Bene, sembra proprio che due giganti europei dell’energia eolica moderna abbiano deciso di suonare l’allarme, perché il Trump nazionale ha messo gli occhi – o meglio, l’ascia – sui progetti d’energia pulita. Da Washington arrivano infatti segnali che più che climatici sembrano una comica crisi d’identità: chiudiamo tutto, meglio tornare alle brutte abitudini fossili. I cosiddetti “padrini del vento”, Henrik Stiesdal dalla Danimarca e Andrew Garrad dalla Gran Bretagna, noti per aver plasmato il settore con turbine sempre più sofisticate, puntano il dito contro quella che chiamano “l’indifferenza climatica” di Trump. Ah, non ci avevamo pensato: probabilmente il clima si preoccupa solo se glielo dici in inglese con un accento texano.
Stiesdal, il primo a installare un parco eolico offshore nel lontano 1991 – almeno all’inizio qualcuno aveva un po’ di visione – e Garrad, che ha sviluppato modelli sofisticati per ottimizzare turbine e parchi, ora confessano allarmati che l’amministrazione Trump sembra un sintomo più ampio di una pericolosa involuzione.
Andrew Garrad ha spiegato:
“Credo che l’approccio di Trump sia solo un sintomo di un cambiamento generale. Un cambiamento che contrasta con la transizione dalla dipendenza dai combustibili fossili verso tecnologie rinnovabili come il solare e l’eolico.”
E come se non bastasse, Garrad ci regala anche un’analisi sociologica degna di un premio Nobel:
“Abbiamo avuto un inizio facile, poi una bella lotta, poi l’accettazione generale… e ora la ruota gira al contrario. È il momento di affrontare questa stranezza.”
In pratica, con la riassunzione al potere di Trump all’inizio dell’anno, negli USA si è scatenata una feroce guerra contro i progetti di energia eolica offshore, accompagnata da ordini di stop lavori e da una rimozione sistematica degli incentivi verdi introdotti da Biden con l’Inflation Reduction Act. Era proprio quello che ci voleva per rigettare il mondo nel bel mezzo della crisi climatica.
Garrad commenta amaramente:
“Trump è un sintomo estremo, ma vediamo lo stesso trend in tutti i Paesi occidentali, forse solo altrove sembra diversa la musica. Ed è un problema enorme.”
Un problema che, a quanto pare, non riguarda solo l’energia eolica, ma un’intera deriva politica che sembra voler anteporre ragioni personali (politiche e non) a dati scientifici e necessari cambiamenti tecnologici.
Garrad non usa mezzi termini:
“Questa non è solo una questione energetica, è un gioco politico molto pericoloso. Una decisione personale di un politico potente che manda onde d’urto ovunque.”
“Patetico” e “costoso”: quando il vento soffia contro le multinazionali
Il fuoco incrociato di Trump ha colpito duro i colossi dell’energia rinnovabile, lasciando qualche ferito e parecchi conti in rosso. Basti prendere Orsted, il gigante danese degli impianti eolici offshore, vero colosso del settore che ha visto il proprio patrimonio svalutarsi vertiginosamente.
Ultimamente, Orsted ha annunciato una perdita netta che ha fatto tremare persino gli analisti più ottimisti: 1,7 miliardi di corone danesi, ovvero quasi 262 milioni di dollari, nel solo trimestre luglio-settembre. Un progressivo e doloroso declino se raffrontato agli oltre 5 miliardi di corone di utile nello stesso periodo dell’anno precedente.
Le azioni della compagnia, che avevano toccato vette quasi irraggiungibili nel 2021, sono precipitate a un nuovo minimo ad agosto, complici gli ordini di stop lavori dell’amministrazione Trump su un progetto quasi ultimato. Insomma, il classico colpo da maestro per mettere i bastoni tra le ruote.
Non va meglio nemmeno per la danese Vestas, altro grande attore nella produzione di turbine eoliche. L’incertezza politica ha scosso le fondamenta del loro business, mentre l’amministratore delegato Henrik Andersen si affanna a rassicurare tutti che, “beh, noi abbiamo una catena di fornitura ben consolidata negli USA”. Che sollievo.
Andersen ha detto durante un’intervista:
“Vediamo gli USA, sia per i clienti che per lo sviluppo, come una nostra responsabilità primaria per aiutare il paese.”
Ma, ecco la chicca, ha aggiunto con un sorriso amaro:
“A volte forse dobbiamo anche subire un bel ceffone quando ci rendiamo conto che non tutti amano le turbine eoliche. Però alla fine, sono i costi e la disponibilità dell’energia a guidare le decisioni.”
Già, certo. Come se distruggere la transizione energetica non avesse alcun costo, tranne uno sguardo infastidito a qualche pala eolica fatta a modello d’arte moderna da salotto.
Donald Trump, dunque, ha scelto la sua strategia d’attacco, e la sua guerra contro il vento non è altro che l’ultimo atto di una commedia che potrebbe però avere conseguenze tragiche per il nostro pianeta. Ma almeno possiamo dire che ci fa ridere, anche se amareggia.
Che delizia ascoltare Donald Trump infuriarsi contro le pale eoliche offshore, queste meraviglie tecnologiche che, a suo dire, sono “patetiche” e “costosissime”. Durante un brillante intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il caro ex-presidente ci ha regalato un capolavoro di scienza alternativa: ha definito il cambiamento climatico “la truffa più grande mai perpetrata sul mondo”. Diamine, come mai nessuno aveva pensato di mandare in pensione i climatologi prima d’ora?
Evidentemente, Trump è immune al fastidio delle ondate di caldo record, delle alluvioni da libri di storia o degli uragani che costano miliardi. La stragrande maggioranza degli scienziati, però, si ostina a smentirlo, sottolineando che il cambiamento climatico è già qui, bello e pronto a rimescolare tavoli e geopolitica.
L’ironia dell’energia sicura
Henrik Stiesdal, uno che conosce bene il settore dell’energia eolica, si è trovato nella spiacevole situazione di dover rispondere senza mezzi termini a simili strampalate critiche sul “vento nemico”. Secondo lui, chi si scaglia contro la transizione energetica sembra soffrire di una profonda incomprensione della questione.
Insomma, molti di quegli elettori del cosiddetto “partito duro” che fingono di detestare il verde beneficiano in realtà sia dei nuovi posti di lavoro creati dalle rinnovabili, sia dei costi ridotti dell’energia prodotta dai mulini a vento. Una sottile contraddizione da far impallidire la mejor serie politica sul mercato.
Naturalmente, parlare di energie rinnovabili in certi ambienti è come sfidare leggi tribali o religiose. Però, di fronte a tanto dogmatismo, Stiesdal cerca di ricordare l’essenziale: sicurezza energetica, occupazione oltre che benefici tangibili per le comunità, e quel piccolo dettaglio chiamato stabilità sociale.
Quando la corona premia il vento
Pochi giorni fa, sempre a celebrare i prodigi delle pale eoliche, King Charles III ha fatto da impeccabile cerimoniere consegnando il prestigioso Queen Elizabeth Prize for Engineering 2024 a Henrik Stiesdal e Andrew Garrad. La cerimonia si è tenuta nel sontuoso palazzo di St James a Londra, che sicuramente apprezza più le turbine moderne che le vecchie armi da cerimonia.
Il premio celebra chi ha messo a punto e diffuso tecnologie eoliche all’avanguardia, dimostrando come il vento non sia solo una minaccia alle ballettate politiche, ma anche una risorsa preziosa e – udite udite – premiata pure dai monarchi.
Insomma, se l’energia del vento venisse giudicata da Trump solo in base alle sue conferenze stampa, il mondo resterebbe al buio… oppure rifugerebbe su qualche pozzo di petrolio d’antan. Per fortuna, i fatti continuano a soffiare in direzioni diverse – più pulite, più intelligenti, e soprattutto più difficili da ignorare.



