Hormuz senza eroi cinesi per Trump mentre Pechino, con gran voglia, si mette a fare il mediatore con Teheran

Hormuz senza eroi cinesi per Trump mentre Pechino, con gran voglia, si mette a fare il mediatore con Teheran

La Cina non si è ancora degnata di rispondere all’elettorale e imponente appello di Donald Trump per inviare corazzate a protezione delle rotte petrolifere nello Stretto di Hormuz. E chi potrebbe davvero pensare che Pechino si tuffi maldestramente in una crisi che altri hanno sapientemente creato? Pur essendo (qui la sorpresa) coinvolta su parecchi fronti economici nel conflitto, la strategia della superpotenza asiatica è semplice: gli Stati Uniti si sono autoprovocati questa crisi attaccando per primi (bravi, come sempre, con l’aiutino di Israele) l’Iran, quindi, scusate, ma ora non ci si aspetti la lealtà del (cosiddetto) più temibile rivale strategico. Ancora più comico è il fatto che Washington stia puntando il dito contro un partner storico di Pechino, e proprio a due mesi dalla “gentile” rapina di Maduro in Venezuela, un altro paese amichevole nei confronti di Cina.

Ma non fraintendeteci, la tensione sull’isola petrolifera di Kharg fa tremare le vene anche ai più placidi mandarinati. Nonostante l’attacco missilistico, la Casa Bianca ha stranamente risparmiato le installazioni dell’adorata “isola del tesoro”, fonte primaria di greggio che… indovinate un po’? È acquistato da prima dalla Cina. Qual è il piano segreto dietro questa danza crudele? Aumentare il termometro della pressione su Pechino per farla tacitamente mettere il becco nella crisi: magari scortando qualche petroliera o, più realisticamente, persuadendo Teheran a riconcedere il passaggio nello Stretto. Insomma, una spinta per dare a Xi Jinping un motivo in più per fare il detective diplomatico sull’Iran, nonostante la retorica ovvia e comoda che fa finta di niente.

Secondo una fonte perfettamente neutra come CNBC, dall’inizio delle ostilità Teheran ha comunque fatto transitare quasi 12 milioni di barili diretti in Cina, un numero sì inferiore al normale, ma comunque niente male. Se però quell’isola fosse ferita, oh beh, allora sì che il danno sarebbe più profondo: si colpirebbe il cuore della produzione.

Cina, come al solito tornano pipponi ufficiali e privatissimi. Già a giugno, durante il precedente ring di pugilato diplomatico, Pechino aveva alzato la voce contro la chiusura dello Stretto. E recentemente ha ripetuto lo stesso in privato, in un bell’esercizio di diplomazia quasi da etichetta. Naturalmente, invitare l’Iran a fare i bravi è stata come pretendere che un gatto illustri un saggio Accademico sul perché non insegua topi, mentre fischia Mozart. L’Iran non si è certo illuso sulla qualità nulla della solidarietà garantita dalla Cina, che certamente si mostra delusa per le contromisure da salotto prese dai Pasdaran.

Ah, e non dimentichiamo che la vendetta a tappeto sui complessi militari ed energetici locali non ha fatto altro che mettere a rischio altre forniture vitali, mandando all’aria anni di diplomazia sofisticata culminata con la prestigiosa firma a Pechino dell’accordo che ha ridato fiato alle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita. E se questo non fosse abbastanza, domenica scorsa il ministero degli Esteri di Cina ha dovuto riaprire il libro dei buoni propositi, invocando per l’ennesima volta “la sicurezza nello Stretto di Hormuz” e definendo le acque circostanti come “rotte internazionali vitali” per il commercio globale.

D’altra parte, è indispensabile sottolineare che circa il 45% delle importazioni petrolifere totali di Cina provengono proprio da quelle acque ribattezzate “buon vicinato strategico”. Ecco perché Pechino si ritrova in una posizione al limite dell’arte del funambolismo diplomatico. A testimonianza il fatto che l’inviato speciale per il Medio Oriente, Zhai Jun, stia gironzolando per il Golfo Persico. Nel suo tour egli ha fatto tappa a Bahrain, dove ha severamente condannato gli attacchi contro le infrastrutture energetiche e ha elogiato la calma olimpica di Manama e dei suoi vicini, che sembrano essere abili contorsionisti in materia di sopportazione di attacchi.

Un modo elegante, ma non troppo ambiguo, per cercare di strizzare l’occhio a tutti, senza prendersi neanche un graffio. Insomma, la Cina disputa la sua partita in equilibrio tra interessi economici, diplomazia e un sano distacco emotivo. E Donald Trump? Beh, forse dovrebbe ricontrollare il suo manuale di “come si ottiene una mano amica in politica internazionale” prima di fare richieste irrealistiche.

Donald Trump rimane lì, bella salda sul tavolo, pronta a far capolino nella già soffocante agenda della sua visita a Pechino prevista dal 31 marzo al 2 aprile. Colpire il petrolio iraniano? Ovviamente un asso nella manica per gli Stati Uniti, perfetto per smuovere i delicatissimi negoziati con la Cina. Dopo la debacle dei dazi, pacca sulle dita dalla Corte Suprema americana, cosa c’è di meglio che tentare un contropiede energetico? Peccato che, nella realtà da reality show, Pechino abbia già pensato a tutto, accumulando nel 2025 scorte per 430 mila barili al giorno, giusto per prendersi una pausa di quattro mesi di relativa tranquillità. Ma se il conflitto si allunga, eh, allora la Cina dovrà correre ai ripari con fornitori alternativi quali Russia, Canada o Brasile. Una vera girandola di scambi petroliferi, degna di un dramma geopolitico da manuale.

L’ESCALATION

Se ci fosse bisogno di un assaggio del nuovo “Vietnam” mediorientale in salsa persiana, eccolo servito su un piatto d’argento. Solo che stavolta a fare da sfondo non c’è la giungla, ma il deserto e soprattutto una partita a scacchi dai risvolti petroliferi tanto intricati quanto tragicomici. La Cina, come ogni grande potenza che si rispetti, cercherà di sedersi al tavolo a trattare con Teheran: niente riapertura dello Stretto di Hormuz, magari almeno un passaggio indenne per le sue navi. Una danza delicatissima che però rischia di frantumarsi in mille pezzi prima ancora di cominciare.

È paradossale pensare che si stia discutendo di chiudere le forniture iraniane come se fosse il giochetto di chi ha la leva più lunga, mentre gli scatoloni di petrolio stanno già ora accumulate da Pechino. Che fantasia!

Il pericoloso “io speriamo che me la cavo” dell’Europa

Nel frattempo, è il solito déjà-vu per i fedelissimi alleati asiatici degli Stati Uniti: Giappone e Corea del Sud stanno già facendo i conti con il loro famigerato 90% di dipendenza petrolifera regionale. Sì, proprio loro, i neighbor più stretti, quelli che piangono lacrime di petrolio ogni volta che sul tavolo delle trattative spunta una nuova cartetta pesante. Nel frattempo, il Pentagono, sempre pronto a trasformare ogni crisi in occasione militare, sposta pezzi importanti dal loro territorio, tipo il sistema antimissile Thaad. Un giochino che aveva già scatenato una piccola crisi diplomatico-politica con Cina, niente di che, solo un paio di urli via Telegram.

Ora, quando gli Stati Uniti chiedono l’invio di navi da guerra, persino Sanae Takaichi, alleata di Trump e con un invito alla Casa Bianca fissato per giovedì, sembra esitare. Sicuramente ha bisogno di una buona motivazione, o forse di un caffè forte, prima di dire “sì, mando le navi”. Intanto, da quella parte, Xi Jinping si gode il dubbio: nessuna corsa a salvare il rivale, anzi, ci tiene a ricordargli con dolce ironia che lui dipende ancora dalle sue tanto amate terre rare, quelle stesse che fanno tremare l’esercito americano impegnato in Iran.

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