Come rappresentante del Parlamento Europeo al vertice, la presidente Roberta Metsola si cimenterà con gli immensi capi di Stato e di governo alle 10.00, seguita da una conferenza stampa che si suppose sarà piena di frasi roboanti o almeno di qualche ammissione di buona volontà.
Quando? Circa alle 11.00 del 18 dicembre, perché non si può mai pianificare un orario certo quando sono in gioco interessi continentali di proporzioni titaniche.
Dove? Nella sontuosa sala stampa del Consiglio Europeo, con il rituale streaming EbS, per far vedere agli infanti come si fa la politica vecchio stile: molte chiacchiere e pochi fatti concreti.
Durante questo incontro a Bruxelles, i capi di Stato o di governo avranno il compito arduo di fingere che stiano concentrandosi su obiettivi cruciali come la pace duratura in Ucraina, la delicata situazione del Medio Oriente, l’articolato budget pluriennale dell’UE, la geometria variabile della geopolitica economica, la strategia di allargamento dell’UE, nonché su come gestire l’immigrazione e proteggere confini. Un vero festival di nobili intenti e di buone intenzioni, insomma.
Il Parlamento Europeo ha già fatto sentire la propria voce il 17 dicembre, dibattendo le priorità del summit insieme alla ministra danese per gli Affari Europei, Marie Bjerre, e alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Un dibattito che, visto l’epilogo, è probabile resti negli annali come esempio di eloquenza inutilmente accesa.
La guerra di Putin e la protezione dei confini europei: la farsa continua
Di fronte all’uso sistematico delle forniture energetiche da parte di Mosca come arma politica, il Parlamento Europeo ha applaudito con entusiasmo l’accordo raggiunto con il Consiglio per vietare l’importazione di gas naturale russo. Sarà un piacere proibire il gas liquefatto spot a partire da inizio 2026 e il gas da gasdotti dal 30 settembre 2027, così potremo passare altri anni a sperare che funzioni qualcosa.
Il testo prevede anche sanzioni massime per i trasgressori, perché non si sa mai che qualcuno osi violare un regolamento che varia a seconda delle date di entra in vigore. Nel frattempo, nella trattativa con la presidenza danese del Consiglio, i parlamentari hanno fatto la solenne promessa di chiedere il bando completo al petrolio russo e di “corteggiare” la Commissione affinché presenti la legislazione per un divieto totale entro il 2026. Il termine ultimo? Late-2027. Ma si sa, non si può avere fretta quando si parla di energia e di politica internazionale.
Ma la grande novità la porta la risoluzione adottata il 17 dicembre sulla mobilità militare, che invita con urgenza all’abolizione delle frontiere interne per il transito rapido di truppe, equipaggiamento e materiali strategici in tutta l’UE. Come se questo fosse il colpo di genio che terrà a bada la potenza russa. Si parla addirittura di un “Schengen militare” con task force e coordinatori europei per snellire una burocrazia altrimenti ostile al buon senso.
In un ambiente di sicurezza che peggiora più rapidamente di una serie tv di bassa qualità, il Parlamento spinge per aumentare in modo esponenziale gli investimenti nella prontezza difensiva europea. Si fanno belle parole su come mobilitare capitali privati con lucrosi strumenti finanziari, ma in definitiva il conto finale potrebbe essere salato e destinato a finire nelle tasche dei cittadini ignari ossessionati da questa mania della sicurezza.
Il 16 dicembre il Parlamento ha pure deciso di accelerare il processo legislativo per un prestito “riparatore” a favore di Ucraina, che sarà garantito da una fantasmagorica vendita dei profitti e dei fondi congelati di beni statali russi. Come se fosse una soluzione magica per rimediare alla guerra, questa nuova manna finanziaria sostiene le finanze ucraine, compresi apparati militari e un’integrazione forzata nell’industria della difesa europea.
Questo prestito si affiancherebbe agli altri strumenti già esistenti come la “Ukraine Facility” e il “Ukraine Loan Cooperation Mechanism”, per creare insomma un assortimento completo di finanziamenti che avranno l’arduo compito di far funzionare quello che da mesi sembra solo un disperato scodinzolio della diplomazia.
Non mancano poi gli sforzi per rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa europea. Alla plenaria del 16 dicembre è stato approvato un accordo con il Consiglio che mira ad ampliare i fondi per investimenti legati alla difesa, attraverso una rielaborazione di programmi esistenti come il Strategic Technologies for Europe Platform (STEP), Horizon Europe, il European Defence Fund (EDF), il Digital Europe Programme e la Connecting Europe Facility (CEF). Insomma, si mescolano fondi e sigle per finanziare una sorta di militare 2.0 made in UE.
E ovviamente, il 16 dicembre ha visto anche un dibattito tra parlamentari e Commissione sulla situazione che continua a evolversi, perché perdere tempo e dialogare è sempre il modo migliore per mostrare quanto l’Europa sia in controllo totale della situazione (ironizziamo, ovviamente).



