Martedì 20 gennaio, dalle 16:30 alle 17:00 CET, proprio nel cuore scintillante del Parlamento Europeo a Strasburgo, nella sala stampa intitolata a Daphne Caruana Galizia, si svolgerà l’ennesima conferenza stampa. Ovviamente, solo i giornalisti accreditati potranno assistere di persona, mentre gli altri fortunati potranno godersi lo spettacolo via streaming o, se hanno le giuste connessioni, perfino fare qualche domanda da remoto. E per chi si diletta a partecipare da lontano, ovviamente, c’è un corposo manuale di linee guida per imparare a parlare “correttamente” attraverso Interactio, la piattaforma ufficiale. Insomma, tutto molto trasparente e accessibile.
Il grande nulla di fatto sulla riforma elettorale
Mettiamola così: la revisione del 2018 dell’Atto Elettorale, quella che avrebbe dovuto imporre uno scoglio minimo – un “threshold” elettorale tra il 2% e il 5% per i Paesi con singolo collegio – è ancora uno splendido progetto parcheggiato su uno scaffale polveroso, grazie all’ostinata opposizione della mitica Spagna. Eh sì, proprio lei, quella nazione che con un colpo di bacchetta magica riesce a bloccare l’introduzione di regole obbligatorie anche nei Paesi vicini, come la Germania, impedendo così una qualsiasi armonizzazione elettorale minima nell’UE. Manca solo che si inventino anche l’immunità elettorale nazionale, tanto per cambiare.
Però attenzione, perché le norme “opzionali” varate all’epoca sono state applicate solo in maniera blanda, a dimostrazione che la “volontà politica” di abbracciare quanto meno un processo democratico più europeo è roba per pochi intimi. Anche il pacchetto di aggiornamenti del 2022 continua a marcire nella palude decisionale: niente negoziati interistituzionali, niente passi avanti, nemmeno un cenno di interesse. La politica degli Stati membri è così tanto priva di determinazione che, se fosse una disciplina olimpica, avrebbe già vinto il oro nel “far finta di fare”.
Una riforma che non si fa e che nessuno vuole
Per chi non mastica burocratese, ecco il fatto: nessuno nei Parlamenti nazionali sembra avere voglia o coraggio di ratificare questa riforma. E non stiamo parlando di dettagli insignificanti, ma di norme fondamentali tipo votazioni postali accessibili, limiti di età uniformi per il voto europeo, fissare un giorno unico per le elezioni, o addirittura ipotizzare una circoscrizione unica europea con liste transnazionali. Idee rivoluzionarie? Probabilmente. Ma evidentemente le classi politiche europee preferiscono il caos frammentato e l’incapacità collettiva. Chi ha bisogno di un sistema più coerente e comprensibile quando puoi sprecare milioni in convegni, task force e conferenze stampa?
Intanto, il Parlamento Europeo guarda alla situazione con quella famosa saggia rassegnazione, sperando che prima o poi gli Stati membri si decidano a smettere di bloccarsi a vicenda e facciano un piccolo miracolo: accettare una minima armonizzazione che renda le elezioni europee qualcosa di più di un gran calderone di regole sparse e contraddittorie.
In definitiva, la situazione è chiara: la tanto decantata democrazia europea è ben lontana dal farsi strada. Ma, almeno, ogni tanto ci regalano una bella conferenza stampa a Strasburgo, giusto per far finta che tutto si stia muovendo.



