Nel magico regno del petrolio e dei fondi sovrani, la Norvegia si gloria di un tesoro da ben 2.000 miliardi di dollari. Il suo leggendario fondo petrolifero, il più grande del pianeta, ha fruttato ben 248 miliardi di dollari solo l’anno scorso, grazie a un guizzo da brivido del mercato azionario globale. Un ritorno da capogiro del 15,1%, mica bruscolini, tutto merito dell’ingordigia tecnologica della borsa statunitense e di sorprese positive nel settore delle energie rinnovabili.
Gestito dall’enigmatico Norges Bank Investment Management (NBIM), questo fondo è nato negli anni ’90 per mettere al sicuro i proventi delle industrie petrolifere e del gas nordiche, per il bene—ops—interesse del popolo norvegese. NBIM è praticamente un azionista globale, con partecipazioni in oltre 7.200 aziende distribuite in 60 paesi. Per chi volesse farsi un’idea della sua presenza mondiale, detiene circa l’1,5% di tutte le azioni pubbliche in circolazione.
Alla fine del 2025, il bottino era salito a un magnifico valore di 2,2 trilioni di dollari, contro i 2,08 dell’anno prima. Nonostante il bilancio più che roseo, la performance è stata in realtà un pelino inferiore al benchmark di riferimento: 0,28 punti percentuali in meno, equivalenti a 50 miliardi di corone norvegesi. Appena un dettaglio, dite?
Nicolai Tangen, il capitano della nave NBIM, ha voluto sottolineare nella sua dichiarazione una “fortissima ripresa” del mercato azionario globale, con il settore tecnologico statunitense come star indiscussa e il settore finanziario a fare da comprimario. Il tutto, come se nulla fosse, ha resistito stoicamente ai ben noti aumenti tariffari imposti dagli Stati Uniti. Ai cappelli verdi dell’energia rinnovabile è stato riservato un tripudio di “sviluppi positivi”.
Tangen ha ammesso, con la dignità di chi affronta tempeste e tsunami, che il 2025 è stato un anno di “tumulti e sorprese continue”, ma per fortuna una combinazione di utili aziendali solidi, ottimismo sulla AI e tagli ai tassi delle banche centrali hanno dato un bel colpo di reni a tutto il portafoglio azionario.
Nicolai Tangen ha detto:
“Le azioni tecnologiche statunitensi sono state la maggiore fonte del rendimento positivo, trainate principalmente dai giganti della tecnologia.”
Per svelare il mistero, circa il 40% degli investimenti di NBIM si trova proprio nel mercato azionario statunitense. Le chicche più preziose? Una bella fetta dell’1,3% di Nvidia, un’altra del 1,2% di Apple e infine uno striminzito 1,3% di Microsoft. Ma non solo azioni, il fondo si concede anche lussureggianti investimenti in titoli a reddito fisso, immobili e infrastrutture energetiche pulite.
Le azioni, che ammontano a un valore di mercato di circa 1,6 trilioni di dollari, rappresentano più del 71% del totale del fondo, e si sono portate a casa un guadagno del 19,3% nel 2025. Ma attenzione, anche il portafoglio non quotato dedicato alle infrastrutture rinnovabili non è stato da meno: un +18,1% di tutto rispetto, con qualche investimento in Germania che si fa notare per dimensioni.
I titoli a reddito fisso, che costituiscono oltre il 26% degli assets con 594 miliardi di dollari, hanno guadagnato un modesto 5,4%, mentre gli immobili non quotati hanno registrato un lieve +4,4%. Insomma, un po’ di tutto, purché il portafoglio non si annoi.
Giovedì scorso, NBIM ha annunciato che ora usa l’intelligenza artificiale per mettere sotto la lente d’ingrandimento gli investimenti dal punto di vista etico, un processo partito a fine 2024 con l’adozione del modello Claude di Anthropic nel suo iter ESG (Environmental, Social and Governance, per chi non ne fosse al corrente). Curiosamente, alla fine dello scorso anno il fondo ha sospeso il suo consueto processo di valutazione ESG, dopo che la Casa Bianca ha criticato la decisione di disinvestire da una holding americana, Caterpillar, per i suoi legami con il controverso conflitto in Cisgiordania.
Un Fondo Sovrano che fa il Gioco delle Parti
Il solito spettacolo: un fondo enorme, due migliaia di miliardi di dollari, investito in migliaia di aziende in tutto il mondo, ma quando si tratta di fare scelte “etiche” scatta immediatamente l’allarme politico. Il divieto di investire in un’azienda legata a un conflitto delicato viene stigmatizzato da un governo potentissimo come quello degli Stati Uniti, che, guarda caso, è proprio la terra dove si concentrano i principali titoli tecnologici che fanno crescere il fondo a velocità supersonica. Un mix irresistibile di contraddizioni da manuale del perfetto investimento geopolitico.
Ecco quindi un fondo che si permette di navigare tra rapporti di forza e vincoli diplomatici come un navigatore esperto in acque tempestose, facendo il proprio gioco e assicurandosi che il denaro norvegese continui a fruttare indipendentemente da ogni moralismo. Nel frattempo, la restante parte del mondo osserva, imbarazzata e forse un po’ invidiosa, questo colosso che non solo domina i mercati, ma sembra persino dettare le regole della moralità finanziaria con un tocco di ironia involontaria.



