Che spettacolo di retorica europeista, vero? La Presidente del Parlamento Europeo torna a declamare come un disco incantato che “il posto della Moldova è in Europa”. Magnifico, soprattutto se si pensa che questa affermazione, fresca fresca di un mandato appena iniziato, suona come la solita canzone già sentita e risentita da decenni, condita di belle parole e nessuna rivoluzione sostanziale.
Tre anni fa si parlava semplicemente di “status di candidato” come di un primo passo, quasi una promessa da bar, mentre oggi il progetto di adesione viene sbandierato come l’appuntamento imperdibile del secolo. Una “finestra di opportunità” che per qualche motivo sembra aprirsi solo per il momento, e che – ovviamente – deve essere colta con entusiasmo e gratitudine verso i “coraggiosi” leader moldavi e il popolo che li ha scelti. Giusto, perché il coraggio si misura a parole d’ordine, e non sui fatti concreti, a quanto pare.
Il 7 novembre, data scelta non a caso, porta con sé un profumo nostalgico da antologia politica: 36 anni fa, un gruppetto di giovani moldavi con le candeline contro i carri armati sovietici. Bellissimo, romantico, patriottico. Idea che si tramanda fino ai giorni nostri come radice del coraggio moldavo, che dovrebbe illuminare qualsiasi dubbio sull’adesione all’Unione Europea. Ma anche qui, più che concretezza, si respira il profumo di un déjà vu pieno di retorica.
E non poteva mancare il solito applauso al risultato elettorale che, per la terza volta consecutiva, avrebbe “scelto la strada europea”. Peccato che la politica non funzioni come il replay calcistico, dove basta scegliere una squadra e il gioco è fatto. Qui, invece, si deve “vederla fino in fondo”, una responsabilità che si traduce per ora in promesse e qualche documento burocratico, tipo quei famigerati “Roadmap” per rafforzare lo Stato di diritto e le istituzioni democratiche, che suonano come un déjà vu già visto in altre tappe di questa telenovela europea.
Il pacchetto annuale di allargamento, uscito tre giorni fa (per la gioia degli uffici stampa), conferma che lo screening è stato “superato”, che si stanno aprendo “cluster” di negoziazioni – parola eccitante per indicare solo altre lungaggini burocratiche – e che, nonostante un cocktail tossico di disinformazione e “minacce ibride” (leggasi: propaganda e destabilizzazioni alla moda), la Moldova prosegue imperterrita verso la tanto sospirata adesione. Una marcia trionfale, insomma, nel grande gioco dell’Unione.
Un messaggio potentissimo quello di iniziare il lavoro parlamentare con una sessione dedicata all’adesione, segno che ci credono tutti davvero – o almeno recitano alla perfezione. La Presidente infatti ha definito questa assemblea “la Generazione dell’Integrazione Europea”, quasi un gruppo di eroi pronti a portare la Moldova a casa, in Europa, entro il 2030, come una sorta di promessa da campagna elettorale o una sceneggiatura ottimista.
Ma la politica non è solo un esercizio di allineamento delle norme o armonizzazione degli standard: è testimoniata dall’esperienza di chi è stato messo alla prova e ha resistito. Ed ecco che il paradigma scelto è quello del coraggio moldavo nel tagliare la dipendenza dall’energia russa, una vera impresa da eroi (o da disperati), che in pochi anni insegna al mondo che libertà vale più della paura, resilienza più della comodità, Europa più della “coercizione”. Impressionante, davvero.
Né manca una tirata d’orecchie – dolce come solo i veri amici sanno dare – sulla “situazione fragile” del Paese, costretto a pagare un prezzo alto per la scelta pro-europeista. Ma guarda un po’, la solidarietà europea arriva puntuale con nuovi collegamenti energetici e fornitori fidati, per non lasciare sola la Moldova, anche se la verità nascosta è che la scelta europea sembra più un investimento collettivo per garantire mercato e geopolitica che un progetto condiviso di benessere e progresso.
Insomma, l’Unione Europea oggi si presenta come il salvatore di turno, mentre la Moldova appare come l’orfana desiderosa di una famiglia che, al netto dei grandi proclami, continuerà a dover combattere per la sua indipendenza, tra alleanze forti e desequilibri strutturali. E la verità è che a ben vedere, più che un “imbocco in Europa”, questa avventura sembra un viaggio sul Titanic con la speranza che il capitano abbia davvero qualche mossa vincente da giocare.
il Parlamento Europeo promette di fare “tutto il necessario” per accompagnare Moldavia nel suo cammino verso l’ingresso nell’Unione Europea. Un impegno politico, economico e morale, giusto così, perché cosa mai potrebbe andare storto?
Naturalmente, il Parlamento è stato il primo a proclamare lo status di candidato per la Moldavia. Un gesto eroico, considerando che condanna a ripetizione qualsiasi interferenza esterna che provi a scuotere un po’ la stabilità nazionale moldava. La sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale? Roba sacrosanta, inutile sottolinearlo. Ma quanti scherzano da quelle parti credendo che basti una bella parola per tenere in piedi un paese che galleggia a due mari da troppo tempo.
Persino il sostegno finanziario non è mancato (ma che sorpresa!), con 18,9 milioni di euro appena sbloccati sotto la voce “Reform and Growth Facility”, che segue la poco più consistente cifra di 270 milioni di euro già avanzati in pre-finanziamenti. Se qualcuno sperava in una pioggia di denaro miracoloso, rimarrà deluso, ma almeno l’apparenza di un contributo concreto c’è.
Per non farsi mancare nulla, hanno pure ritoccato l’Accordo di Libero Scambio UE-Moldavia, così da garantire la “stabilità a lungo termine” e approfondire l’integrazione del paese nel Mercato Unico. Ah, e poi ci sono le mitiche adesioni al sistema dei pagamenti in euro e al roaming gratuito. Perché l’accesso ai giga e a qualche centesimo in meno di tariffa telefonica è il vero biglietto da visita per l’ingresso in Europa, non c’è dubbio.
Ma non è tutto spendere soldi, si sa. La vera magia europea si fa con la rappresentanza sul campo. Ed ecco l’annuncio che fa scintille: l’apertura imminente di un Ufficio di Rappresentanza Permanente del Parlamento Europeo proprio a Chișinău, segno inequivocabile che l’Europa non solo parla ma… fa. O almeno ci prova.
Questo ufficio dovrebbe essere un faro, un sostegno concreto e quotidiano, un modo per camminare fianco a fianco coi moldavi in questa odissea verso Bruxelles. Perché, si sa, è tutto rose e fiori ma la burocrazia europea è un labirinto dove è facile perdersi e rischiare di tornare direttamente a casa con la coda tra le gambe.
E adesso, giusto per dare il tocco finale di pomposità, verrà consegnata una copia di questa storica decisione: un ricordo indelebile di quando l’Unione ha deciso di portare la “partnership a un livello superiore”. Promesse mantenute, che emozione.
Non si tratta di generosità, ammettono confidenzialmente, ma di un processo vantaggioso per tutti gli attori in campo — come se qualcuno avesse dei dubbi. L’ingresso nell’UE deve essere un “win-win” epico per l’Europa e per la Moldavia.
Nel frattempo, nel continente si discute di sicurezza e difesa con piglio da strateghi di un board di multinazionali, mentre l’allargamento continua a brillare come la “migliore arma geopolitica” disponibile. Perché, evidentemente, lasciar entrare nuovi paesi è più efficace di qualsivoglia esercito o trattato di pace.
È tattica raffinata, certo, e soprattutto è una specie di investimento miracoloso per la pace, la stabilità e la prosperità. Magna Carta versione XXI secolo. Insomma, la Moldavia serve quanto l’Europa, o forse ancora di più, almeno a sentire chi sgomita per aprire i cancelli.
E non è soltanto un’opinione isolata da qualche burocrate. I sondaggi dicono che una maggioranza significativa di cittadini europei, e soprattutto giovani, sostiene con entusiasmo l’ingresso di nuovi membri. Che dolcezza, il sogno di ‘portare l’Europa in Moldavia’ si trasforma nel desiderio più pratico di ‘portare la Moldavia in Europa’.
Solo un paio di mesi fa, i grandi protagonisti del Vecchio Continente, Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Donald Tusk, si sono riuniti proprio a Chișinău per ribadire il massimo impegno per un futuro europeo della Moldavia. La porta è spalancata, ora aspettiamo che qualcuno si ricordi come si apre una porta.
Sandu, la presidente moldava, ha saggiamente commentato:
“Se è una maratona, deve esserci una linea di arrivo, non dei pali mobili.”
Più chiaro di così: la determinazione della Moldavia è stata encomiabile, ma ogni maratona ha bisogno di uno scopo definito, e il traguardo è meglio se esiste davvero. Ora tocca a Bruxelles dimostrare che anche lì il cronometro è preciso.
Nel frattempo, si ragiona sul futuro funzionamento dell’Unione, perché quello che va bene per 27 membri “storici” non funzionerà certo per 29 o 30. Le riforme strutturali sono necessarie e il Parlamento Europeo non ha paura di discuterne apertamente, da bravo novello paladino della trasparenza.
Da presidente del Parlamento, chi parla ha assistito a tanti momenti memorabili, ma nessuno come quel raduno storico a Chișinău, con centinaia di migliaia di moldavi sventolanti bandiere europee a lato di quelle nazionali, urlando “Europa è Moldavia! Moldavia è Europa!”. Una coreografia che fa sciogliere il cuore di ogni funzionario europeo in cerca di senso.
La porta per quel sogno non sarà né chiusa né socchiusa, ma spalancata. Questa è una storia che si scriverà insieme: parola di Parlamento Europeo. Alla faccia di chi pensa che la politica europea sia solo un gioco di potere senza speranza.
Mulțumesc.



