Naaja Nathanielsen, ministro groenlandese responsabile di industria, risorse minerarie, energia, forze dell’ordine e parità, si ritrovi a dover spiegare l’ovvio: che l’idea del presidente Donald Trump di comprare la Groenlandia come se fosse un’azionista in vendita non è esattamente il massimo della sensibilità diplomatica.
In una conversazione con CNBC, la donna ha espresso tutto il suo sconcerto più o meno velato, definendo la vicenda “devastante” per i 57.000 abitanti dell’isola, che improvvisamente si ritrovano protagonisti (non richiesti) di un intrigo geopolitico da telenovela da quattro soldi.
Alla domanda su cosa provassero i groenlandesi davanti a questa mina vagante dagli Stati Uniti, Nathanielsen ha risposto senza mezzi termini: “La gente è preoccupata, spaventata, persa. Insomma, non proprio entusiasta di essere venduta come una proprietà.”
Secondo il ministro, il rapporto con gli Stati Uniti è sempre stato quello di un alleato disponibile e collaborativo: “Abbiamo sempre cercato di venire incontro alle esigenze americane con piacere, ma trovarci ora al centro di una tempesta in cui veniamo trattati da merce da acquistare è qualcosa di veramente complicato – senza contare le minacce di azioni militari e una occupazione reale del nostro Paese.”
Intanto il presidente Trump non si è smentito, accrescendo i toni della sua campagna d’acquisto con il piglio di chi compra un frigorifero in saldo, e ha definito la Groenlandia “imperativa” per la sicurezza nazionale americana. Quando gli è stato chiesto se fosse disposto a usare la forza militare per prenderla, ha risposto con un diplomatico “no comment.”
Inoltre, ha lanciato un “caro” avvertimento alla vecchia Europa, promettendo un’escalation di dazi su otto Paesi europei a partire dal 1° febbraio, solo per la colpa capitale di opporsi all’acquisizione del suo nuovo “giocattolo”. Perché nulla dice “amicizia internazionale” come una bella tassa punitiva.
Naaja Nathanielsen riassume così: “Trovarci all’improvviso in mezzo a una tempesta in cui veniamo trattati come un prodotto o una proprietà è davvero difficile da digerire.”
La reazione europea: un coro di indignazione… e qualche pacca sulla spalla
Ovviamente, le “capitali del buon senso” europee non hanno tardato a mostrare la loro indignazione, unendosi in una serie di discorsi altisonanti che farebbero impallidire un teatro d’opera. Il presidente francese Emmanuel Macron ha bollato le minacce di dazi come “fondamentalmente inaccettabili,” mentre il premier britannico Keir Starmer ha definito le mosse americane “completamente sbagliate.”
Naturalmente, non aspettatevi dalle reazioni europee una qualunque forma di mossa concreta oltre le classiche chiacchiere da corridoio, ma Nathanielsen ha ammesso di essere stata “veramente commossa per la forte solidarietà espressa dai leader del Vecchio Continente.”
Per la ministra groenlandese, è semplice: “Non si può accettare che un alleato occupi un altro alleato. Punto.”
Un pericolo mai visto prima — e una cultura a rischio
Le proteste nelle capitali Nuuk e Copenaghen sono state galvanizzate da folle determinate a sventolare bandiere rosso-bianco, a sottolineare quanto la Groenlandia non abbia esattamente voglia di finire nello scaffale di un grande magazzino internazionale.
I sondaggi indicano senza margine di errore che la stragrande maggioranza dei groenlandesi è contraria all’idea di un controllo americano e sostiene con forza l’indipendenza dal regno di Danimarca. Pochi dubbi, insomma, su come vadano davvero le cose sul posto.
Nathanielsen non nasconde la realtà: “Sappiamo bene che la nostra posizione geografica ci crea tensioni. Ci convivevamo già quando eravamo una colonia danese. Siamo abituati a conflitti e complessità e abbiamo imparato a navigare la situazione, ma questa volta la minaccia è completamente nuova.”
Ecco il vero punto. “Se fossimo occupati, significherebbe la distruzione della nostra cultura – e questa prospettiva è semplicemente devastante.”
Infine, Nathanielsen ha annunciato che il parlamento groenlandese si impegnerà a ottenere maggiori dettagli su come “accogliere la presenza americana senza essere completamente fagocitati.”
Insomma, è la solita storia: la Groenlandia, quel fazzoletto di terra freddo e apparentemente insignificante, si ritrova improvvisamente protagonista di un teatrino in cui grandi potenze giocano a Monopoli con le vite altrui, mentre i locali sperano ancora che il buon senso prevalga in mezzo a tanto delirio geopolitico.
Il “vero orrore” dell’occupazione è una condizione talmente devastante che, ovviamente, non si può nemmeno considerare come opzione. Parola di Nathanielsen, che in modo tanto chiaro quanto inutilmente prudente afferma: “Non vogliamo essere comprati. Lo abbiamo detto forte e chiaro”. Come se qualcuno avesse davvero pensato di vendere quello che deve restare sacro e invendibile, come una nazione o, meglio ancora, la sua dignità.
Inutile ricordare che “naturalmente non vogliamo essere occupati — quale paese al mondo lo vorrebbe?” Ovviamente nessuno. Ma in un curioso atto di coerenza, Nathanielsen aggiunge che ciò che desiderano davvero è il “dialogo”, la “collaborazione” e “abbassare la temperatura”. Come se l’ansia diplomatica riuscisse a scacciare il peso storico e politico di un’occupazione potenziale senza nemmeno alzare un sopracciglio.
Cosa riserva il futuro per la Groenlandia?
Nel 2009 la Groenlandia ha finalmente ottenuto una maggiore autonomia interna grazie alla Legge sull’Autogoverno, quella stessa legge che ha dato anche il diritto di indire un referendum per l’indipendenza. Ma, per carità, lasciamo che Danimarca mantenga il crudo controllo su politica estera, difesa e sicurezza: un compromesso che sa tanto di cordone ombelicale perenne.
Quasi tutti i partiti politici groenlandesi sventolano la bandiera dell’indipendenza, peccato che nessuno si accordi sul quando e soprattutto sul come raggiungerla. Qui il gioco di equilibrio diventa un esercizio di alta acrobazia politica: da una parte l’anelito alla sovranità totale, dall’altra la realtà fatta di soldi danesi che finanziano servizi essenziali come sanità ed educazione. Insomma, libertà a rate, ma meglio non chiederne troppo al conto in banca di Copenaghen.
In una recente intervista con CNBC, Aaja Chemnitz, deputata groenlandese al Parlamento danese, ha chiarito il punto della situazione con una punta di sano realismo: i groenlandesi vogliono “essere certi di non essere disumanizzati, come invece è successo in tutta questa storia”. Come dire, parole sacrosante, ma per anni la dignità è stata messa da parte come un accessorio inutile.
Ecco allora il suo mantra di resilienza collettiva: “Il popolo è resistente. E credo sia importante ricordare che, sì, non si può comprare un paese, ma soprattutto non si può comprare un’intera popolazione”. Che bello scoprire che le persone, quelle vere, non sono al mercato come merci in saldo.



