Un curioso fenomeno si sta consumando dietro le quinte della finanza globale: il cosiddetto “credito privato” – un settore che sfiora i 2 trilioni di dollari – sta finalmente attirando l’attenzione degli “illuminati” della vigilanza finanziaria mondiale. Certo, meglio tardi che mai, considerato che banche, gestori di fondi, compagnie assicurative e fondi di private equity si stanno aggirando come equilibristi sul filo, senza alcuna rete di sicurezza.
Il Financial Stability Board, quel brillante consesso di banchieri centrali, regolatori e ministri delle finanze del G20, ha deciso di suonare la campanella d’allarme. Perché? Semplice: manca un briciolo di trasparenza, i dati sono un’enigma più fitto della trama di un thriller mal tradotto, e le valutazioni? Beh, diciamo che si trovano a metà strada fra l’arte astratta e la magia nera.
Sì, proprio quei sofisticati meccanismi di finanziamento e quelle strutture complesse che dovrebbero assicurare stabilità economica, invece si rivelano più fragili di un castello di carte, pronti a crollare al primo sospiro di crisi nei mercati. E più la baracca cresce, più il rischio si moltiplica.
Un settore che non dà certezze ma solo ansie
Lo studio del Financial Stability Board descrive un panorama dove $220 miliardi di linee di credito, ufficialmente concesse dalle banche ai fondi di credito privato, potrebbero essere addirittura il doppio. E per chi non fosse particolarmente esperto di finanza, basti sapere che anche se queste cifre rappresentano una piccola quota del capitale delle banche, quelle che sembrano piccole crepe possono trasformarsi in voragini quando il vento cambia.
Inoltre, la pratica di concedere crediti attraverso strutture ‘rivolventi’ – un prestito che sembra un buffet dove si prende quanto serve, finché si torna a pagare – sta diventando la roulette russa del finanziamento alle imprese, sempre più intrecciato con i “fondi di credito privato”. Queste partnership strategiche sembrano una splendida ricetta per aumentare i rischi invece di domarli.
Le stesse “eccellenze” tecnologiche e sanitarie non sono immuni
Ma non pensate che si tratti di un gioco riservato solo a società di periferia: i settori più “nobili” della tecnologia, salute e servizi sono anch’essi pesantemente indebitati e, come nota il rapporto, non hanno ancora passato l’esame di resistenza di una crisi economica prolungata.
Qualche “privato” in difficoltà sta pure adottando strumenti finanziari di certo non rassicuranti, come i prestiti “payment-in-kind” (pagamenti in natura, niente meno). Un segnale evidentissimo di come le condizioni creditizie si stiano deteriorando senza mezzi termini.
Insomma, il Financial Stability Board suggerisce (inedito!) che le autorità nazionali diano una bella scrollata a questo settore, intensificando la supervisione, mettendo ordine nella confusione dati, monitorando meglio la governance e soprattutto mettendo fine a quel caos di valutazioni e rating privati che sembrano usciti da un film horror.
Chi guida il mercato? Sempre gli Stati Uniti, ovviamente
Con un mercato dominato come al solito dagli Stati Uniti, seguiti dalla zona euro e dal Regno Unito, il credito privato è esploso dopo la crisi finanziaria globale del 2008 – guarda caso proprio quando le banche d’investimento hanno pensato bene di ritirarsi dalle operazioni più rischiose.
Una vera manna per i fondi di credito privato, che si sono affrettati a riempire il vuoto, ma con il prezzo di investire senza troppi freni, creando una gigantesca bolla di rischi non visibili a occhio nudo.
Finanza riservata agli istituzionali? Nemmeno per sogno
Un tempo roba da grandi aziende medie e investitori istituzionali, il settore ha allargato gli orizzonti includendo adesso anche società ben più grandi e, soprattutto, investitori al dettaglio tramite veicoli semi-liquidi quotati in borsa. Proprio quelli che negli USA hanno recentemente generato preoccupanti pressioni sul riscatto dei titoli.
In Europa, non è certo tutto rose e fiori. Le banche europee, infatti, stanno mettendo in mostra esposizioni al credito privato che non lasciano proprio tranquilli: Barclays si fa notare con 20 miliardi in pancia, Deutsche Bank tallona con 30 miliardi (un 2% del suo portafoglio prestiti), mentre BNP Paribas si prende un 3% con 25 miliardi di esposizione.
Per non farsi mancare nulla, sia la Banca Centrale Europea che la Banca d’Inghilterra si sono messe alquanto nervose per i rischi sistemici legati a questo mercato, tanto da lanciare stress test e insistere su una migliore disciplina nella valutazione e nella qualità degli asset e soprattutto su un adeguato controllo della liquidità.
Sarah Breeden, vicedirettore della Banca d’Inghilterra, ha recentemente fatto sapere che la situazione merita tutta l’attenzione possibile, soprattutto quando si parla di rischi che potrebbero propagarsi come un incendio in un campo di paglia.
In sintesi, il credito privato è diventato quell’anello debole della catena globale finanziaria che tutti fingevano di ignorare, ma che ora minaccia di trasformarsi in un pericoloso contagio. Peccato che per anni si sia lasciato correre senza regole, dati scarsi e valutazioni oscure, come se il mercato fosse una commedia dove nessuno deve sapere cosa succede davvero dietro le quinte.



