Il Parlamento, nella sua infinita saggezza, ha deciso che la povertà non è solo un problema economico, ma soprattutto una violazione della dignità umana. Un’ulteriore definizione profonda che, ammettiamolo, nessuno si sarebbe mai sognato di fare prima.
Dignità calpestata e numeri da capogiro
È praticamente la nuova agenda sacra: combattere la povertà attraverso una pioggia di risorse pubbliche. Si parla di almeno 20 miliardi di euro destinati alla “European Child Guarantee”, una garanzia che dovrebbe assicurare ai bambini acceso gratuito a servizi sanitari, educativi, assistenziali e a una dieta sana, chissà mai se anche un giocattolo ogni tanto.
Naturalmente, ormai i poveri non sono solo poveri, sono “a rischio”, come se facessero il walk of shame di una ronda istituzionale. E per questi “a rischio”, il Parlamento pretende almeno un 5% dei fondi del Fondo Sociale Europeo+ per combattere la povertà infantile, cosa che si traduce nel doppio per quei Paesi meno fortunati. D’altronde, gli sprechi sono altrove, no?
Il lavoro, santo totem anti-povertà
Il messaggio è chiaro: il lavoro deve essere pieno, e i diritti dei lavoratori sacri come reliquie. Quindi, via libera a politiche che assicurino salari giusti – per carità, uguali per lavori uguali – e protezioni che sembrano più favole della buonanotte che realtà. Il dettaglio più dolce? Chiedono anche più accesso ai servizi di assistenza all’infanzia e a una guida professionale “su misura”, perché evidentemente se sei povero e hai un lavoro, non ti basta lavorare, devi essere anche ‘sempre più’ guidato.
Accesso universale ai servizi pubblici: un miraggio da inseguire
Le soluzioni ultime arrivano con un piano di investimenti pubblici per garantire a tutti, ma proprio a tutti, accesso a casa, cibo, acqua, servizi igienico-sanitari, energia e trasporti. Un elenco di necessità ovvie che così ovvie evidentemente non sono, se ancora bisogna ribadirle. Si auspica che questa pioggia di miliardi riesca finalmente a rompere il maledetto “ciclo intergenerazionale della povertà.” A meno che non ne rimanga solo un anello.
Nemmeno il tema dei senza tetto è lasciato fuori: per il 2030 è previsto un piano d’azione per azzerare l’odiosa condizione, con misure specifiche rivolte a bambini, famiglie, lavoratori licenziati e donne. Un gruppo che fino a prova contraria, ha sempre goduto di attenzione e tutela insuperabili.
Nel tocco finale, si richiede la partecipazione politica dei poveri, così che possano finalmente dire la loro su quel che li schiaccia, partecipare alla stesura di politiche che li riguardano e, ovviamente, aiutare a valutare l’efficacia di tutto questo scempio pianificato in alto.
João Oliveira, relatore e membro della sinistra portoghese, ha sentenziato con un piglio che non ammette repliche:
“La strategia anti-povertà deve essere ambiziosa. Deve intervenire sulle cause strutturali della povertà, promuovere una distribuzione più equa della ricchezza, migliorare le condizioni lavorative, garantire investimenti robusti nei servizi pubblici e assicurare l’accesso a una casa dignitosa per tutti. La partecipazione attiva delle persone povere nella progettazione delle politiche e un budget adeguato sono essenziali per raggiungere questi obiettivi.”
Un passato che dice tanto sul futuro
Già nel 2021 il Parlamento europeo si era scaldato con la promessa di una strategia globale anti-povertà dell’UE, ambiziosa e carica di buone intenzioni: ridurre la povertà e sradicare l’estrema povertà entro il 2030. In teoria un’impresa titanica, che avrebbe dovuto salvare almeno 15 milioni di persone – almeno 5 milioni di bambini – dal rischio di povertà o esclusione sociale.
Quel che ancora non si dice è che questa meraviglia uscirà, guarda caso, nel 2026, lasciando una bella manciata di anni in cui tutti potranno solo sperare. Nel frattempo, la realtà resta inchiodata a numeri spaventosi, a bilanci che arrancano e a una povertà che veste le spoglie di un’emergenza cronica mai veramente risolta.



