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Il Medio Oriente si fa bello con un casino globale sul petrolio e noi paghiamo il conto - Spreconi

Il Medio Oriente si fa bello con un casino globale sul petrolio e noi paghiamo il conto

Il Medio Oriente si fa bello con un casino globale sul petrolio e noi paghiamo il conto

Il mondo intero è finito in trappola, ma che novità. «Senza le rotte del Golfo Persico l’economia globale si blocca e il prezzo del barile schizza oltre i 200 dollari, scatenando una recessione asimmetrica che farebbe impallidire persino l’Europa». Dicono così gli analisti di Deutsche Bank e Andurand Capital, le cui profezie apocalittiche rimbalzano sui terminali con la grazia di un bollettino catastrofico. Sta tutta qui la realtà: lo Stretto di Hormuz, quella stretta via d’acqua da cui ogni giorno passano 21 milioni di barili di petrolio e quasi 300 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto, è pronto a detonare come una polveriera. Sì, nonostante le belle parole rassicuranti del presidente statunitense Donald Trump, la faccenda è tutt’altro che risolta. Secondo il think tank Rand, la mappa energetica globale è un puzzle rotto, vulnerabile e senza scampo, e il Vecchio Continente si ritrova micidialmente davanti al rischio di una crisi energetica degna dei mitici Anni Settanta, ma con un tocco tutto moderno di inefficienza e panico.

Nel Golfo, ormai privo di qualsiasi equilibrio – che sorpresa! –, l’Europa sembra soltanto spettatrice del collasso imminente. E lo fa con la solita ironia della sorte, consapevole di aver semplicemente scambiato una dipendenza con un’altra. Dopo aver messo (lento, lentissimo) da parte le forniture russe dal 2022, le nostre capitali europee hanno deciso di puntare tutto sul Medio Oriente, sperando che diventasse il nuovo baluardo della sicurezza termica. Ma guarda un po’: i flussi pre-conflitto rivelano una vulnerabilità sistemica da far impallidire anche i peggiori pessimisti. L’Italia, che in questo gioco fa da capofila, importava dal Golfo 300mila barili di petrolio e 22 milioni di metri cubi di gas ogni santo giorno. Questo equivale a una dipendenza del 15% per il greggio e del 12% per il metano — di cui ben il 45% proviene dal Qatar, quello che è tanto simpatico quanto “affidabile”. Interrompere questi rifornimenti? Sarebbe come togliere il respiratore alla rete energetica, proprio nel pieno picco della domanda. E non è che altri stiano meglio: la Spagna, altra porta d’ingresso del gas naturale liquefatto nel Mediterraneo, ci mette sopra il suo 14% sul petrolio e il 10% sul gas. E quindi?

Neanche chi si pavoneggia per la tanto decantata indipendenza energetica se la passa benissimo. La Francia, difesa – ironia della sorte – dal suo parco nucleare elettrico, si prende il colpo frontale sul petrolio: il 12% del suo consumo, pari a 200mila barili, dipende dai territori in crisi, senza contare 15 milioni di metri cubi di gas, che rappresentano l’8% della sua domanda. Oltre Manica, il Regno Unito si ritrova a pagare un effetto domino identico: il 15% del gas (ben 13 milioni di metri cubi), fornito dalle metaniere qatariote per assecondare le oscillazioni stagionali, e un 10% di greggio, pari a 100mila barili. La locomotiva tedesca, poi, benché più parsimoniosa sul fronte percentuale (solo l’8% sul petrolio con 150mila barili, e il 4% sul gas), deve guardarsi le spalle per la sopravvivenza del proprio comparto petrolchimico, che adesso soffre di una fame inspiegabile di nafta. Le cosiddette “scorte strategiche” fornite dall’Agenzia Internazionale dell’Energia? Un cerotto temporaneo: appena venti giorni di ossigeno, più che un salvagente, una flebile speranza in attesa del disastro.

Secondo Nordea, poi, sostituire il trio oligopolista di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti con rifornimenti da Stati Uniti o Norvegia è pura fantasia: i terminal di questi ultimi sono già schiacciati al massimo della loro capacità produttiva, e il vero spettro che si aggira per l’industria è il razionamento. Sì, avete capito bene: l’industria di colossi energetici che ci hanno sempre spiegato quanto fosse tutto sotto controllo ora fa i conti con un’evidente e implacabile carestia di risorse.

L’impatto sull’Asia: l’elefante nella stanza

Naturalmente, il disastro che si presagisce non si limita a Europa e Medio Oriente. L’onda d’urto del blocco di Hormuz raggiunge anche i colossi industriali asiatici, divoratori insaziabili di energia nel sistema globale. Prima che questo incubo di guerra allargata scoppiasse, la Repubblica Popolare Cinese aveva bisogno di 5,5 milioni di barili al giorno e di 65 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto dal Golfo, cifre che definire titaniche è un eufemismo, indispensabili a mantenere in moto la sua gigantesca macchina manifatturiera. A fare la fila dietro a Pechino c’è l’India, che si abbevera quotidianamente a 3,2 milioni di barili e 55 milioni di metri cubi di gas. Ovvero, gran parte del futuro energetico mondiale è appeso a un filo, e questo filo è al momento più tagliato che mai.

Insomma, si potrebbe riassumere tutto con la più classica delle verità sconvolgenti: abbiamo costruito un castello di carta intorno a una fonte fragile, fragile come la pazienza delle nostre economie. E adesso, mentre ci illudiamo con piani alternativi che sembrano scritti da un’agenzia di fantascienza, stiamo solo assistendo al lento e beffardo autogol di chi si è affidato troppo a un solo mazzo di carte geografiche energetiche.

Ah, l’eterna commedia delle crisi energetiche che colpiscono soprattutto chi dipende dagli altri. Bloccare le navi cariche di GNL nei terminali di Ras Tanura e Ras Laffan non è solo una scocciatura per i porti: per Nuova Delhi significa spettare il blackout sistemico. E non fate l’errore di pensare che soltanto l’India soffra; guardate il Giappone e la Corea del Sud, popoli super efficienti e tecnologici se non fosse che, poveretti, mancano di risorse fossili proprie. Tokyo, ad esempio, dipendeva dal Golfo Persico per 2,4 milioni di barili di petrolio al giorno e 40 milioni di metri cubi di gas. Seul invece si accontentava (si fa per dire) di 2,1 milioni di barili e 35 milioni di metri cubi di gas. L’Asia intera insomma sorbiva due terzi dell’export totale della regione, mentre gli Stati Uniti si limitavano a una modesta “mancetta” di 600mila barili. Che generosità!

La beffa del colosso petrolifero globale

E come dimenticare il vero dramma, splendidamente evidenziato dalla TD Bank, banchetto canadese delle previsioni fallaci? Il mondo si sta letteralmente affannando dietro una corsa accanita all’accaparramento del greggio atlantico e africano, saturando tutte le infrastrutture del pianeta. Siccome le raffinerie asiatiche sono programmate per digerire solo petrolio pesante proveniente dal Medio Oriente, i più leggeri diventano indigesti e la scarsità di distillati, diesel e cherosene si acuisce. Il risultato? Una carenza fisica di materia prima che fa impazzire prezzi e aspettative.

Per spolverare un po’ di pepe sulla situazione, Goldman Sachs e Rystad Energy ci informano – chissà come, ma sempre in modo rassicurante – che i mercati non hanno ancora calcolato il rischio geostrategico che grava su questi corsi. Che sorpresa! Se la chiusura delle rotte dovesse persistere, il prezzo del barile potrebbe schizzare a 200 dollari, trasformando le previsioni economiche in un gioco da azzardo per principianti. Non meravigliamoci dunque se l’inflazione si trasforma in un mostro invincibile davanti al quale perfino le banche centrali si arrendono, alzando i tassi e spingendo i governi verso austerità di emergenza degne di un film distopico.

Ecco il quadro: un gioco a somma zero dove le economie manifatturiere prive di materie prime si ritrovano a pagare un conto salatissimo, mentre le élite finanziarie continuano a brindare all’orlo del barile. Ovviamente, chi non ha nulla da estrarre deve fare i conti con la crisi, perché la logica è questa: se non puoi rifornirti, sei destinato a soccombere con classe e stile.

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