Il Ceo di Danone ammette: aumenti dei prezzi? Nessuno ha la più pallida idea con la guerra in Iran in corso

Il Ceo di Danone ammette: aumenti dei prezzi? Nessuno ha la più pallida idea con la guerra in Iran in corso

Una donna fa la spesa da Eataly il 19 marzo 2026 nel quartiere di Manhattan a New York. Non è proprio un’immagine rassicurante considerato il contesto turbolento in cui si muove il colosso agroalimentare Danone.

Il CEO di Danone, Antoine de Saint-Affrique, ha rilasciato dichiarazioni a dir poco illuminanti su come le pressioni inflazionistiche causate dalla guerra in Iran possano presto costringerlo a rivedere i prezzi. Ovviamente, il quadro rimane avvolto nell’incertezza, perché se qualcuno ha chiaro come andrà a finire, è pregato di farsi avanti.

Alla domanda se riguarderà un aumento dei prezzi, il buon Saint-Affrique ha glissato con uno squisito “non siamo ancora arrivati a quello punto”. Poi ha aggiunto, con un taglio da oracolo da fiera, che “nessuno sa quando finirà” questa interminabile crisi, e che a seconda dell’andamento nelle prossime due-quattro settimane, l’impatto macroeconomico sarà totalmente diverso. Perché, certo, la confusione regna sovrana e aspettare è la risposta migliore.

“Se dura abbastanza a lungo”, ha deliziato il pubblico, “avrà un impatto”. Grazie, capitano ovvio.

Le sue parole arrivano in un momento in cui molte aziende stanno facendo i conti, con nota sorpresa, su come la guerra stia erodendo operazioni e costi. Il conflitto in Medio Oriente è entrato con la grazia di un elefante nella sesta settimana, mentre l’ex-presidente Donald Trump ha deciso di farsi sentire a suon di minacce e ultimatum all’Iran per far riaprire lo Stretto di Hormuz.

Infatti, il recente ordine di riaprire la via strategica – dove, casualmente, passa un quinto del petrolio mondiale – è stato un chiaro esempio di come si possa giocare a fare i duri senza guai immediati, salvo poi vedersi i prezzi dell’energia balzare alle stelle come se non ci fosse un domani.

Non bastasse, si registrano rincari iperbolici anche su fertilizzanti e costi di trasporto. ING, per esempio, con l’eleganza tipica degli economisti, avverte che “i costi più alti si riverseranno inevitabilmente nelle catene di approvvigionamento” e che “la prevedibile frenata dell’inflazione alimentare è ormai cosa da mettersi l’anima in pace, almeno per questo anno”. Sorpresa, sorpresa.

Intanto Kristalina Georgieva, capo del Fondo Monetario Internazionale, ci tiene a ricordare che anche se la guerra finisse domani – cosa che sinceramente sembra un’utopia – l’effetto sull’inflazione sarà ancora più alto e la crescita economica inevitabilmente acciaccata.

Da Regno Unito, la Food and Drink Federation ha recentemente alzato le proprie previsioni di inflazione alimentare portandola al 9% per fine anno, rispetto a quel 3,2% stentato di prima. Il tutto sotto l’ipotesi che lo Stretto di Hormuz torni in attività in tempi rapidi e che le infrastrutture vitali riassumano la loro routine entro dodici mesi, sogno nel cassetto, insomma.

Un pizzico di realismo (quando possibile)

Nonostante questa sinfonia di cattive notizie, Antoine de Saint-Affrique si ostina a restare ottimista, o forse solo speranzoso nel ruolo di CEO. “Questo è il momento di investire dietro i brand” – dice come se investire fosse un gioco semplice in tempi terremotati.

E aggiunge: “La gente si concentra, quindi o sei rilevante o non lo sei. Per noi è tempo di continuare a puntare su ciò che ci distingue, ciò che ci rende unici e che aggiunge valore per il consumatore”. Una pacca sulla spalla più che altro, in un mercato sempre più agguerrito e scosso da etichette private low cost che stanno erodendo spietatamente il potere dei grandi marchi.

Poi mettere mano al portafogli per comprare aziende emergenti? Certo, Danone ha annunciato di voler acquisire il produttore di proteine in shake Huel, naturalmente per una cifra rigorosamente “non rivelata”, giocando il tutto per tutto nel settore della nutrizione, visto che le battaglie sui prezzi si fanno sempre più sanguinose.

I dettagli sui “miracolosi” aumenti del quarto trimestre? Danone ha registrato un aumento prezzi globale di circa il 2,1% e una crescita basata sui volumi del 2,5%. Il che, tradotto in termini semplici, significa tentare di riguadagnare terreno dopo anni di rincari e di clienti che, come al solito, preferiscono chi ha il prezzo più basso.

Anche i retailer lanciano il loro grido di dolore, dicendo che l’assorbimento dei costi è un lusso che non possono permettersi a tempo indeterminato. Ad esempio Next ha già quantificato un esborso extra di 15 milioni di sterline, previsto per costi aggiuntivi legati al conflitto – tipo carburante e trasporti aerei – stimando che se la situazione persiste oltre i tre mesi, si vedranno costretti a riversare il conto sulla clientela, ovvero noi simpatici consumatori.

In sostanza, tra tensioni geopolitiche, prezzi che galoppano e aziende più confuse di una giraffa in un ascensore, il caro-vita non è certo una voce fuori dal coro in questa tragica sinfonia economica.

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