Al centro della scena, l’amministratore delegato di Allianz, Oliver Bäte, che ha deciso di imprimere una svolta linguistica piuttosto “colorita” all’impegno per il clima. Durante un’intervista, ha bollato come “stronzate” ogni dubbio sul raggiungimento della neutralità carbonica in Europa, liquidando con una certa grazia la tentazione dei leader politici di tirarsi indietro dai loro piani ecologici.
Oliver Bäte ha detto a CNBC:
“È un’anomalia che chi pensa a breve termine si permetta di dire certe cose. Dobbiamo procedere con intelligenza. E, tra l’altro, guardate alla Cina come modello: loro saranno protagonisti sia nell’energia rinnovabile che nei costi energetici.”
Sì, avete capito bene: la Cina, non esattamente l’emblema della trasparenza ambientale, viene indicata come il faro della transizione energetica. Nel frattempo, Allianz si vanta di aver tagliato il proprio consumo energetico del 40%, col sorriso ironico di chi sa bene che la vera religione ambientalista – quella del “net zero entro il 2035” – è solo un’esagerazione da salotto.
“Facciamo un target, non una fede”, ammonisce Bäte, ricordandoci che anche ridurre i consumi del 40% è in fin dei conti un’impresa da prendere con un po’ di sano realismo. Peccato che questa dose di pragmatismo si contrapponga allo tsunami di impegni sbandierati dai politici, per poi essere lasciati a metà strada nel vaso di Pandora dei compromessi elettorali.
Quando il “Net Zero” diventa un pasticcio linguistico
Non è da meno l’australiano Andrew Forrest, magnate del mining e fondatore di Fortescue, che si inserisce nel dibattito con una dose d’ironia tagliente degna di un comico a pagamento: il termine “net zero” sarebbe “un problema”. La sua soluzione? Passare al “real zero” entro il 2040, cioè niente più combustibili fossili bruciati, senza girarci troppo intorno.
“Smettiamo di inventarci scuse come i crediti di carbonio e le compensazioni. È tutta fuffa,” ha detto Forrest a CNBC, scornando chi si aggrappa ai deliri di una neutralità da raggiungere in qualche “data magica” da definire. In pratica, basta con le chiacchiere: o smetti di bruciare petrolio, gas e carbone, o ti prepari a fare i conti con un futuro assai più grigio.
Con una punta di ironia, Forrest ci ricorda una verità scomoda: chi promette sostegno all’energia “verde” ma poi tira le redini sull’impegno rischia di perdere competitività e, soprattutto, credibilità.
Aggiungerei pure che il bello di questa gran gara verso l’azzeramento delle emissioni è che mentre le democrazie arrancano tra tatticismi e ripensamenti, Cina si muove da vera campionessa dell’era industriale 2.0, puntando su ogni tecnologia e finanziamento disponibile. Insomma, mentre da noi si dibatte sul sesso degli angeli ambientali, nel Celeste Impero si lavora per davvero, a modo loro naturalmente.
Davos tra realtà aumentata e realtà ignorata
Ironia della sorte, il forum che dovrebbe unire leader mondiali per “salvare il pianeta” si ritrova a discutere più di come abituarsi al peggio della crisi climatica che non di come evitare la catastrofe. Una specie di “apprendiamo a conviverci” mascherato da contributo al dibattito globale.



