Ah, la dolce illusione della “transizione digitale”: un processo che, a quanto pare, non si può mai fermare, ma che qualche volta fa storcere il naso ai benpensanti locali. Sertori ci tiene a ricordarlo come un comandamento d’acciaio: “Preferiamo governare questo processo piuttosto che subirlo”. Certo, perché nulla dice controllo come un pandemonio digitale che avanza inesorabile mentre i sindaci cercano disperatamente un briciolo di autonomia per pianificare il proprio territorio.
Immaginate la scena: sindaci con richieste di maggiore libertà, qualche amministratore che mugugna per un potere apparentemente calpestato da una legge lombarda più rigida di un bollito misto, e opposizioni che… beh, probabilmente trovano qualcosa da criticare, perché, si sa, criticare è l’arte più in voga in certe stanze.
Tutto questo, ovviamente, mentre la grande macchina della “transizione digitale” prosegue a passo di carga, sotto la supervisione di chi si dichiara Sovrano Assoluto del Cambiamento, ma che alla fine lascia dietro di sé una scia di proteste e dissensi.
La Rivoluzione Digitale secondo la Lombardia: Sovranità o Sovraccarico?
In un paradosso degno di un manuale di satira politica, la legge lombarda che dovrebbe gestire la rivoluzione tecnologica del territorio si trasforma in un guanto di sfida lanciato proprio a chi dovrebbe collaborare per il bene comune. Se la digitalizzazione è l’epifania del progresso, qui pare un brutto scherzo di cattivo gusto che affonda le sue radici nel burocratese più ostico e nelle mille divisioni che caratterizzano quelle “istituzioni locali” tanto amate quanto criticate.
Come se già non bastassero le infinite scartoffie e i mille regolamenti da districare, adesso emerge con vigore la domanda: chi comanda davvero? La risposta, se mai c’è stata, si perde tra le parole pompose di un Sertori determinato a pilotare il “processo” invece di subirlo, mentre la base – ahimè – resta incerta, confusa e con un pizzico di veleno nel palato dato dai continui litigi su competenze e margini d’azione.
Non sorprende che i sindaci, quei poveri illusi incaricati di rappresentare un territorio reale con esigenze concrete, abbiano alzato la voce: chiedono non troppo, solo un po’ più di spazio per governare senza essere semplici comparse di un copione già scritto. E, naturalmente, le opposizioni si sono lanciate a capofitto nel ruolo di eterni contestatori, alimentando il circo delle polemiche con la solita maestria da manuale.
Governare un Processo o Subirlo? La Grande Domanda
Il virgolettato di Sertori sembra un mantra da meditazione politica: “La transizione digitale non si può fermare. E noi preferiamo governare questo processo piuttosto che subirlo.” Perfetto, spot promozionale di un’ideologia che però lascia assaporare un retrogusto amaro, quello di chi governa senza ascoltare, decide senza concertare, impone senza mediare.
Questa è la grande contraddizione che si consuma sotto gli occhi di tutti. Il digitale come nuova frontiera, una corsa senza freni verso qualcosa di indefinito ma ineluttabile, e intanto, a chi deve farlo funzionare veramente – i sindaci e le amministrazioni locali –, viene lasciato poco più che un ruolo subalterno, mentre le opposizioni giocano a fare il “si salvi chi può”.
Insomma, la “legge lombarda” diventa così un’ennesima prova dell’arte di governare senza realmente governare, di guidare un cambiamento mentre si teme la destabilizzazione, di voler sembrare all’avanguardia e invece ritrovarsi impigliati in vecchie logiche di potere e controllo piuttosto che in una reale emancipazione digitale.
Una scena tragicomica che si ripete ciclicamente ovunque – e in questa rappresentazione perfino la digitalizzazione si piega sotto il peso di quei vecchi personaggi e delle loro infinite, stanche dispute.

