobiliare del Regno Unito, ha registrato un calo dell’1,8% nei prezzi richiesti negli ultimi 30 giorni, complice il panico da possibile aumento fiscale. Come se non bastasse!
Il mondo degli affari anda anche peggio: nientemeno che Genuit, un fornitore dell’industria edilizia, ha lanciato un allarme rosso di profitti in calo, accusando chiaramente l’incertezza del Budget. A seguire, anche il costruttore di case Crest Nicholson ha fatto sentire il suo lamento per motivi simili. Se poi guardiamo a numerose inchieste, è evidente che l’incertezza ha frantumato sia la fiducia dei consumatori che gli investimenti nel settore produttivo.
Sì, perché mentre noi assistiamo a questa soap opera, Reeves può cominciare a scegliere come rimediare a un buco fiscale che fa sembrare un colabrodo un secchio di plastica. Lei ha due strade: aumentare le tasse o tagliare la spesa pubblica. Entrambe opzioni che fanno felici più o meno nessuno, ma che sono indispensabili per rispettare i rigorosi paletti chiamati “regole fiscali” imposti a questa legislatura. Tradotto: chiudere i conti entro il 2029 e ridurre il rapporto debito/PIL, o almeno provarci.
Consigli fantasmagorici e opposizioni interne: caos assicurato
Naturalmente, non sono mancati i saggi consigli. Policy Exchange, quel think tank di mercato libero che ha terrorizzato gli ultimi governi conservatori, ha suggerito soluzioni “radicali” per domare la folle spesa pubblica: congelare pensioni e sussidi per tre anni, introdurre un piccolo ticket per le visite mediche e, ovviamente, eliminare alcune sovvenzioni ecologiche a beneficio di una transizione netta Zero tutta meno che “affrettata”.
Ma c’è un piccolo, insignificante dettaglio: apparirebbe che il gruppo parlamentare laburista, quello a sinistra di Reeves e del leader Keir Starmer, abbia usato il suo incredibile potere di veto contro ogni tentativo di taglio alla spesa. In altre parole, per ora l’austerity è bocciata e il ministro è bloccata come un funambolo senza rete di sicurezza.
Ed eccoci qua: la ministra delle Finanze britannica, tra fughe di notizie, retromarce spettacolari e consigli in ogni direzione, si prepara a mettere ordine in un caos che rasenta l’assurdo. Nel frattempo, cittadini, imprese e mercati stanno a guardare, con l’apprezzamento di chi è abituato ad un teatro dell’assurdo di prima categoria.
Nel frattempo, la Confederazione delle Industrie Britanniche (CBI), la principale organizzazione datoriale, ha avuto la geniale idea di avvertire Reeves di non ripetere la “famosa” razzia fiscale dell’anno scorso. Non che l’impresa aziendale si stesse lamentando a vanvera, visto che la tassazione sulle aziende ha raggiunto i massimi da ben 25 anni. ChissĂ se qualcuno ha il coraggio di suggerire di smetterla con questa cortina di fumo e di cominciare a pensare a riforme serie del sistema fiscale?
Ovviamente, come in ogni sistema politico che si rispetti, si vuole chiedere giustizia alle tasse su reddito, IVA e proprietĂ ; una ricetta di buongoverno che passa attraverso infrastrutture sveltite e, se possibile, qualche sconto sui costi energetici astronomici, che sembrano essere una chicca imperdibile del Regno Unito.
Anche il Financial Times si è sentito in dovere di dire la sua, proponendo (udite udite) un radicale cambio di rotta sulle tasse immobiliari. Il mittente vorrebbe mandare in pensione l’imposta di bollo e la tassa comunale – colpevole però di finanziare almeno in parte l’amministrazione locale – e sostituirle con una tassa annuale sul valore della proprietà . La ricetta perfetta per far gridare al miracolo gli amministratori locali, ma meno sicuramente ai proprietari immobiliari, ormai sempre più ostaggi delle politiche fiscali.
Se poi vogliamo parlare di innovazione, ecco il contributo di Dan Neidle, fondatore di un think tank che si diverte a studiare le politiche fiscali complicate come un rebus: propone di eliminare quegli “scalini” detti cliff edges, come la brillante idea per cui chi guadagna tra 100.000 e 125.140 sterline finisce per pagare un tasso marginale del 62% a causa della sparizione graduale delle detrazioni personali. Perché, si sa, complicare la vita ai contribuenti è sempre stato un passatempo britannico molto amato.
Passando a un’agenzia a maggior ragione autorevole e indipendente, l’Institute for Fiscal Studies – la cui voce viene quasi ignorata per comodità – rammenta gentilmente che andare avanti con tasse mal concepite è quanto di piĂą stupido si possa fare. Invita a essere coraggiosi, a smettere di soffocare la crescita e a puntare su un sistema fiscale che funzioni davvero per tutti. Sogni di un’utopia fiscale, probabilmente.
Com’è noto, però, chi ha davvero voce in capitolo è la Resolution Foundation, think tank con inclinazioni progressiste. Questa organizzazione propone di eliminare il tetto che limita il “child benefit” ai primi due figli, un costo stimato di 3.5 miliardi di sterline. In aggiunta, vorrebbero spostare i costi sociali e quelli legati agli obiettivi net-zero nella tassazione generale, aggiungendo altri 3.5 miliardi alla lista delle spese “necessarie”. Ah giĂ , e non dimentichiamoci di prolungare il congelamento delle soglie di imposta personale, per altri due anni, così si raccolgono altri 7.5 miliardi, insieme alla riduzione della soglia per l’IVA che “magicamente” frutterebbe 2 miliardi.
Tutte queste proposte, si afferma, sono le più probabili a vedere la luce. Nei corridoi del potere sembra ormai di assistere a una nuova moda: prima di qualsiasi variazione fiscale arriva un’analisi “distributiva” che spiega quindi quanto sia “progressiva” la misura, ovvero, come far pagare più soldi ai ricchi. Peccato che tutto ciò lasci il top 1% degli ultra-ricchi con una torta fiscale del 29%, mentre la media degli altri contribuenti vede scendere la sua quota tributaria più di quanto sia mai accaduto negli ultimi 50 anni. Complimenti, davvero.
Il problema reale di Reeves, in mezzo a fughe di ex “non-dom” verso lidi meno agguerriti, è che il sistema fiscale si sta stancando di sfamare solo i radical chic e i fortunati nati con una culla d’oro sotto il sedere. Aumenti di imposte per la popolazione generale sembrano ormai inevitabili, anche se si è risparmiato per qualche tempo il famigerato aumento sull’imposta sul reddito.
La fissazione per la “progressività ” ha però un effetto collaterale spassoso: ogni misura che potrebbe davvero stimolare la crescita, come risolvere il problema del cliff edge a 100.000 sterline, sarà bandita se si pensa possa favorire i ricchi. Un sistema fiscale così “lucido” e “razionale” da lasciare spazio solo a distorsioni e anomalie degne di un romanzo kafkiano.
Un tira e molla in salsa politica e fiscale
I titoli di giornale annunciano a gran voce che il Premiere britannico Keir Starmer e la ministra Rachel Reeves hanno rinunciato – miracolo dei miracoli – alle promesse elettorali di aumentare l’imposta sul reddito. Un dietrofront così epocale che rischia di passare alla storia come il più clamoroso dei “più veloce di un battito di ciglia.”
Intanto, la segretaria economica al Tesoro, Lucy Rigby, si prodiga in una performance televisiva sul network CNBC, elencando sperticate lodi sugli sforzi del governo per rilanciare gli investimenti e dare una spinta ai mercati dei capitali. Come ciliegina, un analista del settore edilizio conferma che il mercato immobiliare britannico rimane il soggetto preferito di analisi e previsioni, soprattutto per chi vuole vedere se la bolla sta crescendo o sta per scoppiare.
Di certo, alla ministra Reeves non manca proprio nulla: deve giostrare un bilancio pubblico fatto piĂą di buchi che di certezze, annunciando tagli e aumenti con la grazia di un equilibrista su una fune. In nome del futuro, naturalmente. Del presente si occuperanno gli inglesi, che possono solo accogliere con un sorriso amaro il carosello di promesse, leggi e controleggi che sembrano in realtĂ un gioco di prestigio destinato a lasciare tutti piĂą poveri e piĂą confusi.
Ah, la gloriosa Scozia pronta a diventare una piccola potenza obbligazionaria con il lancio dei suoi primi “kilts” — un gioco di parole irresistibile con i famigerati “gilts” del Regno Unito. Per chi non fosse al corrente, i “kilts” rappresentano un programma da ben 1,5 miliardi di sterline, previsto per il 2026/27, destinato a testare la pazienza degli investitori e a sfidare l’autoritĂ del tesoro britannico.
Ironia della sorte, l’agenzia di rating ha attribuito al governo scozzese gli stessi, scintillanti voti che riservano al Regno Unito. Per fortuna, non si può mai dire di essere trattati con favoritismi quando si parla di finanze pubbliche.
Un colpo di scena macro-commodity, o forse no?
L’invincibile Stephen Yiu, illuminato Chief Investment Officer di Blue Whale Capital, un fondo britannico, ha scovato un titolo azionario americano che sarebbe una gemma nel suo portfolio. Nonostante le montagne russe del prezzo della materia prima a cui è legato, questo stock è classificato come un “gioco macro-commodity” di prima categoria. Parola di esperto, naturalmente, perchĂ© chi meglio di un mago degli investimenti può prevedere la prossima mossa del mercato?
La sensazione che ci lascia? Ma che importa, la volatilità è solo un dettaglio irrilevante quando si tratta di cavalcare l’onda delle guadagni facili.
La citazione della settimana
Janine Hirt, gran capo di Innovate Finance, ha sparato a zero sugli approcci tradizionali di bilancio:
“Se vuoi bilanciare i conti, non si tratta solo di raccogliere fondi e tagliare le spese. Devi incentivare la crescita. E se guardi al FinTech, è probabilmente uno dei settori piĂą preziosi alleati di questo governo per realizzare tali ambizioni.”
Insomma, dimenticate tagli lineari e tasse da Strozzino: secondo Hirt, la crescita è la vera panacea. Una teoria che fa sognare, soprattutto in tempi di austerità mascherata da innovazione.
I mercati non stanno a guardare… o forse troppo
Il FTSE 100 di Londra, quel brillante specchio del capitalismo scintillante, si è preso una pausa dalla sua corsa record, lasciandosi travolgere dai timori di una bolla dell’intelligenza artificiale. Niente di sorprendente, vista la febbre maniacale che accompagna ogni nuova buzzword che fa impazzire i mercati.
Non è andata meglio ai famigerati gilts, quei bond britannici che amiamo odiare, protagonisti di volatilità da manuale. I rendimenti sono schizzati venerdì su voci di un clamoroso dietrofront del Ministro delle Finanze, Rachel Reeves, che avrebbe abbandonato l’idea di aumentare l’imposta sul reddito nell’atteso Autumn Budget.
Il rendimento del gilt a 10 anni, quell’amato indicatore di paura dei mercati, ha guadagnato 2 punti base martedì, fluttuando intorno al 4,557%. Si sa, quando la Fed fa le bizze, anche le sterline tremano.
Nel frattempo, la sterlina ha preferito mantenere la propria dignità , mostrando poca voglia di correre rispetto al dollaro americano. Alla fine della giornata europea di martedì, il cambio era stabile a circa 1,314 dollari per una sterlina.
Una stabilitĂ quasi rabbiosa se consideriamo che i mercati globali stanno privilegiando vendite a cascata a ritmo serrato. Ma pazienza, magari si tratta solo di un semplice respiro prima del prossimo crollo.
Le date da segnare in agenda, o da ignorare con eleganza
Tenete gli occhi aperti per questi appuntamenti imperdibili, perché ignorarli potrebbe costarvi una serata noiosa (o un crollo finanziario).
Il 19 novembre, arrivano i dati sull’inflazione nel Regno Unito per ottobre, giusto per ricordarci che il costo della vita non è un mito urbano.
Il 21 novembre, a rallegrare il fine settimana (e far tremare qualche borsa), verranno pubblicati i dati sulla fiducia dei consumatori di novembre.
E per finire, il 26 novembre, la regina degli eventi, l’annuncio del bilancio autunnale 2025. Prepariamoci a scoprire nuovi miracoli contabili o, più probabilmente, qualche altro trucco da prestigiatori di professione.



